L’insensata strategia di Franceschini: accoppare il Pd per fare fuori Renzi

Alla direzione Pd Renzi ha parlato di Ius soli e immigrazione, dicendo cose controverse. Ma l’opposizione interna non parla. O se parla sembra si dedichi all’autosabotaggio del partito

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VINCENZO PINTO / AFP

7 Luglio Lug 2017 1000 07 luglio 2017 7 Luglio 2017 - 10:00

Usiamo la logica, per un minuto, e proviamo a spogliarci delle simpatie o delle antipatie politiche. Perché basta quella, in fondo, per capire che quella che è andata in scena ieri alla direzione a porte chiuse del Partito Democratico - protagonisti Dario Franceschini e Andrea Orlando - è una battaglia del tutto personale e strumentale per destituire - o meglio minare ancora un po’ alle fondamenta - la leadership di Matteo Renzi all’interno del Pd. E non, invece, un tentativo di discutere di alleanze, coalizioni, né tantomeno linea politica.

Partiamo da qua, per l’appunto. Dalla linea politica. Renzi parla e dice cose opinabili, ma legittime e soprattutto chiare. Dice che è favore dello Ius Soli, che è battaglia di civiltà. Dice che vuole mettere il veto sul fiscal compact nei trattati europei. Dice che l’immigrazione sarà il tema dei prossimi vent’anni e che bisognerà comportarsi di conseguenza, elogiando l’azione del ministro Minniti.

Dice un sacco di cose controverse, insomma, e ci si aspetta che chi oggi all’interno del partito gli si oppone, in qualche modo, abbia qualcosa da dire in merito. Zero di zero, a quanto apprendiamo da chi c’era, alla direzione Pd. Anzi, rimarrebbe agli atti, apprendiamo, una frase del ministro Franceschini, che ha detto a Renzi «Che per fare tutte queste cose bisogna vincere le elezioni». Miracoli della politica, esiste un’opposizione interna che non contesta la linea politica della maggioranza. Boh.

Il tema, a quanto pare, sono le coalizioni elettorali. Ed è piuttosto curioso, visto che con ogni probabilità la legge con cui si andrà a votare è una legge proporizionale purissima, e non una legge elettorale come il Mattarellum, né tantomeno una legge elettorale a doppio turno come quella delle amministrative, che essendo maggioritarie, di fatto, impongono le alleanze.
Col proporzionale - vedi Germania, vedi Spagna, vedi prima Repubblica - le alleanze si fanno dopo, in Parlamento. Prima si cerca di raccogliere quanti più voti possibili, senza tagliarsi alcun ponte alla propria destra o alla propria sinistra. Lo sa chiunque conosca anche solo l’Abc della politica, figurarsi chi è da tempo arrivato alla Z come Franceschini e Orlando. Perché porre il tema ora, quindi? Sospetto nemmeno troppo peregrino: perché l’unica condizione per trattare a sinistra è portare in dote la testa dell’attuale segretario del Partito Democratico. Riconfermato solo pochi mesi fa con un plebiscito alle primarie, vale la pena ricordarlo. Anche col voto e col plauso di Dario Franceschini. Boh, un’altra volta.

Prima si cerca di raccogliere quanti più voti possibili, senza tagliarsi alcun ponte alla propria destra o alla propria sinistra. Lo sa chiunque conosca anche solo l’Abc della politica, figurarsi chi è da tempo arrivato alla Z come Franceschini e Orlando. Perché porre il tema ora, quindi? Sospetto nemmeno troppo peregrino: perché l’unica condizione per trattare a sinistra è portare in dote la testa dell’attuale segretario del Partito Democratico. Riconfermato solo pochi mesi fa con un plebiscito alle primarie, vale la pena ricordarlo. Anche col voto e col plauso di Dario Franceschini. Boh.

Il terzo elemento di illogicità della discussione è proprio questo, peraltro. Se il problema è la muscolarità della leadership di Matteo Renzi, la sua arroganza, la sua sicumera nel voler andare da solo a prendersi i voti senza allearsi con nessuno, finanche il suo rapporto complicato col Paese che lo sopporterebbe a fatica, visti le ultime performance elettorali e i sondaggi sulla popolarità, viene da chiedersi perché Franceschini l’abbia sostenuto con voti e convinzione alle primarie. Si aspettava qualcosa di diverso? Aveva votato il fratello gemello? Andrea Orlando era a disposizione - lui se non altro aveva sfidato Renzi a viso aperto - e forse avrebbe valso la pena fare sponda con lui allora, non oggi. Oggi, e anche qui Renzi ha ragione da vendere, indebolirne la leadership all’interno è solo un regalo a Grillo, Berlusconi e Bersani. È come scegliere un allenatore e iniziare a delegittimarlo alla prima amichevole precampionato. Quanto sia utile auto-sabotarsi a pochi mesi dalle elezioni, lasciamo giudicare a voi. Boh, di nuovo.

In ultimo, è illogico, o quantomeno incoerente, porre un tema di non autosufficienza del Partito Democratico, anche a fronte dei pessimi, recenti risultati elettorali. Perché il Partito Democratico nasce per essere autosufficiente. Per andarsi a prendere i voti al centro senza doversi alleare con Casini o Mastella. Per andarsi a prendere i voti a sinistra senza doversi alleare con Bertinotti. Per evitare coalizioni Brancaleone come l’Unione di Prodi. Se facciamo andare a ritroso le lancette, ricordiamo che a sostenere questa tesi furono gente come Romano Prodi, cui si deve la lista Uniti nell’Ulivo, il primo assaggio del Pd, o come Dario Franceschini, tra i più ferventi sostenitori dell’autosufficienza - la vocazione maggioritaria - postulata da Walter Veltroni, di cui era vicesegretario. Che siano loro, oggi, a insistere perché il Partito Democratico torni a essere il perno di una vasta alleanza con micro-formazioni di sinistra e di centro è quantomeno curioso. E, va ricordato, mina alle fondamenta il senso politico stesso del Pd. Viene da chiedersi, forse, se non sia il Partito stesso l’obiettivo. O se siamo davvero al punto che per liberarsi del suo segretario siano davvero disposti a sacrificarlo, a rischiarne l’implosione. Boh, davvero.

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