Sala e Gori, i volti del renzismo oltre Renzi

I sindaci di Milano e di Bergamo restano leali con il segretario del Pd ma tengono insieme tutta la sinistra (o quasi). E soprattutto possono permettersi di contestare quello che non va su immigrazione, lavoro e autonomia. Con un occhio alle prossime elezioni

Giorgio Gori
4 Luglio Lug 2017 1227 04 luglio 2017 4 Luglio 2017 - 12:27

Non li si può definire yesmen. Anzi, quando hanno potuto si sono allontanati dalla corrente. Ma Giuseppe Sala e Giorgio Gori sono gli unici due prodotti della parabola renziana che sembrano al riparo dalle alterne fortune del loro leader di riferimento. Sala e Gori, due nomi da tenere appuntati in vista delle prossime scadenze elettorali. Perché sono sindaci di due città, Milano e Bergamo, ancora saldamente in mano al centrosinistra. Due città di un Nord che si sta riavvicinando al centrodestra, come ha segnalato l'ultimo turno delle Comunali. Ma si tratta di sindaci non inquadrabili nelle gerarchie di partito, in cerchi e cerchietti che si stringono attorno al capo. Anche perché sono entrambi alla loro prima esperienza di amministratori pubblici. Sala e Gori, con ambizioni diversissime, sono dunque due figure che possono aiutare Matteo Renzi a stare coi piedi per terra e a non perdere il contatto con la realtà.

Sala ha rappresentato l'unica voce fuori dal coro, lo scorso fine settimana proprio a Milano, al Forum nazionale del Pd convocato da Renzi nelle stesse ore in cui a Roma si presentava in piazza la sinistra di Giuliano Pisapia e Pierluigi Bersani. "Sono e resterò senza tessera", ha premesso il sindaco eletto un anno fa dopo un lungo pressing dell'allora capo del Governo, che lo ha strappato da commissario Expo a una vita da manager nel settore privato e in quello pubblico. Ma essere senza tessera di partito non ha impedito a Sala di elencare che cosa si è rotto, a suo giudizio, fra il Pd e il Paese. Ha detto che la sconfitta alle Amministrative è stata dura e che non è scontato vincere le prossime elezioni Politiche se non si cambia rotta. Ha sostenuto che il leader della Lega, Matteo Salvini, è stato più bravo a essere presente Comune per Comune, al primo e secondo turno. E che il Pd invece ha lasciato un po' soli i territori, anzi spesso ha scelto i candidati più deboli per salvare lo strumento delle primarie. Sala ha chiesto dunque più "cattiveria", letteralmente. E di ascoltare con maggiore umiltà quelle che ha definito le "due ossessioni degli elettori: sicurezza-immigrazione e lavoro". In un'intervista al Corriere della Sera, il sindaco di Milano è stato ancora più duro con Renzi: è indisponente, ha detto paventando la possibilità che alla fine non si rifaccia alcuna alleanza di centrosinistra a livello nazionale.

Sala e Gori, due nomi da tenere appuntati in vista delle prossime scadenze elettorali. Perché sono sindaci di due città, Milano e Bergamo, ancora saldamente in mano al centrosinistra. Due città di un Nord che si sta riavvicinando al centrodestra, come ha segnalato l'ultimo turno delle Comunali. Ma si tratta di sindaci non inquadrabili nelle gerarchie di partito

Gori ha un'altra storia, rispetto a quella di Sala. Storico direttore di Canale 5, la rete ammiraglia di casa Berlusconi, è stato lo stratega della campagna di Renzi per le primarie del 2012, perse contro Pierluigi Bersani. Quelle primarie che hanno sdoganato il verbo della rottamazione e hanno spostato il baricentro del partito verso il centro. Le strade con Renzi si sono separate per un po'. E Gori non è entrato nella corte romana del leader dem, ma nel 2014 ha scelto di cominciare la sua carriera politica dalla città natale, Bergamo. Con Sala, condivide l'impegno per un centrosinistra largo: i due sindaci guidano coalizioni tradizionali, che tengono insieme il Pd, gli ex pd di Articolo 1 e varie realtà civiche. Condivide anche l'impostazione pragmatica, lontana dalle ideologie. E su un tema, Gori e Sala, hanno preso a sollecitare con sempre maggiore forza il Governo di Paolo Gentiloni (e quindi la leadership di Renzi): l'immigrazione, ça va sans dire.

A Milano - assente Renzi, malgrado fosse a un incontro pubblico a poche centinaia di metri - il 20 maggio scorso i due sindaci hanno marciato in fascia tricolore alla testa del corteo contro i muri e a favore dell'accoglienza. Sala, qualche settimana più tardi, ha detto pubblicamente al ministro dell'Interno, Marco Minniti, che sindaci come lui stanno sfidando una parte del proprio elettorato per prendersi carico dei nuovi migranti. Ma ha aggiunto che sono stati lasciati soli da un Governo amico ma troppo prudente. Accanto a lui e a Minniti, c'era appunto Gori. Che con toni meno sfidanti, in queste settimane si è impegnato in un'iniziativa forte: ha firmato un patto con le comunità islamiche di Bergamo, chiedendo l'impegno a tenere un albo degli imam e a emarginare il radicalismo. Sia Gori sia Sala condividono, poi, la convinzione che sia venuto il momento di affermare con forza il valore dell'accoglienza insieme però all'impegno per un'immigrazione regolata che lasci pochi margini all'illegalità.

A Milano - assente Renzi, malgrado fosse a un incontro pubblico a poche centinaia di metri - il 20 maggio scorso i due sindaci hanno marciato in fascia tricolore alla testa del corteo contro i muri e a favore dell'accoglienza. Sala, qualche settimana più tardi, ha detto pubblicamente al ministro dell'Interno, Marco Minniti, che sindaci come lui stanno sfidando una parte del proprio elettorato per prendersi carico dei nuovi migranti

Renziani post-renziani, questi sindaci sono nati politicamente con Renzi, non vogliono rottamare Renzi ma sono costretti ad andare un po' oltre Renzi, per recuperare quel gap che si è creato fra il loro leader e il sentimento popolare. Non solo sull'immigrazione, ma anche sul lavoro e i guasti della globalizzazione che hanno riempito le periferie di risentimento. Acrobazia non facile, quella dei due sindaci. Gori punta alla presidenza della Regione Lombardia, sapendo quanto è difficile ribaltare i pronostici a favore del leghista Roberto Maroni. Intanto, il sindaco di Bergamo ha sparigliato i giochi: a sorpresa, ha promosso subito dopo la batosta dei ballottaggi un comitato di primi cittadini del centrosinistra a favore proprio del Sì al referendum sull'autonomia regionale convocato da Maroni per il 22 ottobre. Due gli obiettivi: non lasciare al centrodestra la quasi scontata vittoria e arginare i voti in libera uscita dal centrosinistra in un Nord che ha nel dna lo spirito di autonomia. Manco a dirlo, al fianco di Gori c'è anche Sala.

@ilbrontolo

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