Europa

Migranti, l’intesa Italia-Francia-Germania è solo una chimera

L’Italia ottiene una “piena intesa” a tre con Francia e Germania prima del consiglio informale di Tallin del 6 e 7 luglio. Ma i ministri dell’Interno degli Stati membri dell’Ue respingono da tempo la condivisione delle responsabilità sui flussi migratori

Intesaatre

Marco Minniti, Thomas de Maizière, Gerard Collomb e Dimitris Avramopoulos (Foto tratta dal profilo Twitter di Gerard Collomb)

3 Luglio Lug 2017 1227 03 luglio 2017 3 Luglio 2017 - 12:27

L’obiettivo del ministro dell’Interno Marco Minniti era arrivare al Consiglio degli affari interni del 6 e 7 luglio a Tallin, in Estonia, con le spalle più forti delle altre volte, sostenuto da Francia e Germania. E in effetti, davanti al Commissario europeo per le migrazioni Dimitris Avramopoulos, a Parigi l’intesa a tre per un approccio coordinato sulla gestione dei flussi migratori è stata raggiunta, con un documento in preparazione che prevede la regolamentazione dei finanziamenti delle ong, che potrebbero essere invitate ad approdare anche nei Paesi in cui battono bandiera, il divieto di attuare operazioni di salvataggio in acque libiche, maggiori finanziamenti alla Libia per il controllo delle coste e l’attuazione dello schema di relocation in Europa. Ma le dichiarazioni di intenti sono una cosa, la messa in pratica un’altra. E l’Europa va oltre il triumvirato Germania-Francia-Italia. Molti dei ministri degli interni dei 28 Stati membri che saranno presenti a Tallin si sono già dimostrati contrari a condividere con l’Italia la responsabilità sui migranti. Il patto a tre, così come le quote, i ricollocamenti, la riforma del diritto d’asilo in discussione a Bruxelles, le varie agende europee sull’immigrazione e gli innumerevoli vertici straordinari rischiano di rimanere ancora una volta lettera morta.

Il premier Paolo Gentiloni ha già messo le mani avanti: «L’iniziativa italiana ha prodotto alcuni primi risultati e mi auguro che generino effetti concreti». L’obiettivo di Roma è chiaro: diminuire gli sbarchi e alleviare la pressione sulle nostre coste. Secondo i dati del Viminale, nei primi sei mesi del 2017 sono arrivati in Italia 83.360 migranti, il 18,7% in più dell’anno scorso. Tanto che l’ambasciatore italiano a Bruxelles si sarebbe spinto a minacciare il blocco dei porti italiani alle navi delle ong straniere. Per le organizzazioni non governative che salvano i migranti nel Mediterraneo ora si ipotizza un «codice di condotta». Ma la richiesta più importante di Roma ora è quella di riscrivere il mandato di Frontex, per permettere alle navi dell’agenzia europea di far sbarcare i migranti non solo nei porti italiani, ma anche in quelli di altri Paesi europei. Inclusi i porti di Marsiglia e Barcellona. E pure quello di Tunisi, cercando quindi di arrivare a definire la Tunisia come “Paese sicuro” per chi chiede asilo.

Ma la strada è tutta in salita, anche all’interno dello stesso triumvirato. Il presidente francese Emmanuel Macron ha già messo le mani avanti con la distinzione tra migranti economici e rifugiati. E il ministro dell’Interno di Parigi Gerard Collomb, che ieri ha incontrato Minniti dichiarando «solidarietà all’Italia per affrontare la crisi migratoria», è quello che ha accelerato i respingimenti al confine con l’Italia. Da Parigi tra l’altro non c’è alcun lasciapassare per far sbarcare le navi cariche di migranti anche nei porti francesi. Angela Merkel, d’altro canto, con le elezioni alle porte, è difficile che si esporrà più di tanto su un tema caldo per l’opinione pubblica come le migrazioni. Poi c’è da affrontare il blocco dei Paesi di Visegràd, che proprio non ne vogliono sapere di condividere con l’Italia la gestione dei flussi.

Dichiarazioni di intenti a parte, la cooperazione europea sui migranti resta una chimera. Oltre l’operazione Triton nel Mediterraneo centrale, non c’è nulla. La riforma del diritto d’asilo, che dovrebbe eliminare il criterio del primo Paese d’approdo e stabilire una redistribuzione automatica, è in discussione all’Europarlamento ma andrà a sbattere – come abbiamo scritto – contro il muro del Consiglio, che nel frattempo sta facendo melina. E nonostante l’accordo firmato a settembre 2015 da tutti gli Stati membri per ricollocare 160mila migranti, il programma non è mai partito: ci sono stati come la Polonia o l’Ungheria che non hanno accolto ancora nessuno dei migranti previsti dalle quote. Dall’Italia sono state ricollocate poco più di 7mila persone, di cui solo cinque minori non accompagnati. Dalla Grecia meno di 13mila.

La Commissione Ue finora ha cercato di convincere gli Stati membri a cambiare direzione per mantenere l’unità sulla gestione dell’immigrazione, promettendo intanto un maggiore sostegno economico all’Italia per affrontare i flussi massicci. Ma nei mesi scorsi le posizioni del blocco di Visegrad, appoggiato dall’Austria, si sono solo inasprite. E alla fine, a metà giugno il commissario Avramopoulos ha deciso di avviare le procedure di infrazione per Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca per i mancati ricollocamenti.

Difficile ora che in questo clima di divisioni gli Stati membri accettino i punti proposti da Italia, Francia e Germania sulla condivisione delle responsabilità. Basta guardare quello che ha già dichiaro il ministro degli Interni estone Andres Anvelt, che il 6 e 7 luglio guiderà la riunione di Tallin. «All’Italia non daremo nessuna risposta», ha detto, «nessuna decisione ufficiale può essere presa in una riunione informale». Ma, ha aggiunto, «ascolteremo» per capire come «affrontare la questione della protezione delle frontiere, dei porti e le relazioni con la Libia». Chi si aspettava dalla presidenza estone dell’Ue un impegno maggiore rispetto a quella maltese sulla condivisione della responsabilità sul fronte dei richiedenti asilo dovrà richiedersi. Non basterà l’intesa a tre a cambiare l’Europa.

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