Come la scrittura manipola le nostre opinioni (e come evitare che accada)

Non solo il contenuto di un articolo: la scelta di un verbo o di un aggettivo può orientare le nostre opinioni più di quanto crediamo. Un esempio concreto può aiutare a spiegarlo

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26 Giugno Giu 2017 0824 26 giugno 2017 26 Giugno 2017 - 08:24
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La scrittura si presta alla manipolazione, come del resto la comunicazione. Nulla di più ovvio e noto.

Se però io conosco le tecniche manipolatorie, posso quanto meno cercare di evitarne gli effetti. Non è sempre facile e richiede grande lucidità. E insieme la volontà di riflettere.

Qualche tempo fa il titolo di un articolo apparso su un giornale richiamò la mia attenzione. “Imprenditore si schianta in auto con il figlio”.

Imprenditore - auto: binomio che, in assenza di filtri e discernimento, evoca subito nel lettore un’auto di lusso e uno spensierato padre che trasporta, incurante dei rischi, il figliolo.

Si schianta: il padre in questione andava pure forte quindi; il verbo richiama l’idea di velocità.

Famoso l’esperimento tante volte citato da Cialdini sui finti testimoni di un finto incidente: coloro ai quali il ricercatore chiedeva a che velocità le auto si fossero schiantate, mediamente indicavano una velocità ben maggiore di quella invece ipotizzata dai testimoni a cui si chiedeva a che velocità le auto si fossero toccate.

L’imprenditore si schianta: quindi va veloce, e se vai veloce in auto te la cerchi. Sei colpevole, beh insomma, te la sei voluta. Sei meno vittima per questo, e meno passibile di compassione umana.

La responsabilità di chi scrive non si limita al contenuto e alla sua attendibilità, ma si estende anche alla forma: un mix esplosivo che può indirizzare pericolosamente in una direzione piuttosto che in un’altra

Cambierebbe qualcosa se si proseguisse con la lettura dell’articolo? Sì! Si scoprirebbe che l’imprenditore era un artigiano con cinque dipendenti, sventuratamente fallito da poco; che i carabinieri accorsi sul luogo dell’incidente avevano constatato una velocità ridotta, e che la causa della morte dell’uomo era stata un infarto.
Tutta un’altra storia insomma.

Intanto però, titolo dopo titolo, si costruisce la cultura dell’odio sociale, del populismo forcaiolo, del “so io come va il mondo, a me non me la conta nessuno”.

La responsabilità di chi scrive non si limita al contenuto e alla sua attendibilità, ma si estende anche alla forma: un mix esplosivo che può indirizzare pericolosamente in una direzione piuttosto che in un’altra.

Dimenticavo, c’è un dettaglio e non da poco: l’articolo è figlio di giornale dalla linea editoriale, come si sarebbe detto un tempo, anticapitalista.

Manteniamoci ottimisti: all’ultimo esame di maturità classica è stata letta una lettere di Seneca a Lucilio, il cui “vocabolario è denso di responsabilità, in ogni momento”, come ha ricordato Nicola Gardini sul Corriere della Sera del 23 giugno scorso.

Per Seneca “significare è impegno, ragionamento, dedizione all’autenticità e alla chiarezza”.
Fare tesoro di una simile lezione è sempre più prezioso.

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