Lega e M5S, l’inciucio della grande destra resta (per ora) solo un sogno

Respinto ogni tentativo di apparentamento: le due formazioni politiche sono molto diverse e lo rivendicano, però su alcuni punti (migranti) si muovono all’unisono

Dimaio Solo
30 Giugno Giu 2017 1045 30 giugno 2017 30 Giugno 2017 - 10:45

Altro che inciucio. Altro che alleanza Lega e Cinque Stelle. Sul palco di Garda d’Autore, evento principe dell’estate organizzato da Visverbi a Garda, sulle rive dell’omonimo lago, secondo alcuni avrebbe dovuto sigillarsi, almeno a parole, il patto del M5S (nella persona di Luigi Di Maio) con Matteo Salvini, il leader della Lega. Non è andata così. Il primo motivo, molto semplice, è perché Salvini non c’era. Al suo posto i due vice-segretari, Lorenzo Fontana (fresco di vittoria a Verona) e Giancarlo Giorgetti. Il secondo, invece, riguarda proprio Di Maio, il leader in pectore, che ha escluso ogni ipotesi di alleanza: i cinquestelle «corrono da soli». Aspirano al governo – meglio se con il 40% – e se dovessero mancare il risultato, be’, si vedrà. Chi vorrà aderire al loro progetto li potrà appoggiare. Punto per punto.

[Qui il video]

Ma – va ricordato – il confronto si è giocato nel Veneto, anche se di confine. E Di Maio non ha risparmiato niente. Nella sua ora di intervento, accompagnato dalle domande del giornalista Gianluigi Nuzzi, ha ricevuto 21 applausi contati. Uno accompagnato perfino da fischi (all’americana, cioè d’approvazione). A conti fatti, aveva gioco facile. Prima ha colpito le ferite fresche, cioè «le banche venete, che hanno preso i soldi degli imprenditori e li hanno dati agli amici degli amici». Poi ha proseguito esaltando «la lotta agli sprechi» del M5S, da applicare a una sua ipotetica finanziaria. Non dimentico di essere al nord, si è lamentato delle «troppe tasse, in particolare rapportate ai servizi. Con tutte quelle che paghiamo dovremmo avere le strade lastricate d’oro».

«È facile fare gli europeisti con le frontiere degli altri»

Luigi Di Maio, M5S, vice-presidente della Camera

Certo, dal repertorio non è mancata l’accusa di lobbying alle compagnie petrolifere («Faccia qualche nome», chiede Nuzzi, «i nomi non contano», risponde Di Maio e poi rifila, quasi senza pensarci, una «Total», anche «se la Guidi è stata assolta»), e nemmeno il progetto di «una banca pubblica per gli investimenti», insieme al «reddito di cittadinanza, che combatte l’assistenzialismo» (ma non si capisce bene come). L’argomento caldo, sia per l’attualità sia per la vicinanza alla destra di Salvini, è però quello dei migranti: «Il Pd è impossibilitato dal punto di vista ideologico ad affrontare il problema dell’immigrazione: è sempre pronto a dare del fascista a chi propone ricette diverse». E Di Maio si sa, i “taxi del mare”, «che sono cosa diversa dalle “ambulanze del mare”», li denuncia da parecchi mesi: «A questo punto sarebbe meglio creare un traghetto Tripoli-Trapani». Allitterazione, battuta, e via: applausi, ancora, sempre più forti.

Minniti? No, grazie. È tutta immagine. «L’unico cambio di rotta è stato quello del suo aereo». L’immigrazione «è un business», e pazienza se Papa Francesco non è d’accordo. Anche perché «non si fanno le campagne elettorale su quello che dice il Papa: io me la prendo con altri, me la prendo con Macron». E perché? Dice e poi non fa. Gli altri hanno i muri, l’Italia ha Dublino III, e l’obbligo di registrare i nuovi arrivati. «È facile fare gli europeisti», semicita, «con le frontiere degli altri». Il pubblico esplode.

Con la sicurezza di chi ha conquistato l’uditorio, il leader pentastellato snocciola soluzioni, più o meno realistiche, come «dare i 10 miliardi ora convogliati sulla Turchia – ma solo per difendere la Germania dal flusso – ai Paesi di provenienza dei migranti, perché possano creare posti di lavoro, centri di istruzione, università». Chiaro, è difficile («Non è mai successo», puntualizza Nuzzi. «Dipende dalle persone», replica). Soprattutto, comincia un dialogo: il M5S correrà da solo, certo, ma dopo, se non avrà la maggioranza, chiederà appoggi per «la banca pubblica per gli investimenti, il reddito di cittadinanza» – da «togliere all’assistenzialismo pubblico» – e «la difesa del codice antimafia». Non teme cinque anni da opposizione: teme «cinque anni di governo Renzi». E tutti applaudono.

«Gli imprenditori sono a favore dell’euro: ci hanno guadagnato. Anche i banchieri sono a favore dell’euro: ci hanno guadagnato pure loro. Le persone normali, invece, ci hanno perso»

Giancarlo Giorgetti, capogruppo della Lega Nord alla Camera

Dall’altra parte, cioè subito dopo di lui sullo stesso palco, ci sono i leghisti. Che prima di tutto cercano di respingere gli attacchi: si difendono dalle accuse sulle banche venete, «anche perché lo stesso Luca Zaia ci ha perso dei soldi», e rilanciano il loro sdegno verso chi, in piena crisi, «si permette di fare shopping in via Montenapoleone». Il riferimento a Gianni Zonin, ex presidente della Banca Popolare di Vicenza, nullatenente e indagato per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, visto pochi giorni prima a Milano a fare acquisti di lusso.

Di fronte alle domande di Paolo Liguori (per loro non c’era Gianluigi Nuzzi) riprendono in mano le loro iniziative: il referendum sull’autonomia, per esempio. Ma non basta. Il pubblico è meno ben disposto. «Noi saremo anche populisti», concede Giorgetti, «ma con un principio di realtà». È qui la differenza? «Il potere d’acquisto si è dimezzato. La nostra polemica con l’euro nasce da qui: non da un odio generico per l’Europa». Anche perché «gli imprenditori sono a favore dell’euro: ci hanno guadagnato. Anche i banchieri sono a favore dell’euro: ci hanno guadagnato pure loro. Le persone normali, invece, ci hanno perso» e la Lega starebbe con queste ultime.

In fondo, la differenza con i pentastellati non è di poco conto: «L’Italia si divide in due», continua Giorgetti. Non più la romantica divisione bossiana tra Nord e Sud, tra lavoratori e romani. Bensì «tra chi vuole lavorare senza che lo Stato gli dica cosa deve fare» e chi, invece, «vuole lavorare con lo Stato». Le chiacchiere, come si dice, stanno a zero: qui il Movimento sta di qua, la Lega sta di là. «Noi non vogliamo il reddito di cittadinanza perché non vogliamo regali da parte dello Stato». Stessa cosa per la banca per gli investimenti (che incontra tutti gli scetticismi di un partito che fu incendiario, da giovane) contro le mani libere per gli imprenditori.

E allora, se – come fa notare Fontana – l’Italia ha funzionato quando non era unita perché non era omologata, e l’Europa fa lo stesso, cioè omologa. È un problema, specie se si sottrae all’emergenza degli sbarchi. Eh sì, l’unico punto di incontro, ora e oggi, è il problema dell’immigrazione. Bisogna chiedere scusa a Salvini, dicono, «perché quando lo diceva lui, che bisognava bloccare gli ingressi, volavano insulti», tra cui «bestie» (e chi pensa a Renzi non sbaglia). Ora il clima è cambiato, i migranti sono “troppi” e le politiche di accoglienza non funzionano più. Una piccola vittoria politica (con applausi, questi sì, anche per loro).

Certo, quando i due vice-segretari parlano di alleanze con Silvio Berlusconi, non trovano consensi. Meno ancora quando dichiarano che «la Lega non ha interessi da tutelare, o lobby da coprire». Ma sono argomenti lontani. All’irruenza del giovane movimento si contrappone la calma del partito più vecchio in circolazione. Le idee sono diverse, le filosofie (statalismo vs liberismo) anche. Ma, a conti fatti e a convegno finito, la consapevolezza rimane, come (forse) anche la speranza. «Potrebbe succedere», si dice in giro, tra una bevuta. Non è da escludere, ci si corregge. E tutti sanno di cosa si parla. Le alleanze non si firmano ai convegni, certo, e Giggino Di Maio è già lontano chilometri. Ma nonostante le diversità, le distanze, le retoriche opposte, forse un punto d’incontro c’è. Magari è solo un sogno fantapolitico precipitato sulle pagine dei giornali. Magari, be’: magari no.

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