Aiutiamo Renzi a casa sua (e la sinistra europea a ritrovare se stessa)

Si può ridere sugli errori della propaganda renziana sui social e lo si farà. Ma il senso della questione risiede nello stato di stordimento dell’intera sinistra europea davanti alla rapidissima perdita dell’egemonia culturale e politica che aveva esercitato per mezzo secolo

Renzi Epic Fail

Matteo Renzi a Roma lo scorso novembre durante la campagna per il referendum costituzionale

ANDREAS SOLARO / AFP

8 Luglio Lug 2017 0735 08 luglio 2017 8 Luglio 2017 - 07:35

È un’operazione in corso in tutta Europa, l’esito più vistoso della stupefacente vittoria di Emmanuel Macron: il progressivo “trapianto” di proposte e pensieri abitualmente attribuiti alla destra sul corpo dei partiti progressisti per “tornare a parlare al popolo” e possibilmente riprendersi i troppi voti in fuga. Persino il mite cancelliere austriaco Christian Kern, socialdemocratico, la settimana scorsa ha minacciato i carri armati alla frontiera del Brennero per mostrare i muscoli ai suoi elettori preoccupati dalle presunte “invasioni” di richiedenti asilo. E quindi non c’è da stupirsi che Matteo Renzi, per molti versi un anticipatore di questa tendenza, si sia messo in scia facendo suo lo slogan “Aiutiamoli a casa loro” che è stato per anni sulle bandiere della Lega e nei comizi di Matteo Salvini.

La frase estrapolata dall’ultimo libro del segretario del Pd in realtà è più complessa. “Vorrei – scrive Renzi - che ci liberassimo da una sorta di senso di colpa. Noi non abbiamo il dovere morale di accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio. Se ciò avvenisse sarebbe un disastro etico, politico, sociale e alla fine anche economico. Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro”. E però quella frase finale – “Aiutiamoli a casa loro”, come si è detto - rilanciata sui social con tanto di simbolo del Partito Democratico, ieri ha suscitato un tale putiferio che alla fine è stata cancellata dalla Rete. Un pasticcio, insomma. Aggravato dalla mossa situazionista di Salvini, che ha copiato il post e l’ha fatto suo corredandolo da un irridente“Scegli l’originale, scegli il Matteo giusto”.

Se ne potrebbe ridere, e se ne riderà. Si potrebbe trarne un nuovo capitolo del corposo dossier sugli errori della propaganda renziana sui social, e lo si farà. Ma il senso della questione è più largo e profondo e risiede nello stato di stordimento dell’intera sinistra europea davanti alla rapidissima perdita dell’egemonia culturale e politica che aveva esercitato per mezzo secolo. Fino a pochi anni fa, fino agli inizi degli anni Duemila, esisteva una bussola precisa per il mondo progressista. Seguirne la direzione pagava: in termine di consenso, di rappresentanza, di potere, anche quando non si governava. Ora quella bussola è impazzita. Né ha avuto successo il tentativo di rimetterla a posto criminalizzando sotto l’etichetta “populismo” i nuovi fenomeni che attiravano ovunque l’attenzione dei cittadini.

La mossa di Matteo Salvini: intestarsi la frase rimossa dalla pagina Facebook di Matteo Renzi

Fino a pochi anni fa, fino agli inizi degli anni Duemila, esisteva una bussola precisa per il mondo progressista. Seguirne la direzione pagava: in termine di consenso, di rappresentanza, di potere, anche quando non si governava. Ora quella bussola è impazzita

È da qui che arrivano i carri armati di Kern, le campagne muscolari (e disastrose) dei socialisti francesi, e in gran parte anche il tentativo di Renzi di riposizionare il suo partito sui temi “che piacciono al popolo” - dalla legittima difesa alla gestione dell’ordine pubblico fino alle politiche verso i migranti o i richiedenti asilo - scegliendo un approccio che sembra fare l’eco a quello delle destre. Che poi, a guardar bene, almeno in Italia non è uno schema nuovo. Anche l’altra grande, storica emergenza nazionale che il Paese ha vissuto nel suo passato recente – il terrorismo – fu affrontata con una sostanziale convergenza della sinistra di allora, il Pci, con quelle che all’epoca si chiamavano “le forze reazionarie”, cioè la Dc. Solo che allora non c’erano i social, e l’egemonia progressista consentiva di fare molte cose che a ruoli invertiti, e per di più da posizioni di governo, si rivelano più complicate.

Il libro di Renzi uscirà mercoledì, e si potrà dare un più compiuto giudizio sulla base politica e programmatica che vuole dare al suo futuro e al suo partito. Ma la vera prova sarà il voto sullo Ius Soli: se l’ex-premier lo difenderà, ristabilirà le distanze dalle destre e potrà più agevolmente sostenere di essere portatore di una visione nuova e articolata della gestione dei fenomeni migratori, che mette insieme integrazione e argini agli sbarchi incontrollati. Se lo abbandonerà al ping-pong del dibattito parlamentare, le ironie di queste ore avranno un loro fondamento, così come l’urticante appello di Salvini a scegliere l’originale anziché la fotocopia.

Il tentativo di Renzi di riposizionare il suo partito sui temi “che piacciono al popolo” scegliendo un approccio che sembra fare l’eco a quello delle destre, a guardar bene non è uno schema nuovo. Anche l’altra storica emergenza nazionale che il Paese ha vissuto – il terrorismo – fu affrontata con una convergenza della sinistra di allora, il Pci, con la Dc. Solo che allora non c’erano i social

Una delle tante parodie pubblicate dopo l’incidente di comunicazione di Matteo Renzi, venerdì (foto tratta da Spinoza.it)

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