Onanismo democratico, ecco perché il Pd deve smettere di parlare di se stesso

Abbiamo la diagnosi: la malattia del Partito Democratico si chiama autoreferenzialità. E per curarla c’è solo una medicina: chiudere il congresso permanente, smetterla di pensare solo al bene della sinistra e concentrarsi sui problemi del Paese

Pd

AFP PHOTO / MARCO BERTORELLO

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27 Giugno Giu 2017 1037 27 giugno 2017 27 Giugno 2017 - 10:37

Forse non dovremmo nemmeno iniziarlo questo ennesimo articolo sul Partito Democratico, sulle sue discussioni, i suoi travagli, le sue lacerazioni, le sue faide. Forse dovremmo dedicargli quel che dedichiamo alle liti tra governativi e movimentasti nei Cinque Stelle, o alle polemiche in seno a Forza Italia tra colombe e falchi, o agli stracci che volano nella Lega tra nordisti e nazionalisti. Qualche riga di retroscena e tutti a casa.

La proporzione - manuale Cencelli alla mano - dovrebbe essere “un quarto dell’elettorato, un quarto dello spazio mediatico”. Invece no. Perché il Partito Democratico è una specie di reality show permanente della politica italiana, uno streaming continuo di direzioni, assemblee, convegni, riunioni di corrente. Nelle quali, il più delle volte si finisce per parlare del Partito Democratico stesso. Di quanto sia democratico e trasparente e aperto, del suo essere o meno di sinistra, del suo radicamento sui territori, dei suoi dirigenti troppo vecchi o troppo giovani, della sua vocazione più o meno maggioritaria.

La cosa buffa e paradossale è che il Partito Democratico avrebbe molto da dire sui giovani che non trovano lavoro, sul destino della manifattura, sulla strategia da seguire sull’immigrazione, sul welfare di domani e sull'innovazione sociale, sia in relazione a quel che ha fatto al Governo nazionale o dalle sperimentazioni negli enti locali, sia in relazione all'elaborazione culturale quotidianamente prodotta dagli intellettuali che vi gravitano attorno. Il problema è che al discorso sui contenuti, si antepone sempre e comunque quello sul contenitore.

E se fosse (anche) questa onanistica autoreferenzialità, questo continuo rimirarsi allo specchio alla ricerca dei propri pregi e dei propri difetti, questo vizio di spostare l’attenzione propria e dei propri elettori sui problemi della sinistra anziché sui problemi del Paese, ad aver allontanato il popolo dal Partito Democratico?

Ancora oggi, il giorno dopo le amministrative, è il Pd che si guadagna tutti i titoli di prima pagina. Dal Corriere della Sera a Repubblica, dal Messaggero sino addirittura al Giornale è tutto un interrogarsi su cosa debba fare Renzi e su dove debbano andare i Dem. E poi c’è Veltroni che riflette sull’identità del partito, Emiliano sulle responsabilità del segretario, Nadia Urbinati sulle faide tra i leader, Gotor sulle virate a destra, Damiano sulla necessità di ritrovare la sinistra, lo stesso Renzi - poteva mancare? - sul fondamentale dilemma delle alleanze, cui contribuisce anche una campagna social del Pd stesso che irride chi vuole convocare il “tavolo del centrosinistra”’

Domande: e se fosse (anche) questa onanistica autoreferenzialità, questo continuo rimirarsi allo specchio alla ricerca dei propri pregi e dei propri difetti, questo vizio di spostare l’attenzione propria e dei propri elettori sui problemi della sinistra anziché sui problemi del Paese, ad aver allontanato gli elettori dal Partito Democratico? Se fosse questo perenne congresso tra maggioranze e minoranze a levare spazio, tempo e ossigeno a qualunque idea e visione sul futuro dell’Italia? E se bastasse smetterla di parlare sempre e soltanto del Pd, per far rinascere il Pd?

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