Lispi, i sarti del ferro battuto: «Solo il digitale può salvare la tradizione»

La storia di una piccola azienda, di una crisi, di un ritorno a casa. Soprattutto, di una realtà manifatturiera che capisce che il prodotto non va solo fatto, ma anche promosso e raccontato. E che il digitale serve, tantissimo

Lispi
26 Giugno Giu 2017 1437 26 giugno 2017 26 Giugno 2017 - 14:37
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A volte non è solo un luogo comune, quello secondo cui le opportunità migliori si nascondono nelle crisi. Perché sia vero, in ogni caso, vanno colte. Ed è quel che ha fatto la Lispi, piccola bottega di Città della Pieve, in provincia di Perugia. Andiamo con ordine, però: perché Lispi comincia a fare mobili per esterni in ferro battuto negli anni ’90. Il pioniere di questa storia di capitalismo famigliare è il nonno, che inizia a collaborare con una designer danese e a dare forme semplici e lineari ad arredi dalle linee storicamente ridondanti e barocche. Il mix umbro-scandinavo funziona a la Lispi comincia a vendere gli arredi in un negozio a Roma e in due a Milano. Tutto sembra andare per il meglio.

«Mio padre non ha mai curato davvero il commerciale, anche quando le cose andavano bene», racconta Emanuele Lispi, la terza generazione dell’impresa, che negli anni della crescita era altrove. Sui banchi di scuola, prima. A fare il commerciale da un grossista alimentare poi. È nel 2011 che la famiglia chiama: «La crisi già nel 2008 aveva picchiato duro - ricorda - e già allora avevamo deciso di rinunciare ai negozi di Milano e Roma». Il peggio doveva ancora venire, però. Nel 2011, precisamente, quando la tempesta dello spread mette in ginocchio l’Italia e la cura da cavallo che ne segue deprime i consumi e gli investimenti, anche piccoli, degli italiani. La gelata colpisce i beni durevoli e, ancora di più, quelli di fascia medio-alta. Il calo di fatturato della Lispi è drammatico ed è in quel momento che Emanuele decide di tornare a dare una mano: «Il cuore ha chiamato e non ho potuto dire di no», ricorda.

«Mi piacerebbe fare molto più e commerce - spiega Emanuele Lispi, aprendo il libro dei sogni -, mi piacere personalizzare tutto quello che si può personalizzare. Mi piacerebbe fare workshop con artisti e designer per aiutarli a capire il ferro battuto. E fare più storytelling senza perdere l’identità di prodotto»

Il suo ingresso è l’inizio della piccola rivoluzione digitale della Lispi. Senza più punti vendita e con un mercato nazionale asfittico, la strada del web e dell’ecommerce è l’unica percorribile, del resto, per risalire la china: «Nella nuova strategia, il digitale era una parte fondamentale - racconta Emanuele - e il sito internet è stato il primo mattone di questa rivoluzione. Da soli, tuttavia, non ce la potevamo fare».

È qui che entra in scena Botteghe Digitali, il programma di accelerazione e accompagnamento alla digitalizzazione delle piccole imprese artigiane promosso da Banca Ifis. Che aiuta Lispi a sviluppare una strategia digitale che non prevede solo l’ecommerce: «A noi il digitale serve in tutto il ciclo produttivo - spiega Lispi -. Mi serve nella relazione con designer e artisti internazionali che ci sottopongono le loro idee, mi serve per creare un database digitale dei prodotti, mi serve per fare prototipazione 3d di quello che ho prodotto e voglio produrre. Mi serve per tutto, in pratica, non solo per vendere qualche pezzi in più».

La rivoluzione non si ferma a quanto è stato fatto sinora, però: «Mi piacerebbe fare molto più e commerce - spiega Emanuele Lispi, aprendo il libro dei sogni -, mi piacere personalizzare tutto quello che si può personalizzare. Mi piacerebbe fare workshop con artisti e designer per aiutarli a capire il ferro battuto. E fare più storytelling senza perdere l’identità di prodotto». Quel che si dice battere il ferro finché è caldo. E in questo caso, il proverbio è quantomai appropriato.​

Botteghe digitali è un progetto di Banca Ifis

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