Giustizia ammazza-imprese, una vergogna italiana che deve finire

Uno dei guai dell’economia italiana si chiama giustizia: troppe leggi scritte male, discrezionalità nell’applicazione, un sistema lento che disincentiva l’investimento. Una riforma è quantomai necessaria. Arriverà, prima o poi?

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DAMIEN MEYER / AFP

DAMIEN MEYER / AFP

6 Luglio Lug 2017 1124 06 luglio 2017 6 Luglio 2017 - 11:24

Due italiani su tre non si fidano della giustizia italiana, dice un recente sondaggio della Swg. Non stentiamo a crederci: difficile dare fiducia a un sistema in cui ci vogliono 1120 giorni per portare a termine una causa civile, tre volte il tempo che ci vuole negli Usa o in Germania, quattro volte di quel che ce ne vuole in Francia. Il brutto è che se circoscrivessimo questa domanda agli imprenditori, otterremmo un risultato ancora peggiore. Forse addirittura un plebiscito.

Il motivo è piuttosto semplice e l’ha recentemente ben inquadrato Giovanni Legnini, vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, in occasione del primo compleanno dell’associazione Fino a Prova Contraria, fondata da Annalisa Chirico proprio per sollecitare una riforma radicale del sistema giudiziario italiano, che lo scorso 5 luglio ha organizzato a Milano un convegno, “Impresa Italia. Come non morire di giustizia”, proprio incentrato sul rapporto disfunzionale tra giustizia e imprese. Secondo Legnini «prevedere l’impatto delle decisioni giudiziarie sui processi economici e sociali non può più essere considerato un tabù». In altre parole, l’inefficienza della giustizia italiana provoca disastri da un punto di vista economico ed è ora di mettere mano a queso problema.

Prendete i ricorsi al Tar dopo una qualunque gara d’appalto. Non c’è provincia italiana in cui non siano in aumento. E non c’è lavoro pubblico che può partire se chi perde la gara fa ricorso. Domanda: qual è il costo economico di questo ipertrofico ricorso ai tribunali amministrativi? Quale l’impatto economico e sociale - se manca una strada o una piscina non è solo un problema di imprese che non lavorano - sul Paese? Quale il messaggio che viene dato agli imprenditori italiani e stranieri che vogliono investire in Italia?

Qualche esempio? Prendete i ricorsi al Tar dopo una qualunque gara d’appalto. Non c’è provincia italiana in cui non siano in aumento. E non c’è lavoro pubblico che può partire se chi perde la gara fa ricorso. Domanda: qual è il costo economico di questo ipertrofico ricorso ai tribunali amministrativi? Quale l’impatto economico e sociale - se manca una strada o una piscina non è solo un problema di imprese che non lavorano - sul Paese? Quale il messaggio che viene dato agli imprenditori italiani e stranieri che vogliono investire in Italia? La risposta, impietosa, la offre Simone Crolla della American Chambers of Commerce in Italy: fatti 100 gli investimenti americani nel mondo, l’Italia si prende lo 0,8%, la Spagna l’1,2%, la Francia il 2,7%, la Germania il 3,7%. Chi è più inefficiente, soccombe.

Fossero solo i ricorsi e la lentezza. Parliamo di incertezza normativa, di discrezionalità della pubblica amministrazione, della disomogeneità nel funzionamento della giustizia, ad esempio: «Perché in Trentino Alto Adige e in Puglia una legge identica è applicata in modi diversi? - si chiede il vicepresidente di Assolombarda Antonio Calabrò -. E perché ogni anno gli imprenditori devono fare conti con centinaia di modifiche delle norme fiscali, fino a non saper più rispondere alla domanda “quante tasse devo pagare quest’anno? E perché, solo in Italia, ogni violazione di norma dell’economia reale prevede una sanzione penale? Gli amministratori delegati stranieri hanno il terrore di venire in Italia», conclude. Difficile dar loro torto.

Le proposte per investire la rotta non mancano. Una su tutte, uno dei cavalli di battaglia di Fino a Prova Contraria: una riforma dell’organizzazione del sistema giudiziario affidato ad agenzie e figure manageriali che formino la figura nuova del gestore della giustizia, secondo il principio “ai giudici la giurisdizione, ai manager l’amministrazione”. A cui si deve aggiungere, repetita iuvant, una riforma della Pubblica Amministrazione che la faccia camminare per obiettivi, e non più per processi. E, buon ultimo, un processo legislativo che produca poche norme, semplici e scritte bene.

Le tessere del domino sono tutte al loro posto, insomma, basta solo decidere da che parte farle cadere: con una giustizia più efficiente, migliora la vita per le imprese e un bel pezzo di crescita economica non si perde per strada. Con una giustizia come quella attuale, le imprese italiane devono fare fatica tripla rispetto a quelle estere, e gli investitori esteri si dirigono altrove. Chiaro, no?

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