La storia del gatto che firmava progetti di ricerca di fisica

Non era uno scherzo: F. D. C. Willard, il gatto, risultò co-autore di almeno due studi. Il motivo? Aggirare alcune regole editoriali molto restrittive e assurde

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Michael Kovac / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

6 Luglio Lug 2017 0825 06 luglio 2017 6 Luglio 2017 - 08:25

Nel mondo dei fisici, il nome di F. D. C. Willard ispira rispetto e, al tempo stesso, risate. La ragione è semplice: il soggetto in questione, nel 1975, ha co-firmato un importante paper di ricerca sulla fisica a basse temperature, pubblicato sulla prestigiosa rivista Physical Review Letters. Questo spiega il rispetto. Il problema, però, è che F. D. C. Willard era un gatto. E questo spiega le risate.

Come è possibile? In tanti sono convinti che i felini siano più intelligenti degli esseri umani. E a volte è vero. Non sono ancora riusciti, però, a scrivere un paper accademico. E se F. D. C. Willard lo ha fatto è stato solo per una questione semi-burocratica. Lo racconta bene, in un libro, Jack H. Hetherington, l’altro autore dello studio.

“Prima che inviassi l’articolo, chiesi a un collega di dargli un’occhiata. “È un buon articolo, ma lo rifiuteranno”. La rivista aveva regole editoriali molto severe, tra cui quella della parola “noi”, che non poteva essere utilizzata per un articolo scritto da una persona sola”.

A quel punto però riscrivere l’articolo, cambiando ogni volta il soggetto, avrebbe richiesto troppo tempo (e la scadenza era vicina). Lo scienziato ebbe allora una trovata geniale: inventarsi un co-autore, nella persona del suo gatto Chester. Un siamese pacioso, figlio di un certo Willard, del Colorado. Era fatta: Hetherington aggiunse F. D. (Felix Domesticus) all’iniziale del nome, C. e poi Willard come cognome. Inviò l’articolo e se lo trovò pubblicato.

Il gioco durò per un po’. Poi un giorno Hetherington ricevette una visita proprio in un giorno in cui era assente. Lo sfortunato visitatore, allora, non potendo incontrare lo studioso, chiese di conoscere Willard. E quando gli fu mostrato il gatto, capì tutto.

Willard divenne una piccola celebrità nel dipartimento. Partecipò a diverse riunioni e dibattiti e si guadagnò la simpatia di tutti. Fu giudicato molto “utile”, anche solo con la sua presenza. Addirittura, riuscì a firmare (stavolta da solo) un altro studio. Quando morì, a 14 anni, fu un lutto per tutta l’università. E in un certo senso, per tutto il mondo della ricerca.

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