Cura, sviluppo, innovazione: perché le imprese culturali sono più importanti di quanto pensiamo

Tutela e promozione non bastano più. Per gestire al meglio la cultura in Italia è necessario che vi sia un obiettivo sociale. Le imprese culturali devono perseguire l'interesse pubblico, anche se si muovono come imprese private. E chi parla di privatizzazioni si sbaglia di grosso

000 LV3VG

Andreas SOLARO / AFP

5 Luglio Lug 2017 1420 05 luglio 2017 5 Luglio 2017 - 14:20

Ci sono istituzioni storiche come il Museo Egizio di Torino, che nel giro di pochi anni è riuscito a incrementare i visitatori, a migliorare il rapporto col pubblico attraverso azioni mirate a ridurre o eliminare eventuali barriere di accesso alla fruizione di natura sociale, economica e culturale, il tutto superando addirittura la soglia del 100% di autofinanziamento. C’è Postmodernissimo, il primo cinema di comunità in Italia, che ha rivitalizzato una storica sala cinematografica di Perugia, coinvolgendo i cittadini come protagonisti della programmazione e come soci della cooperativa. O ancora l’operazione Robin Hood, un progetto ideato per consentire la partecipazione culturale a bambini e famiglie in difficoltà di carattere economico, che ha portato a teatro mille bambini dell’area metropolitana di Bari.

Sono tre dei dodici progetti di buona gestione - sei vincitori, sei menzioni speciali - premiati a L’Aquila, in occasione della conferenza nazionale per l’impresa culturale organizzata da Federculture insieme ad Agis, Cooperative Italiane, Forum Terzo Settore, con il supporto di Fai e WWF. Una conferenza, per l’appunto, il cui filo rosso è la gestione dell’impresa culturale, il vero snodo fondamentale, a detta dei promotori, per rilanciare il patrimonio culturale italiano: «Il tema della gestione, sostenibile e innovativa, è l’anello mancante tra tutela e valorizzazione - spiega il direttore di Federculture Claudio Bocci - La mera tutela non basta, così come non basta la mera promozione: è necessario vi sia un obiettivo sociale, nella gestione della cultura. L’impresa culturale è un ircocervo che si muove come un’impresa ma persegue un interesse pubblico».

Per la cronaca, parliamo di una moltitudine di ircocervi: 4.158 musei, 282 aeree archeologiche, 536 monumenti, 13.888 biblioteche, 871 aree naturali protette, 2.500 siti naturali. Un insieme di realtà cui sta stretta sia la mera tutela dell’esistente, sia l’altrettanto erronea convinzione che siano - o debbano diventare - imprese tout court, così come del resto suggerisce anche il disegno di legge sulle imprese creative e culturali attualmente in corso di discussione alla Camera dei Deputati: «C’è una netta distinzione tra interesse pubblico e privato e l’abbiamo detto più volte alla relatrice del provvedimento Irene Manzi - spiega ancora Bocci -. Facciamo parte dello stesso ecosistema, è vero. ma una distinzione andrebbe fatta. Non possiamo essere considerati tutti allo stesso modo. L’impresa che fa videogiochi non può essere equiparata a un museo pubblico».

C’è anche un problema di risorse: «È un tema pure quello - spiega Bocci -. Serve una fiscalità di vantaggio, i musei non possono pagare le tasse come le imprese orientate al profitto. Noi siamo l’unico paese che ha un Programma Operativo Nazionale finanziato dall'Unione Europea e dedicato alla cultura. Detto senza alcuna polemica, finora è stato un provvedimento che finanzia le startup creative. Ma se non c’è offerta perché i musei non hanno risorse, chi compra i prodotti e i servizi di quelle startup? L’abbiamo detto più volte al ministero e pare ci abbiano ascoltato: i prossimi bandi dovrebbero tener conto della rilevanza dell’impresa culturale accanto al meritevole sostegno dell’impresa creativa».

«Il tema della gestione, sostenibile e innovativa, è l’anello mancante tra tutela e valorizzazione. La mera tutela non basta, così come non basta la mera promozione: è necessario vi sia un obiettivo sociale, nella gestione della cultura. L’impresa culturale è un ircocervo che si muove come un’impresa ma persegue un interesse pubblico»

Questo non vuol dire che non siano realtà complementari, l'impresa culturale e quella creativa. L’impresa culturale, che dipende da politiche e da una committenza pubblica e l’impresa creativa, che sta sul mercato e utilizza l’input creativo per creare prodotti molto spesso complementari: «Faccio un esempio: quando Paolo Giulierini, uno dei famosi venti direttori di museo nominati con la legge Franceschini è arrivato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ha promosso un piano strategico tra i cui obiettivi primari c’era quello di aumentare il pubblico dei nativi digitali - racconta ancora Bocci -. Per farlo, ha contattato Fabio Viola, istituzione globale tra i gamification designer, un videogioco, il primo prodotto e distribuito direttamente da un museo».

Quel gioco si chiama Father and Son ed è la storia di una lettera che mette in contatto un padre e un figlio che non si sono mai conosciuti. Per risolvere l’enigma e andare avanti con la storia, tuttavia, i giocatori devono per forza entrare al Mann e interagire con le sue opere d’arte. Risultato? «Il videogioco è stato scaricato 400mila volte. E i giovani visitatori del Mann sono aumentati esponenzialmente», ricorda Bocci. «Questo è il modello corretto - aggiunge - l’impresa culturale che interpreta correttamente il proprio ruolo e che crea le condizioni di rapporto con l’impresa creativa»

Interpretare correttamente, appunto. È un problema dei singoli musei o un problema di politiche da cambiare? Per Bocci è la seconda, ma è un problema di applicazione, non di normative: «Nel codice dei beni culturali, che risale al 2004, quel che andrebbe fatto è tutto scritto - spiega - Il problema è che quel codice non è mai diventato politica consapevole del ministero e delle autorità competenti. Ad esempio, nel codice si parla di gestione diretta e di gestione indiretta: se la rilevanza è pubblica, cosa cambia se a gestire il bene è un soggetto pubblico o un soggetto privato, come ad esempio una fondazione?»

Ecco, le fondazioni, l’ultimo miglio della riforma Franceschini: «I venti direttori sono messi stati messi alla guida di musei che devono diventare fondazioni - chiosa Bocci - Chi le chiama privatizzazioni sbaglia: la fondazione non è privatizzazione, è efficientamento dei modelli organizzativi. Noi stiamo ponendo il tema della cultura d’impresa nell’impresa culturale. La legge sul terzo settore è un benchmark per noi, perché si parla di impresa sociale. Forse è il momento di parlare pure di imprese culturali. E di definirle come meritano».

Potrebbe interessarti anche