I fan di Vasco fanno repulsione perché ti rivelano chi sei veramente

Caldo. Quarantenni pelati con zaino Invicta. Bandane colorate che nemmeno a Carnevale. La gente ai concerti di Vasco ti fa chiedere perchè hai comprato quel biglietto. Poi comincia il concerto e cominci a capire che tu e quella gente non siete poi così diversi

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GIUSEPPE CACACE / AFP

27 Giugno Giu 2017 1000 27 giugno 2017 27 Giugno 2017 - 10:00

Pur essendo molto complicata, il tedesco è la lingua europea più affascinante, specie per la sua abilità di rendere, in una parola sola, una complessità di concetti esistenziali. Un tipico esempio è “schadenfreude” che, come si sa, indica il piacere provocato dalla sfortuna altrui; altro buon esempio è “weltschmerz”, ovvero la sgradevole sensazione esistenziale che si prova davanti ai mali del mondo.
Chissà quale vocabolo avrebbero inventato i teutonici se anche a loro fosse capitato di assistere dal vivo a un concerto di Vasco Rossi. Perché ai concerti di Vasco, se ci si guarda attorno per un momento, si finisce per essere vittima di un sentimento del tutto particolare, che solo il rigore della lingua tedesca saprebbe definire in maniera compiuta.

I quarantenni pelati con lo zaino Invicta, le comitive che arrivano in pullman, le bandane colorate davanti alle quali esiterebbero anche al Carnevale di Rio, i panini alla mortazza avvolti nella stagnola, Jessica e Alan che si fanno un selfie: osservare da vicino l’umanità presente ai concerti del rocker di Zocca è un’esperienza esistenziale, che all’inizio, diciamo fino all’apertura dei cancelli, potrebbe essere circoscritta come “imbarazzo per interposta persona”.

Il brutto è che l’esperienza peggiora dopo, quando nella calca sgusci come un’anguilla tra migliaia di ascelle pezzate cercando di avvicinarti al palco. È quello il momento in cui realizzi che anche tu sei parte di quella umanità e non solo perché anche tu hai l’ascella pezzata; anche loro, come te, si sono emozionati per quelle canzoni, si sono addirittura rivisti in quelle canzoni esattamente come per anni ti ci sei rivisto tu.
La scoperta è traumatica, e preda di un impulso nichilista finisci inevitabilmente per chiederti se tra te e la tipa al tuo fianco con le sopracciglia tatuate davvero non ci sia alcuna differenza; così, l’imbarazzo che fino a un attimo prima provavi per interposta persona ora lo provi per te stesso, mettendo in discussione tutta la tua vita.

È difficile spiegare questo travaglio interiore a chi non ha mai provato sulla propria pelle la paradossale condizione di essere fan di Vasco ma di provare repulsione per il Vascorossismo, quel processo durato quarant’anni che sabato giungerà a definitivo compimento per cui la pancia del Paese, quella che sul cruscotto ha il santino di Padre Pio, si è appropriata di quello che cantava “Alibi” e “Colpa d’Alfredo” e anno dopo anno lo ha disinnescato, fino a farne un Nino D’Angelo che parla modenese. Diciamo che è simile alla vertigine che si prova quando ci si trova casualmente d’accordo con una posizione espressa da Beppe Grillo e poi si va online sul suo blog e si leggono i commenti degli utenti.

Per questi fan che potremmo definire “laici”, il rischio di essere equiparati alle Jessiche e agli Alan di cui sopra è un vero e proprio shock. Alcuni non reggono al peso e ne restano traumatizzati, iniziando ad ascoltare Ligabue, vittime di un irrimediabile cinismo della rovina. I duri e puri gettano la spugna, e a Vasco ci rinunciano, incapaci di scendere a compromessi, gettando nella spazzatura i vecchi CD per evitare ricadute.
La maggioranza invece, per rendere il fardello sostenibile, inizia a sostenere una discutibile tesi di tipo “classista”. Questi individui si convincono di essere fan privilegiati, capaci di analisi e letture semantiche superiori alla media, in grado di trovare, nelle canzoni del Blasco, dei significati inacessibili alla massa di fan in canotta.

Questi individui si convincono di essere fan privilegiati, capaci di analisi e letture semantiche superiori alla media, in grado di trovare, nelle canzoni del Blasco, dei significati inacessibili alla massa di fan in canotta

"Io non lo ascolto Vasco, io lo capisco” ti spiegano con assoluta serietà.
Un po’ come quelli che votano Cinque Stelle, ma si affrettano a specificare che loro Beppe Grillo lo detestano e che il loro è un gesto necessario e dettato dalle condizioni disperate del momento. O quelli che dicono che tradiscono la moglie, ma lo fanno in un modo diverso dagli altri, un modo che “non è proprio tradimento vedi è una cosa difficile da spiegare”.

Il punto è sempre lo stesso: arrampicarsi sugli specchi per sfuggire all’imbarazzo quando ci si scopre come gli altri, come tutti ma proprio tutti gli altri. Quando, insomma, si guarda allo specchio la propria banalità.

La dura verità, purtroppo, è che ognuno di noi possiede al suo interno un ripostiglio in cui custodisce la propria porzione di banalità. Puoi essere il più inquieto intellettuale della Sturm und Drang, ma da qualche parte, dentro di te, accadono cose inconfessabili, cose in tutto e per tutto identiche a quelle che accadono dentro Jessica e Alan che ora piangono abbracciati innalzando al cielo gli Zippo.

La grandezza diabolica di Vasco, e quella di tutti gli artisti o uomini di spettacolo o politici capaci di un successo davvero main stream, sta proprio nella capacità di avere libero accesso a quel ripostiglio di noi stessi, e di riuscire a rubarne ogni volta un pezzo diverso per farci una canzone, un quadro, un programma politico, facendoci credere che il tutto sia stato fatto apposta per noi.

A volte ci accorgiamo del furto, e l’autore lo sgamiamo subito; altre volte ci mettiamo anni; altre volte ancora, come nel caso di Vasco, il furto è fatto talmente bene che non ce ne accorgiamo mai, e anche se ce ne accorgiamo facciamo finta di niente, continuando a illuderci di essere solo noi.

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