Finanziamenti al terrorismo, le segnalazioni raddoppiano (e sono solo la punta dell’iceberg)

Secondo il rapporto annuale dell’Uif della Banca d’Italia le segnalazioni sono salite in un anno da meno di 300 a 741. Il motivo? Più controlli sulle onlus e sui money transfer. Ma soprattutto più pressioni e sanzioni ai professionisti e bancari che non segnalano le operazioni sospette

Soldi Terrore

Appunti e banconote ritrovate nell’appartamento dell’attentatore della strage di Capodanno di Istanbul

CREDITOZAN KOSE / AFP

4 Luglio Lug 2017 1019 04 luglio 2017 4 Luglio 2017 - 10:19
WebSim News

La lotta ai finanziamenti del terrorismo ha fatto dei passi avanti, anche in Italia, ed è una buona notizia. Lo dicono i dati del rapporto annunale dell’Uif, l’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia. Le segnalazioni di operazioni sospette legate al terrorismo sono più che raddoppiate: nel 2015 erano 273, nel 2016 sono salite a 619, una cifra che sale a 741 tenendo conto di quelle che originariamente erano state qualificate come semplice riciclaggio. Nel 2014 il conto si era fermato a 93.

Una segnalazione è solo un sospetto. Serve poi un lungo lavoro di indagine per ricostruire se una associazione non profit sospettata di essere un punto di raccolta del radicalismo islamico si attivi anche per fare arrivare soldi ai foreign fighter o per organizzare attentati in Occidente. Ma di certo chiudere gli occhi o limitarsi al minimo sindacale dei controlli, da parte di commercialisti o impiegati di banca, non basta più. Per questo vanno visti con favore tre risultati che si sono ottenuti: più controlli sulle “onlus”; più monitoraggio sui Money Transfer (storicamente e ancora oggi difficilissimi da controllare, ma che rappresentano il 16% delle 100mila segnalazioni di riciclaggio avvenute in Italia); e infine la maggiore collaborazione di professioni come i commercialisti e degli impiegati di banca, tenuti per legge a fare le segnalazioni.

Questa maggiore collaborazione è stata, inutile negarlo, non solo da una maggiore sensibilità di fronte al crescere degli attentati. È stata il risultato di un pungolo appuntito delle autorità. Uno degli aspetti chiave, Mario Turla, consulente nel settore dell’antiriciclaggio e cofondatore della startup T3M Innovation, è stato l’accordo tra la Uif e le procure di Milano e di Roma. «C’è finalmente uno scambio di informazioni diretto tra le procure e la Uif - commenta -. Molte delle segnalazioni si fermavano a monte, a livello del Nucleo speciale di Polizia Valutaria o della Dia». Un secondo pungolo è venuto dalla pressione triplice arrivata da Banca d’Italia, Uif e magistrati. I giudici, in particolare, nel corso di diversi procedimenti hanno avviato delle indagini per “mancata segnalazione di operazioni sospette“. Un terzo motivo di pressione sui segnalanti, spiega Turla, è meno intuitivo: deriva dalla depenalizzazione della stessa mancata segnalazione di operazioni sospette, prevista dalla Quarta Direttiva antiriciclaggio. In precedenza raramente venivano effettivamente avviati procedimenti penali per mancata o inadeguata verifica di operazioni sospette. Ora le sanzioni amministrative sono più frequenti e fanno male. Tuttavia, commenta Turla, «i miglioramenti possibili sono ancora molti», le 741 segnalazioni «sono ancora la punta dell’iceberg».

Sono tre i risultati che si sono ottenuti: più controlli sulle organizzazioni islamiche che raccolgono denaro; più monitoraggio sui Money Transfer, storicamente impermeabili ai controlli; e più collaborazione di professionisti e degli impiegati di banca, tenuti per legge a segnalare le operazioni sospette

Alla base del raddoppio delle segnalazioni c’è però molto altro, a partire dalla “prevenzione e repressione sul territorio nazionale”, come recita la relazione annuale. Sono due gli approcci seguiti: il primo consiste nel seguire i sospetti, singoli indagati o “designati” (37% delle segnalazioni) o le organizzazioni, soprattutto legate alla fede islamica, che trasferiscono denaro in zone a rischio attraverso i money transfer. Ben il 20% delle segnalazioini ha riguardato queste “onlus”. «Non è detto ovviamente che facciano operazioni di sostegno al terrorismo, quelle sono verifiche che spettano alla magistratura. Tuttavia, il fatto che ci siano più segnalazioni sulle attività dei “centri del consenso” è una buona notizia», commenta il cofondatore di T3M Innovation.

Poi c’è la parte oggettiva, quella che parte dalle anomalie nei rapporti finanziari. È un sistema complesso, dove un gioco determinante ce l’hanno i programmi e gli algoritmi utilizzati per scoprirle. Sotto controllo finiscono le operazioni in contanti e i trasferimenti di fondi all’estero, tramite il sistema bancario o i money transfer, specie se riguardanti le aree geografiche ad alto rischio di terrorismo. Segnalazioni scattano anche quando c’è un’inconsueta dimensione degli importi, quando le operazioni si fanno molto frequenti, quando le controparti sono in luoghi sospetti, quando la natura della spesa è sospetta in relazione agli strumenti di pagamento utilizzati. Altri elementi di attenzione sono più qualitativi: la reticenza nel fornire informazioni, la presentazione di motivazioni che non appaiono veritiere, così come la presentazione di documenti contraffatti.

Sul capitolo foreign fighters, in particolare, ci sono da anni delle linee guida internazionali (del gruppo Gafi, Gruppo di azione finanziaria internazionale), che mostrano una serie di campanelli d’allarme da non lasciarsi sfuggire, perché collegati alle fasi di pianificazione del viaggio, del transito o dell’eventuale rientro. La sveglia deve suonare quando un sospetto smette di pagare le rate, liquida improvvisamente le attività, preleva tutti i soldi dal conto corrente, prenota biglietti con destinazione vicina a zone di conflitto.

I campanelli d’allarme devono scattare quando un sospetto foreign fighter smette di pagare le rate, ritira tutti i soldi dal conto corrente, vende le attività

Un’altra svolta c’è stata negli scambi di informazioni con altri organismi di controllo internazionali (Financial Intelligenge Units, Fiu). Solo da due anni è stato messo in piedi un sistema di scambio multilaterale di informazioni su soggetti e attività sospetti: è l’Isil Project, avviato dal gruppo internazionale Egmont per l’approfondimento del finanziamento all’Isis e delle caratteristiche dei foreign fighters. Le comunicazioni effettuate nel 2016 sono state 536 (il 40% del 2015) e hanno riguardato 18mila soggetti (il numero complessivo è finora di oltre 30mila soggetti). Il contrasto è coadiuvato dalle liste antiriciclaggio internazionali World Check.

Per farsi un’idea dell’efficacia del contrasto ai finanziamenti al terrorismo, tuttavia, è necessario farsi due domande: come succede a monte e cosa a valle del processo. A monte il tema è se siano efficaci i programmi e gli algoritmi usati per individuare le anomalie nei pagamenti. A valle il tema è capire quante delle segnalazioni abbiano generato delle inchieste giudiziarie o degli approfondimenti della Guardia di Finanza. Più che il numero assoluto, insomma, conta la qualità delle segnalazioni. Su questo punto il rapporto dice che oltre il 90% delle segnalazioni è stato ritenuto di interesse investigativo dal Nucleo speciale di Polizia valutaria. Quanto ai casi in cui le indagini hanno confermato i sospetti, l’Uif si limita a dire che sono “diversi”.

Da soli due anni c’è uno scambio di informazioni su grandi numeri. I soggetti interessati dalle comunicazioni tra organismi di controllo internazionali sono 30mila

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