Al Sud si spende poco e male. I colpevoli di un gap (quasi) incolmabile

Il ritardo del Sud Italia è una costante della storia post-unitaria. Oltre i proclami elettorali e qualche rappresentazione ipocrita, anni di governi riformisti non sono riusciti a premiare chi non scappa da queste terre. E non sono riusciti a liberarsi dei team che hanno affossato il Mezzogiorno

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29 Giugno Giu 2017 0830 29 giugno 2017 29 Giugno 2017 - 08:30
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Il lamento sul “ritardo” del Mezzogiorno è l’unica vera costante della storia unitaria. Ma a guardare i numeri si scopre una realtà assai diversa da quella che alcuni interessati cantori dell’antica questione meridionale continuano a proporre. Ed è una realtà che chiama in gioco responsabilità concretissime di governi, amministratori locali, dirigenti dello Stato, società di consulenza. Anche se non mancano esempi positivi che dovrebbero essere individuati in maniera sistematica ed imitati. Persino la Commissione Europea è chiamata a cambiare le proprie politiche se vuole recuperare la credibilità che i francesi e i tedeschi sembrano determinati a ritrovare.

Dunque i numeri. Qualche giorno fa, sui giornali italiani si è elevato per l’ennesima volta il grido di dolore. I dati Istat, infatti, dicono che dal 2007 – l’anno prima della crisi - il reddito pro capite nel Centro Nord è cresciuto (in termini nominali) di circa 300 euro; al Sud è riuscito a ridursi di 500. Oggi un cittadino meridionale guadagna poco più della metà di uno che abita al Centro Nord (54%). Nulla di nuovo sotto il sole, per la verità. Nel 1950 – quando Pasquale Saraceno fondò la Cassa per il Mezzogiorno – sotto il Garigliano il reddito pro capite era il 70% di quello registrato nel resto del Paese. Nel 1990 eravamo poco sopra al 60%. L’anno prima la Germania dell’Ovest si faceva carico di quella dell’Est e di divari molto maggiori: il rapporto in termini di reddito tra Lander orientali e occidentali era attorno al 35%; in solo dieci anni il divario era più basso di quello che ha diviso l’Italia in due per un secolo e mezzo.

Ma torniamo al periodo 2007 – 2015. Il divario tra le due aree del Paese è aumentato ed in termini reali è andata molto peggio: il Sud ha perso per strada il 13% del proprio PIL e buona parte del proprio potenziale di crescita futura, emigrato insieme ad un’intera generazione tra i 20 e i 40 anni.

Tuttavia ciò che non quadra nella contabilità del (sotto) sviluppo è che il Sud nello stesso periodo (2007 -2015) ha avuto a disposizione 76 miliardi di EURO. Considerando solo i fondi strutturali ed, anzi, solo il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (quello che serve a costruire ponti e che, sempre di più, dovrebbe finanziare l’innovazione) ed il Fondo Sociale Europeo che paga la formazione professionale e le politiche attive per il lavoro che sono il cardine di uno Stato che voglia attrezzarsi alle trasformazioni che si stanno abbattendo su sistemi economici maturi. Settantasei miliardi di euro che diviso i 300 miliardi che è il PIL nelle cinque regioni meridionali che qualcuno chiama, spiritosamente, “convergenti”, fa l’1,7% all’anno, per quattrodici anni.

Se avessimo, insomma, distribuito questi soldi con un qualche elicottero (come qualcuno chiedeva a Draghi) o con qualche incentivo fiscale automatico, a tutti quelli che sono residenti nel Sud, ne avremmo accresciuto il reddito e la capacità di acquisto dell’1,7%. Il risultato finale è, invece, che nel Sud si sono impoveriti di un valore uguale e di segno contrario (-1,7%)!

Se avessimo, insomma, distribuito questi soldi con un qualche elicottero (come qualcuno chiedeva a Draghi) o con qualche incentivo fiscale automatico, a tutti quelli che sono residenti nel Sud, ne avremmo accresciuto il reddito e la capacità di acquisto dell’1,7%. Il risultato finale è, invece, che nel Sud si sono impoveriti di un valore uguale e di segno contrario (-1,7%)

Certo questo è solo un esercizio numerico e mi sembra già di sentire chi fa notare che, magari, senza fondi strutturali il Mezzogiorno sarebbe sprofondato ancora di più. E tuttavia molte evidenze convergono a far pensare che tutta la pesantissima macchina – amministratori e esperti di fondi strutturali, distribuiti su livelli istituzionali diversi – non aumenti il valore complessivo della spesa. Ma lo ritardi e – cosa molto più grave – lo riduca in molte circostanze.

Del resto, il problema non è solo – come molti dicono – che non riusciamo a spendere fondi strutturali. Anzi su questo aspetto ci sono stati miglioramenti. Il fatto è che anche quando riusciamo ad accelerare la spesa, i dati macroeconomici non se ne accorgono. Nel 2015 ad esempio grazie all’azione del Governo, c’è stata effettivamente un’accelerazione: in un solo anno, secondo la ragioneria generale dello stato, spendemmo 7 miliardi di euro di fondi che rischiavamo di perdere. Peccato che in quello stesso anno il PIL delle regioni beneficiate è aumentato sì, ma in valore assoluti meno (6 miliardi) della maggiore spesa.

In buona sostanza, è vero che non spendiamo. Ma quando lo facciamo l’Istat non se ne accorge.

In realtà è vero che sarebbe meglio spendere i soldi per lo sviluppo del Sud in maniera non automatica. Concentrandoli nella rimozione dei vincoli che impediscono al Sud di conseguire propri vantaggi competitivi. Ad esempio in settori (peraltro con grandi prospettive) come il turismo e l’industria che ruota attorno al cibo. Per riuscirci però abbiamo bisogno di idee. Di grandi professionalità. Di visioni globali di fenomeni economici complessi. DI riattrarre al Sud il talento che il Sud ha perso. Ed invece buona parte della dirigenza che di Sud si occupa è fatta di squadre che perdono ma nessuno ha mai cambiato. Di società di consulenza che accompagnano le amministrazioni da un fallimento ad un altro e presidiano un mercato che vale 3 miliardi di euro (l’assistenza tecnica alle amministrazioni che gestiscono i fondi strutturali) trasformato in un territorio protetto da barriere all’entrata. Barriere che, finalmente, stanno scricchiolando grazie alle istruttorie dell’Antitrust. Mentre, di ieri è la sentenza del Consiglio di Stato che annulla una gara simile (CONSIP) che è apparsa riservata a pochissimi soggetti. Certo ci sono eccezioni importanti. Ma il cancello principale della “comunità autoreferenziale” che si occupa dello sviluppo del mezzogiorno è chiuso ed invece l’investimento straordinario dovrebbe essere in idee, dibattito trasparente, innovazione.

La responsabilità di almeno quattro governi riformisti è stata quella di non aver “rottamato” incompetenze e interessi deboli che del Sud hanno bisogno. Non aver premiato – aldilà di qualche rappresentazione ipocrita – chi ha resistito in territori sempre più soli. È una responsabilità anche della Commissione Europea perché 43 dei 72 miliardi europei vengono dal bilancio comunitario. Ciò rende ancora più grave la colpa dell’Italia che ogni anno puntualmente litiga con la Commissione sui decimali del deficit pubblico per poter spendere di più propri soldi, quando non riesce a utilizzare bene quelli messi a disposizione della Commissione. Ma la stessa Commissione deve sfuggire alla trappola delle politiche condivise, laddove non si capisce più chi risponde di eventuali fallimenti. La credibilità delle istituzioni comunitarie si ricostruisce anche su queste partite operative e non solo sui principi e sulle modifiche dei trattati.

Il Sud è in declino costante perché non riusciamo più neppure a immaginare la fine di una tragedia comica che ha centocinquantasette anni. L’unico vero cambio di marcia sarebbe quello di programmare il superamento della questione più antica in una sola legislatura. Lo hanno fatto i tedeschi a cui continuiamo ad attribuire le colpe di malattie che sono diventate croniche solo per colpa nostra.

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