La cultura è un’industria, non un museo da spolverare: lo capiremo, prima o poi?

90 miliardi di valore aggiunto, il 17% di tutta la ricchezza prodotta in Italia. Ma c’è ancora chi pensa - molti - che con la cultura non si mangi. Un errore cruciale che altri, la Gran Bretagna su tutti, si guardano bene dal fare

design italia

MIGUEL MEDINA / AFP

MIGUEL MEDINA / AFP

30 Giugno Giu 2017 0850 30 giugno 2017 30 Giugno 2017 - 08:50
WebSim News

In Gran Bretagna c’è un ente che si chiama Federazione per le industrie creative. È una realtà indipendente nata nel 2015 per tutelare il settore industriale che più era cresciuto negli anni precedenti, quello che va dalla pubblicità all’architettura dai videogame alle arti performative dal design all’editoria, sino all’industria musicale. Un settore che da solo, nell’isola di Sua Maestà produce un valore aggiunto pari a 87 miliardi di sterline -100 miliardi di euro, al cambio di oggi - e che tra il 2011 e il 2015 è cresciuto del 34% e ha creato più posti di lavoro di tutta l’economia britannica nel suo complesso.

Sono preoccupate, le industrie creative britanniche, perché temono che la Brexit le indebolisca, che la loro permanenza in Gran Bretagna possa diventare un problema. Meglio ancora: sanno di avere una bella carta negoziale in mano, perché nel mondo c’è chi farebbe carte false, per portarsele a casa. E allora rilanciano, proponendo un manifesto in dieci punti per promuovere al meglio queste realtà.

Vogliono essere considerati un settore prioritario nelle negoziazioni sulla Brexit, loro che si erano schierati nettamente a favore della permanenza nell’Unione Europea, «per ragioni molto pratiche». Vogliono un sistema di visti a misura dell’attrazione dei migliori cervelli del mondo. Vogliono strategie commerciali in grado di raddoppiare la capacità di esportare delle imprese creative. Vogliono l’introduzione di zone creative speciali, network per l’accelerazione del business, il lancio di una campagna che incentivi le carriere creative, dall’orientamento ai programmi scolastici e fare crescere gli investimenti in arte e cultura.

In Italia non c’è una federazione delle industrie creative, invece. Però c’è un’industria culturale e creativa altrettanto florida che produce 89,9 miliardi di valore aggiunto, che ne muove un indotto di 250 e che genera quasi il 17% di tutta la ricchezza prodotta in Italia. Ne da testimonianza, come ogni anno, il rapporto “Io sono cultura” di Fondazione Symbola, una delle poche enclave italiane che ha fatto proprio questo paradigma, la cui azione è servita anche per la proposta di legge sulle imprese creative e culturali, presentata l’11 marzo 2015 da Anna Ascani del Partito Democratico e da un’altra sessantina di deputati e che dopo una buona dose di compromessi e riduzioni arriva finalmente in aula a luglio, dopo più di due anni.

In Italia non c’è una federazione delle industrie creative, invece. Però c’è un’industria culturale e creativa altrettanto florida che produce 89,9 miliardi di valore aggiunto, che ne muove un indotto di 250 e che genera quasi il 17% di tutta la ricchezza prodotta in Italia

Non è un caso, questo ritardo: può sembrare un’ovvietà, ma la levata di scudi contro i direttori che hanno raddoppiato gli introiti delle istituzioni museali che sono stati chiamati a gestire è sintomatica di una visione della cultura come un corpo morto da tutelare che nemmeno deve avvicinarsi allo sterco del demonio capitalista, più che come un’industria da promuovere e da mettere a valore. Valga per tutte la fatwa - legittima e coerente, ci mancherebbe - di Tomaso Montanari, secondo cui «oggi la storia dell’arte non è più un sapere critico, ma un’industria dell’intrattenimento “culturale” (rigorosamente tra virgolette, ndr)», e dunque, prosegue, «fattore di alienazione, di regressione intellettuale e di programmatico ottundimento del senso critico».

Visione legittima, questa. Cui contrapponiamo, molto modestamente, quella secondo cui non solo la cultura è un’industria, non solo lo è nella sua più ampia accezione possibile - dai musei al design di prodotto, dal cinema ai siti archeologici -, ma è anche il pezzo di economia che può far davvero ripartire l’Italia: «Chi opera nel campo delle professioni culturali e creative possiede un più alto livello d’istruzione e ottiene un reddito da lavoro circa il 15% più alto di quanto avviene mediamente - dice il presidente di Unioncamere Ivan Lo Bello - Puntare sulla cultura e sulla creatività significa, quindi, puntare su competenze in grado di affrontare la stagione dell’Industria 4.0».

«Cultura e creatività sono la chiave di volta in tutti i settori produttivi», gli fa eco Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola che si ritroverà come ogni anno nelle Marche, tra Macerata e Treia, tra il 5 e l’8 luglio per il festival della soft economy e per la quindicesima edizione del suo seminario estivo: «Se l’Italia produce valore e lavoro puntando sulla cultura e sulla bellezza aiuta il futuro», continua. Forse basterebbe capisse che la cultura produce anche cultura e lavoro, giusto per provare a riconoscere cos’è che sta trainando la nostra economica, senza che ce ne rendiamo nemmeno conto. Sarebbe anche ora.

Potrebbe interessarti anche