«Il reddito di cittadinanza è una battaglia di retroguardia, quel che serve è redistribuire la ricchezza»

Una chiacchierata con Daniele Zito, ricercatore informatico e scrittore, che nel suo secondo romanzo, "Robledo", affronta in maniera decisamente originale il tema del precariato estremo e il paradosso, ormai comune, del lavorare gratis, una piaga che sta mettendo due generazioni con le spalle al mur

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Un dettaglio di copertina di "Robledo", di Daniele Zito (Fazi editore)

24 Giugno Giu 2017 0830 24 giugno 2017 24 Giugno 2017 - 08:30

«Alzi la mano chi di voi non ha mai, e dico mai, lavorato gratis». Daniele Zito lo chiede sempre, alla fine di ogni presentazione del suo secondo romanzo, Robledo, edito da Fazi, e la risposta è quasi sempre la stessa: di mani alzate non ce ne sono quasi mai.

Prestare il proprio tempo senza avere una remunerazione, o meglio, lavorare gratis. Non c'è bisogno di specificare facendo cosa, perché ormai i tirocini e stage non retribuiti li offrono anche i parrucchieri e gli idraulici. Sì, perché quella che viviamo tutti sulla nostra pelle — un noi che approssimativamente si spalma sulle ultime due generazioni — è una delle piaghe più profonde e purulente dei nostri tempi e, quasi senza che nessuno se ne preoccupi, sta cambiando profondamente le vite di milioni di persone.

È anche per questo che Daniele Zito, siracusano che di anni ne ha 37 e di amici con un lavoro vero ne ha sempre di meno, si è messo a intessere la storia di Robledo. Lo ha fatto scegliendo una forma che corrispondesse al contenuto, in qualche modo intermittente. Per questo Robledo è un libro costruito per accumulo mettendo insieme diari, testimonianze, interviste, note, bibliografie, in una inchiesta talmente assurda da sembrare estremamente realistica.

«Il precariato viene sempre vissuto da chi lo subisce come transitorio», ci racconta da casa sua, a Catania, raggiunto via Skype durante un pomeriggio torrido di giugno. «Eppure di transitorio c'è ben poco, anche perché basta voltarsi indietro per trovare già cenni al fenomeno nel pacchetto Treu del 1994. Ma ancor più che il precariato, la parte che è nessuno si prende la briga di indagare o di raccontare è quella del lavoro svincolato dal salario, delle prestazioni lavorative gratuite».

Da cosa dipende secondo te questa specie di omertà?
È un fenomeno complesso e anche le persone che sono coinvolte fanno fatica a parlarne. Molti non lo ammettono nemmeno a sé stessi che stanno lavorando gratis, che si parli di stage, di tirocini, di periodi di prova, o di periodi pagati simbolicamente. E se è difficile persino farci i conti personalmente, figuriamoci raccontarlo pubblicamente.

C'è una componente di vergogna?
Sì, c'è tanta vergogna, e credo che sia anche normale. Tutti noi veniamo da una storia familiare in cui il lavoro è sempre stato retribuito. I nostri padri e le nostre madri, grazie alle lotte sindacali della seconda metà del Novecento, hanno vissuto un mondo del lavoro che ora per noi è un miraggio.

Cosa ci porta ad accettare quella che per i nostri genitori era praticamente schiavitù?
Quasi sempre chi accetta di lavorare gratis è stretto in una morsa: da una parte c'è la disoccupazione nuda e cruda, dall'altra questa galassia di lavori temporanei, intermittenti, saltuari, e quasi sempre non pagati. Se in molti scelgono questa seconda possibilità è perché, oltre a voler riempire la propria esistenza facendo qualcosa, questa opzione consente loro anche di non evitare la forte stigmatizzazione che colpisce chi non lavora. Perché senza lavoro è molto facile venire emarginati dalla società.

Lavorare per lavorare, quindi, a che senso ha?
Ci sono tante risposte a questa domanda. L'assenza di lavoro provoca a livello individuale un vuoto esistenziale e identitario che ognuno cerca di riempire come può, ma in maniera molto varia: c'è chi sceglie di lavorare gratis facendo finta di credere alle promesse dei propri datori di lavoro; c'è chi lo fa sotto la spinta ideologica di quella specie di meritocrazia che si fonda sulla competizione — gratuita — tra lavoratori in vista dell'assunzione di uno solo di loro; c'è chi lo fa per raggiungere uno status — è il caso di scrittori e giornalisti spesso — spesso finanziando il proprio lavoro gratuito con altri lavori normalmente pagati. E poi c'è ovviamente chi è costretto a farlo, perché non dimentichiamoci che ogni tanto si è obbligati a prestare la propria opera gratuitamente.

Per esempio?
Pensa a tutti i progetti di tirocinio e di stage non retribuito all'interno delle università, per esempio, o alle scuole superiori, oppure, anche se non ha preso molto piede, il meccanismo del baratto amministrativo.

Di che si tratta?
Se tu hai un debito puoi anche riscattarlo in qualche forma anche prestando del lavoro non retribuito, che sia per il Comune o per la Provincia. Una cosa che sta accadendo, ma soprattutto all'estero, è che in questa dinamica stanno entrando anche le agenzie di riscossione, che trovano dei lavori ai propri debitori e ne trattengono lo stipendio per rifarsi dei debiti.

Quanto è diffuso il lavoro non retribuito?
Molto più di quanto si pensi. Alla fine di ogni presentazione di Robledo faccio un esperimento e chiedo di alzare la mano a chi, tra gli ascoltatori, non ha mai prestato lavoro non retribuito. Come puoi immaginare le mani alzate sono prossime allo zero. Evidentemente non è più un eccezione nel mercato del lavoro nostrano, è diventata una sorta di regola.

Dicevamo che il fenomeno esiste da tempo, che effetti ha avuto per ora sulla società?
Devastanti. Il lavoro è una componente importante di ogni esistenza. Averlo reso precario e intermittente, oltre ad aver reso intermittenti i redditi di questi pseudo lavoratori, ha anche reso le loro identità intermittenti. Ad aggravare la situazione c'è il fatto ch questa è una cosa che ci siamo trovati di fronte senza essere minimamente preparati, per cui non soltanto ci capita di essere più lavoratori nello stesso tempo — è molto comune metterne insieme tre o quattro, di lavori, per sopravvivere — ma soprattutto ti capita di essere tre o quattro lavoratori che non avresti mai voluto essere. E intanto sei buttato in una arena in cui sei in lotta con tutti gli altri poveracci come te, sostanzialmente.

Perché questa massa di persone non riesce a organizzarsi, a unirsi e a lottare sindacalmente per migliorare la propria condizione?
È tutto basato sul concetto del dividi et impera. Ormai i rapporti del datore di lavoro con i lavoratori sono sempre più spesso individuali. Si hanno situazioni in cui tutti hanno contratti diversi. E così ogni tipo di organizzazione è disinnescata sul nascere perché, se sei nello stesso posto con altri lavoratori, avrete quasi certamente tutti posizioni diverse, contratti diversi e quindi trattative diverse; se tutti avete lo stesso contratto faranno in modo di non farvi lavorare nello stesso posto; se invece nessuno ha un contratto e siete tutti insieme, la maggior parte delle volte siete in lotta tra di voi per averne uno. Il filo conduttore di tutte le situazioni è la lotta, ma non quella dei lavoratori, quella tra lavoratori. Senza contare i due eserciti di riserva: la massa sempre più grande di disoccupati cronici e quell'altra massa, quella dei migranti, a cui stiamo togliendo ogni diritto.

Proposte come il reddito di cittadinanza credi che possano aiutare a contenere il problema?
Credo che sia una battaglia di retroguardia, se non addirittura di destra. Perché l'idea che lo Stato si inserisca in questa intermittenza e fornisca al lavoratore la quantità di soldi che gli serve per sopravvivere fino al contratto successivo può sembrare buona, ma nasconde a mio avviso parecchie ombre.

Quali ombre?
All'inizio, quando si parlava di flessibilità del lavoro, si pensava a un modello in cui i salari sarebbero aumentati, in cui le aziende avrebbero dovuto pagare fino a quattro o cinque volte un lavoratore proprio perché in questo modo era l'azienda a prendersi carico del periodo di non retribuzione che sarebbe intercorso tra un contratto e quello successivo. Questo però non è mai successo, e nella pratica mi sembra un gigantesco regalo che lo Stato ha fatto alle aziende. E che ora sia lo Stato a metterci un'ulteriore pezza mi sembra grave. Per non parlare di quelle sottospecie di ricatti che, per esempio nel modello tedesco, impongono ai lavoratori di accettare qualsiasi lavoro venga loro proposto, pena perdere gli aiuti. Insomma, nell'immediato potrebbe anche portare a dei miglioramenti nella vita di qualche lavoratore, ma mi sembra solo un modo per aggirare il problema vero, per non risolverlo.

Qual è il problema vero?
Il problema vero è l'assurda redistribuzione della ricchezza che è in atto da decenni. Una redistribuzione che va verso l'alto e che impoverisce le classi subalterne per arricchire un'élite sempre più ristretta. La soluzione credo che debba passare per un riequilibrio di questa bilancia sempre più inclinata verso pochissimi che lascia tutti gli altri in balia di un mondo che sembra sempre di più una giungla.

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