L’azienda va bene, ma licenzia: nel milanese cento operaie perdono il posto

La fabbrica produce elettrovalvole, il lavoro non manca. Le donne si sono rivolte a Montecitorio. «È inaccettabile - spiega Laura Boldrini che le ha ricevute - chiederò al ministro Calenda di aprire un tavolo. Senza lavoro non c’è giustizia». Quel precedente della lite tra la presidente e Marchionne

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30 Giugno Giu 2017 1300 30 giugno 2017 30 Giugno 2017 - 13:00

«Siamo persone, non numeri da mettere a bilancio». Sedute sui divani di Montecitorio, le operaie raccontano il loro dramma. Sono una ventina, alcune sono arrivate alla Camera con la divisa da lavoro: maglietta e pantaloni blu. Rappresentano un gruppo di cento dipendenti, quasi tutte donne, della Ceme Spa, azienda che produce elettropompe e valvole di sicurezza per elettrodomestici. Fino a pochi giorni fa realizzavano elettrovalvole per le macchine del caffè espresso in una fabbrica del milanese. Il 5 giugno è arrivata la lettera di licenziamento.

Nonostante i buoni risultati aziendali, la proprietà ha deciso di chiudere lo stabilimento. «Con il conseguente esubero di tutto il personale ivi impiegato» recita la lettera che hanno portato. Dopo la rabbia e lo spaesamento, il tentativo di reagire. Qualche giorno fa le operaie hanno scritto alla terza carica dello Stato. Adesso sono arrivate alla Camera dei deputati per denunciare il caso davanti a Laura Boldrini. Dopo il corridoio dei busti, superata la sala della Lupa, vengono accolte nel salottino davanti allo studio della presidente. Davanti a un bicchiere di tè freddo raccontano loro vicenda. Parlano dell’azienda, una società nata e cresciuta a Carugate, vicino Milano. «Una realtà solida, un caso di successo ed eccellenza che abbiamo tutti contribuito a creare». In tutta Italia ci sono tre stabilimenti, un altro è stato aperto in Cina. Su quasi 500 dipendenti nel nostro Paese, un centinaio sono nella fabbrica che sta per chiudere.

“Siamo persone, non numeri da mettere a bilancio”. Sedute sui divani di Montecitorio, le operaie raccontano il loro dramma. Alcune sono arrivate alla Camera con la divisa da lavoro: maglietta e pantaloni blu. Fino a pochi giorni fa realizzavano elettrovalvole per le macchine del caffè espresso in una fabbrica del milanese. Il 5 giugno è arrivata la lettera di licenziamento

Il paradosso? A sentire le dirette interessate, l’azienda va bene: «Nel 2008 abbiamo superato la crisi senza neppure un licenziamento. Fatturiamo 140 milioni di euro e quest’anno abbiamo persino raggiunto un record, con un aumento del 20 per cento». La chiusura della fabbrica non nasce dalla mancanza di lavoro, spiegano. Piuttosto «per procedere alla sua esternalizzazione presso i terzisti della società già attivi sul territorio». Le lavoratrici adesso chiedono l’aiuto delle istituzioni. «Nessuno dell’azienda ci ha detto nulla - scrivono nella lettera inviata alla Camera - nessuno si è preso la briga di parlare con noi, di comunicare qualcosa ai nostri rappresentanti sindacali». Oltre al danno, la beffa. Raccontano che nell’ultimo periodo, la società avrebbe persino chiesto ai lavoratori alcuni straordinari per evadere i numerosi ordini.

«È una cosa paradossale - spiega Laura Boldrini alle operaie - In un Paese dove solo il 47 per cento delle donne hanno un lavoro, un’azienda che non ha problemi economici licenzia proprio le donne. È inaccettabile». Le operaie vengono accompagnate nella sala delle donne. Il luogo creato in questa legislatura per rendere omaggio alle “madri costituenti”, le protagoniste della nostra storia repubblicana. C’è tempo per una riflessione con le lavoratrici. «Una volta chi aveva esperienza veniva valorizzato, ora se hai 50 anni sei considerato un peso, come se l’età fosse un disonore», dice la presidente. Una deriva particolarmente pericolosa quando si parla di lavoro. «Oggi le aziende non hanno volto, c’è solo il profitto. Scompare il rapporto umano, si diventa numeri. Ma sposando questo modello si creano i presupposti per la disgregazione sociale, è un rischio anche per la democrazia».

«È una cosa paradossale – spiega Laura Boldrini alle operaie – In un Paese dove solo il 47 per cento delle donne hanno un lavoro, un’azienda che non ha problemi economici licenzia proprio le donne. Inaccettabile»

Lavoro e occupazione, un tema ineludibile per le istituzioni. Non è la prima volta che la presidente si dedica a questo argomento. A inizio legislatura, ricordano nei corridoi di Montecitorio, aveva deciso di ospitare alla Camera una delegazione di lavoratori metalmeccanici dell’indotto Fiat. Ne era nato un duro confronto con Sergio Marchionne, terminato con uno scambio lettere tutt’altro che amichevoli e la decisione di disertare la visita allo stabilimento Sevel in Abruzzo. In questi anni sono state invitate a Montecitorio numerose delegazioni sindacali e rappresentanze di lavoratori esodati. Risale al 2015 la visita all’acciaieria Arvedi di Cremona. Lo scorso anno, in occasione del primo maggio, la presidente di Montecitorio ha voluto incontrare alcune braccianti agricole a Mesagne, in Puglia. Un’occasione per denunciare il dramma del caporalato. Risale a poche ore fa, invece, la telefonata con i familiari di Concetta Candido, la donna disoccupata che due giorni fa si è data fuoco nella sede Inps di Torino.

Mentre le lavoratrici di Ceme Spa si attardano a visitare la Camera, Laura Boldrini si ferma per una riflessione a margine dell’incontro. «Il lavoro è una questione centrale» racconta. «Ecco perché ho sempre cercato di inserirlo al centro della mia attività istituzionale. Senza lavoro non c’è giustizia sociale, né democrazia». Eppure non sempre il tema è considerato una priorità. «E poi qualcuno si lamenta perché la gente non va più a votare - insiste la presidente - Ma l’astensionismo è un chiaro segnale di sfiducia verso la politica e le istituzioni». Finita la visita, con le lavoratrici c‘è tempo per prendere un impegno. La presidente della Camera assicura che sentirà il ministro Carlo Calenda, «Chiederò di aprire un tavolo per trovare una soluzione a questa vicenda».

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