Come il cinema banalizza i disturbi mentali

L'effetto Werther è il fenomeno dei suicidi per emulazione. La letteratura, descrivendo perfettamente il dolore della depressione, li ha causati. Il cinema, banalizzando la lotta di chi ne soffre, no

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26 Giugno Giu 2017 1018 26 giugno 2017 26 Giugno 2017 - 10:18

Si dice che il 1774 in Europa fu l’anno dei suicidi. E questo perché in quell’anno Goethe pubblicò I dolori del giovane Werther.
Il suicidio del protagonista – personaggio in buona parte autobiografico – fu imitato da tanti giovani che avevano letto il romanzo e che ci si erano profondamente identificati. Da allora il fenomeno dei suicidi per emulazione è chiamato “effetto Werther”.
Ne sono esempio la pubblicazione di un altro romanzo sullo spleen giovanile, Le ultime lettere di Jacopo Ortis, e la morte di un’icona glamour come Marilyn Monroe, alla quale seguì per alcuni mesi un aumento del tasso di suicidi di ben il 40% nella sola Los Angeles.
A differenza del suo eroe, Goethe sopravvisse alle delusioni amorose, ripudiò il libro e nel suo romanzo della maturità, Faust, suggellò il ripensamento facendo sì che il protagonista rinunciasse all’amore per costruire dighe in Olanda.
Questi sono poco più che aneddoti e la loro portata sociologica è quasi nulla, ma permettono di introdurre un argomento che invece ha le sue ripercussioni: il rapporto tra l’industria del cinema mainstream e il disagio mentale.
Lasciamo da parte i vari serial killer psicopatici – responsabili della sovrapposizione del tutto illegittima tra schizofrenia e personalità multipla – e prendiamo invece cinque sorelle bionde e bellissime, tutte morte suicide nel giro di pochi mesi.
Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola – tratto dal romanzo di Jeffrey Eugenides – racconta una vicenda estremamente drammatica, ma lo fa consapevolmente con la levità e i colori pastello di uno shooting di moda primaverile. Non a caso la storia è raccontata attraverso lo sguardo idealizzante e stilnovista di un gruppetto di ragazzetti del quartiere, arrapati e sfigatelli.
Se da una parte l’estetica da carillon è ciò che ha reso il film un piccolo culto tra le adolescenti, l’aver presentato il suicidio in maniera così fascinosa e soft core è tra gli argomenti forti dei suoi detrattori.
Ma il film più glamour sulle malattie mentali è sicuramente Ragazze interrotte, con la combo Rider-Jolie, una più bella e problematica dell’altra. Winona, la protagonista, di borderline ha solo il tratto più figo: il comportamento sessuale “spregiudicato”. Niente ipersensibilità alle critiche, nessuna paura patologica dell’abbandono, un’insicurezza che più che altro sembra una comunissima incertezza da post diploma. Alla bellezza minimal di Winona è contrapposta la cattiva ragazza Angelina, sociopatica insolente e con la frangetta asimmetrica.
Alla fine Winona guarisce in tempo zero, perde di vista le compagne di sventura e diventa niente meno che una scrittrice. Il ruolo realmente disturbante è affidato tutto a Brittany Murphy, che di conseguenza è costretta a incarnare tutti gli aspetti più spiacevoli che nel film fanno capo ai disagi mentali: gli abusi paterni, il suicidio e soprattutto il suo compulsivo e un po’ disgustoso rapporto con i polli arrosto.
Ma anche nei film più smaccatamente tragici e senza happy ending, tipo Requiem for a Dream, dove tutto precipita nel modo più orrendo possibile, l’effetto è comunque una drammatizzazione esasperata e altrettanto estetizzante: un melodramma allucinato che resta – ancora una volta consapevolmente – lontanissimo dalla realtà.
Cosa c’è di male nell’affrontare i problemi mentali con un po’ di realismo in meno e un po’ di glamour in più? Nulla, cinematograficamente parlando. Quelli citati sono buoni film, funzionano, hanno scene iconiche e un immaginario accattivante. Semplicemente i disturbi mentali non sono questo e chi ne è affetto non può riconoscersi nella versione patinata della propria malattia, può anzi sentirsi ancora più incompreso e inadeguato. Per non parlare di quanto poco aiutino gli altri, i sani, a capire ciò che veramente succede a chi ha questo tipo di problemi.
La maggior parte dei film si risolve con la guarigione del personaggio problematico – con relativa normalizzazione, che comporta trovare l’amore, costruirsi una carriera, vincere una gara di ballo… – o nell’annientamento – suicidio, morte di altra natura o generica “brutta fine” extradiegetica.
Manca del tutto la via di mezzo: la lotta quotidiana – più o meno ardua e fatta di alti e bassi – che molte persone affette da problemi di salute mentale affronteranno tutti i giorni per il resto della loro vita.

Manca del tutto la via di mezzo: la lotta quotidiana – più o meno ardua e fatta di alti e bassi – che molte persone affette da problemi di salute mentale affronteranno tutti i giorni per il resto della loro vita

Allo stesso modo – e per ovvie ragioni – non viene mai raccontato uno degli aspetti più agghiaccianti dei disturbi mentali e della depressione in particolare; vale a dire l'improduttività, la paralisi, lo spegnimento. L’impressione – assolutamente legittima – che la vita continui a scorrere senza di te, che di conseguenza, anche quando stai meglio, ti ritrovi a inseguire e arrancare dietro alle persone, agli impegni e alle tue stesse aspettative.
Non è certamente legittimo dire che il cinema affronta la salute mentale solo in modo superficiale. Che dire ad esempio dell’incontro delle due solitudini che Ettore Scola mette in scena in Una giornata particolare? Senza scomodare gli esempi encomiabili del cinema italiano (quello di qualche decennio fa) e tralasciando il cinema di genere, che in questi anni ci sta regalando una serie di gioiellini – pensiamo ad esempio all’efficacia con cui Babadook racconta la depressione e l’elaborazione del lutto – possiamo citare Lars Von Trier, che di disfunzionalità se ne intende.
Kirsten Dunst, protagonista del Giardino delle vergini suicide, si presta bene ai ruoli tormentati e in Melancholia interpreta una donna bella e di successo nel giorno del suo matrimonio. È una persona che ha tutto e non riesce a godere di nulla. In buona sostanza, una persona depressa, il cui riscatto (se di riscatto si può parlare) consisterà nel riuscire a sostenere la sorella Charlotte Gainsbourg – in genere pratica e serena – nel momento dell’Apocalisse.
Perché la depressione non ti fa scrivere meglio (è Werther che si suicida, non Goethe) e non ti rende necessariamente più interessante, però aiuta a mantenere i nervi saldi – quei nervi che di solito sfuggono al tuo controllo – quando gli eventi travalicano il comune buon senso. In pratica, ti aiuta a vederci meglio nell’oscurità

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