Il sogno inconfessabile dei ricconi: possedere un vulcano

Ai più sembrerà un desiderio bizzarro e assurdo. Lo è. Ma in tanti hanno cercato di acquistarli, scambiarli, venderli. Il vulcano, per la sua spettacolarità e il suo fascino, hanno sempre attratto i personaggi più strani

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IBTA PANGIN / AFP

IBTA PANGIN / AFP

27 Giugno Giu 2017 0808 27 giugno 2017 27 Giugno 2017 - 08:08

Possedere un vulcano. Appare spesso, chissà perché, tra le fantasie di molti ricconi. Un sogno proibito, a volte espresso, quasi mai realizzato. Lo fanno per le opportunità estrattive? Forse, anche. Non solo. Lo fanno per ricavarne soldi dal flusso di turisti? Alcuni, non tutti. La maggior parte desidera un vulcano per il semplice fatto che adora l’idea di possedere un vulcano.

Uno di questi fu Robert Ripley, collezionista di stranezze americano, noto negli Usa per il suo franchise Ripley’s Believe It or Not!, che si occupa di cose bizzarre del mondo. Come si scrive qui, si era innamorato del vulcano di Paricutín, in Messico, considerato dai geologi il più giovane al mondo. La sua nascita, documentata dai giornali locali dell’epoca, risale a un periodo compreso tra il 1943 e il 1952. Apparve dopo alcuni terremoti, l’apertura di una fessura nel terreno (che prese alla sprovvista il proprietario del terreno) e una lunga fumata nera. Poi la terra si piegò e ascese al cielo, prendendo la forma del vulcano.

Il vulcano di Paricutin (Wikimedia Commons)

Ripley cercò in tutti i modi di entrarne in possesso, ma il governo messicano si oppose. Niente terra agli stranieri. A quel punto il proprietario, ben lieto di togliersi di mezzo un ammasso di lava e fuoco, lo vendette al pittore murale Gerardo Murillo Cornado, alias Dr. Atl, celebre pittore messicano che condivideva la stessa passione di Ripley per i vulcani. Belli da possedere e, nel suo caso, anche da dipingere.

Dr. Atl, "Eruzione del Paricutin" (Wikimedia Commons)

Prima di loro, però, ci furono altri eccentrici desiderosi di possedere vulcani. Ad esempio il signor Phillip Tapsell, un danese che comprò l’isola di Whakaari, che altro non è che un enorme vulcano, dagli indigeni maori in cambio di qualche barile di rum. Dopo di lui la acquistò, nel 1874, un inglese, John Alexander Wison – ma sperava di farci dei soldi estraendo zolfo. Non ci riuscì. Nel 1936, dopo vari passaggi di proprietà, subentrò George Raymond Buttle, un mercante che sognava di possedere un vulcano. Lottò contro il governo neozelandese, che voleva riprenderselo, ma vinse la partita. Permise di creare un parco nazionale intorno, ma il vulcano restò di proprietà della famiglia.

È una mania, questa, per persone ricche, ambiziose ed eccentriche. Non basta una piscina e un campo da tennis? No. Un vulcano serve sempre. E se in casa non se ne trova nessuno da comprare, si fa come Silvio Berlusconi: se ne costruisce uno. Finto, ma sempre tuo.

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