Dopo le amministrative è chiaro: ormai gli italiani si rifiutano di votare

Ai ballottaggi l’affluenza si è fermata al 46%, la maggior parte degli elettori ha smesso di andare alle urne. La disaffezione colpisce trasversalmente e lascia un dubbio sulla legittimità dei vincitori. Per il senatore Fornaro, studioso del fenomeno, «è un campanello d’allarme molto preoccupante»

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26 Giugno Giu 2017 1423 26 giugno 2017 26 Giugno 2017 - 14:23

Il grande vincitore delle ultime elezioni è stata la sfiducia. I ballottaggi di domenica confermano l’innegabile affermazione. Se il giorno dopo le amministrative il centrosinistra riconosce la sconfitta, il centrodestra non ha molto da festeggiare. E ancora meno possono sorridere i Cinque Stelle, nonostante siano dati in crescita da molti sondaggi. Chi ha stravinto è l’astensione, ormai di gran lunga il primo partito del Paese. Gli italiani hanno smesso di votare. Su 4.304.739 concittadini chiamati alle urne, se ne sono presentati meno della metà. La media dell’affluenza è del 46,03 per cento. Ormai la maggior parte degli elettori lascia a una minoranza il compito di decidere anche per loro.

I dati sulla partecipazione al voto sono bassi un po' ovunque. A Genova si è raggiunto il 42,67 per cento, a Parma il 45,2 per cento. A Taranto ha deciso di scegliere il proprio sindaco solo un cittadino su tre, il 32,9 per cento. «È l’espressione di una disaffezione verso la politica che sta diventando sempre più pericolosa», spiega il senatore Federico Fornaro. Già esponente del Partito democratico, oggi vicecapogruppo di Articolo 1-Mdp e grande esperto di flussi elettorali. Per analizzare il fenomeno, qualche tempo fa ha pubblicato il libro “Fuga dalle urne”. «Quello di domenica - racconta - è un ulteriore, preoccupante, campanello d’allarme».

Certo, stavolta ci sono diverse giustificazioni. La decisione di convocare i ballottaggi nel primo weekend d’estate, il gran caldo che ha spinto a preferire la spiaggia ai seggi. Non solo. Al secondo turno si presentano sempre meno elettori, è un dato fisiologico. Eppure, evidentemente, qualcosa si è rotto. Basta notare l’evoluzione dell’astensionismo negli anni recenti. «Nei capoluoghi di provincia dove era possibile fare un confronto con le ultime Comunali - spiega Fornaro - al ballottaggio si è passati da un’affluenza media del 50,3 per cento al 46,1». Alcune cifre possono trarre in inganno. A Genova e Alessandria, per esempio, l’affluenza al secondo turno risulta leggermente superiore rispetto a cinque anni fa. «Ma in questo caso i dati davvero allarmanti si sono manifestati al primo turno» insiste Fornaro. «A Genova, due settimane fa, l’affluenza non è arrivata al 50 per cento. E nei quartieri storici si è fermata al 43 per cento».

Il grande vincitore delle ultime elezioni è stata la sfiducia. Ha stravinto l’astensione, ormai di gran lunga il primo partito del Paese. Gli italiani hanno smesso di votare. Su 4.304.739 concittadini chiamati alle urne, se ne sono presentati meno della metà. La media dell’affluenza è del 46,03 per cento. Ormai la maggior parte degli elettori lascia a una minoranza il compito di decidere anche per loro

La disaffezione verso la politica colpisce anche le Comunali. Sono competizioni solitamente molto partecipate, seconde solo alle Politiche. Sono le sfide dove contano i rapporti personali, si conoscono i candidati, dove ogni elettore dovrebbe sentirsi protagonista. Non è più così. Ormai la maggior parte dei cittadini non ha più voglia di scegliere i propri rappresentanti. «È un fenomeno che sta diventando pericoloso per la tenuta democratica di questo Paese» insiste Fornaro. Il rischio non è una deriva autoritaria o l’avvento di una dittatura. «Semmai uno scenario in cui le istituzioni rappresentative finiscono per non rappresentare più nessuno».

Chiuse le urne, la politica si confronta su vincitori e vinti. Si piantano le bandierine, si contano i sindaci eletti e le amministrazioni strappate agli avversari. Dei preoccupanti dati sull’affluenza non parla nessuno, o quasi. «Ma l’astensionismo è come un tarlo nel legno - spiega il senatore - Non si vede e non si sente. Poi a un certo punto, quando nessuno se lo aspetta, il mobile viene giù». Oggi i segnali del pericolo son ancora sottovalutati. Sono il sintomo di un profondo disagio dei cittadini verso la politica e dell’incapacità dei partiti di occupare il loro ruolo nella società. Un dato trasversale, sia chiaro. Il disinteresse colpisce indiscriminatamente tutte le aree politiche. Un tempo si diceva che l’astensionismo colpiva di più il centrodestra, soprattutto al secondo turno. «Oggi non è più così - dice Fornaro - Le peggiori performance sono avvenute nelle zone del Paese dove è più forte il radicamento della sinistra: a Genova, La Spezia, in Emilia».

«È un fenomeno che sta diventando pericoloso per la tenuta democratica di questo Paese» insiste Fornaro. Il rischio non è una deriva autoritaria o l’avvento di una dittatura. «Semmai uno scenario in cui le istituzioni rappresentative finiscono per non rappresentare più nessuno».

Il destino sembra segnato. Le elezioni del 2013 hanno segnato un record negativo. Quattro anni fa la percentuale dei votanti è crollata al 75,2 per cento: considerando le Politiche è in dato più basso della storia repubblicana. Fatta eccezione per il referendum costituzionale dello scorso dicembre - dove i votanti sono stati superiori alle aspettative - la lunga fuga dalle urne sembra inarrestabile. Come spiega nel suo libro Fornaro, ormai un italiano su cinque ha smesso di andare al voto. A questi si aggiunge un 40 per cento di astensionisti intermittenti. Sono quegli elettori che decidono di recarsi alle urne solo in base alla competizione. Il ritratto della nostra democrazia ne emerge piuttosto sbiadito. Anche perché l’astensionismo sembra destinato a crescere ulteriormente. «Fino a quando non si ritroverà un clima di fiducia rispetto alla politica, temo proprio di sì», insiste Fornaro. «Per invertire la rotta spetta proprio alla politica il compito di ritrovare il dialogo e la capacità di esprimere un progetto». Le premesse non lasciano presagire nulla di buono.

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