Matteo Renzi e la congiura dei perdenti

È iniziata la spallata al leader dem: peccato che i protagonisti siano gente come Veltroni, Franceschini, Prodi che alla guida di partiti e coalizioni non hanno record invidiabili. Nè tantomeno una visione del mondo e uno straccio di idea innovativa

Veltroni Franceschini

VINCENZO PINTO / AFP

VINCENZO PINTO / AFP

28 Giugno Giu 2017 1029 28 giugno 2017 28 Giugno 2017 - 10:29

Ricapitoliamo. In meno di ventiquattro ore Walter Veltroni ha detto a Repubblica che “serve una nuova stagione” e che il Partito Democratico oggi sembra “la prosecuzione della Margherita”. Poche ore ed è stato il turno di Romano Prodi, che ha risposto caustico al segretario del Partito democratico: «Mi invita a spostare un po' più lontano la tenda? - ha dichiarato - Lo farò senza difficoltà: la mia tenda è molto leggera. Intanto l'ho messa nello zaino». Il tempo di un sonnellino pomeridiano ed è arrivato Dario Franceschini che ha affidato ai social network la sua collera: «Bastano questi numeri per capire che qualcosa non ha funzionato? - ha twittato mostrando il crollo dei voti democratici alle amministrative - Il Pd è nato per unire il campo del centrosinistra non per dividerlo». Buon ultimo Pierluigi Bersani, che pur non essendo più nel Pd, continua a parlare del Pd che, dice, “sta sulle scatole a un numero crescente di italiani e ha tranciato i rapporti con una sensibilità di sinistra e di civismo”.

Hanno ragione? Può essere. Del resto, da che mondo e mondo, l’allenatore è il primo a essere messo in discussione, dopo una serie di sconfitte. Renzi è dalle Europee del 2014 - primarie escluse - che non festeggia un successo elettorale. E, a livello di tattica politica, sembra non imbroccarne mezza da allora. Colpa delle sue politiche? Ci può stare, ma facciamo fatica a crederlo. L’economia, anche se poco, cresce, la disoccupazione cala e non ricordiamo mezza riforma del suo governo - giusta o sbagliata che sia - che abbia prodotto effetti recessivi o che possa essere anche solo equiparata alle sanguinose misure emergenziali messe in campo dal governo Monti, o al placido tirare a campare dei governi Letta e Gentiloni. Colpa del suo carattere, allora? Può essere, ma è lo stesso carattere che aveva nel 2012, quando era la speranza di mezza Italia, o nel 2014, quando ha stravinto le elezioni europee con percentuali che nemmeno la Dc negli anni ’50. Colpa della sua scarsa capacità organizzativa del partito? Ok, ma non dimentichiamo mai che le percentuali del Pd di Renzi sono stabilmente sopra i massimi storici di chiunque abbia retto il partito prima di lui.

È curioso che ad attaccare Renzi siano Walter Veltroni, asfaltato da Berlusconi alle elezioni del 2008, anche in virtù della scelta di non coalizzarsi con tutta la galassia dei partiti di sinistra, in nome di quella vocazione maggioritaria che oggi rinnega. O Dario Franceschini, ottimo ministro della cultura, ma pessimo segretario democratico, che raccolse l’eredità di Veltroni per trascinare il Pd a un sontuoso 26,1%. Fino a Romano Prodi, che dovrebbe essere l’ultimo a rilanciare coalizioni e grandi alleanze democratiche, visto la fine che ha fatto a incollare col Vinavil Dini e Bertinotti, Mastella e Turigliatto

Già, chi c’era prima di lui. È curioso che ad attaccare Renzi siano Walter Veltroni, asfaltato da Berlusconi alle elezioni del 2008, anche in virtù della scelta di non coalizzarsi con tutta la galassia dei partiti di sinistra, in nome di quella vocazione maggioritaria che oggi - a suo modo - rinnega. O Dario Franceschini, ottimo ministro della cultura, ma pessimo segretario democratico, che raccolse l’eredità di Veltroni per trascinare il Pd a un sontuoso 26,1% delle europee del 2009. O ancora Pierluigi Bersani, che spara da fuori, a palle incatenate, dall’alto della “non vittoria” del 2013, che passerà alla storia come il suicidio perfetto di un partito che, dopo la caduta di Berlusconi, non poteva che stravincere quelle elezioni. Fino, dulcis in fundo, a Romano Prodi, che dovrebbe essere l’ultimo a rilanciare coalizioni e grandi alleanze democratiche, visto la fine che ha fatto a incollare col Vinavil Dini e Bertinotti, Mastella e Turigliatto.

La verità è che sì, chi contesta Renzi ha molte ragioni per farlo. Ma almeno attacchi chi ha qualche titolo per farlo, qualche successo da accampare, qualche idea nuova da portare avanti. Tanto per essere chiari: quello che vediamo oggi non è nemmeno paragonabile alla conquista del partito che il giovane Matteo Renzi calò sul tavolo a partire dalla prima Leopolda, ricca di nuove facce e nuove idee. Al contrario, è l’ennesima, stucchevole replica di una manovra di Palazzo, manco fosse “Professione Vacanze” a ferragosto o “Una poltrona per due” il giorno di Natale. Ordita dai soliti professionisti delle manovre di Palazzo, ognuno dei quali - perlomeno nel ruolo di leader di partito o di coalizione - rottamato dalla Storia, prima che da Matteo Renzi. Ognuno dei quali senza uno straccio di una visione del mondo o di un’idea di Paese che non sia l’esigenza di seppellire la parentesi politica di Matteo Renzi quanto prima possibile.

Ovviamente, nessuno di loro si è preso la briga di sfidarlo alle primarie per la segreteria qualche mese fa, quando c’era l’occasione per farlo a viso aperto, confrontando programmi, idee e gradimento in quel popolo democratico cui oggi tutti fanno appello. E chi l’ha sfidato abbandonando il Pd non perde occasione, ancora oggi, per minarne le fondamenta, con la speranza che qualcosa coli e rimpingui le sue misere percentuali. Chiedetevi perché. Tutto il resto è noia.

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