Osama Bin Laden è vivo, e lotta insieme ai lupi solitari del terrorismo

C'è un filo che collega cose all'apparenza sconnesse: Al Qaeda, Star Wars, Denzel Washington e l'Isis. E la storia passa attraverso l'Europa, il Medio Oriente e l'America. Protagonista? La famiglia Bin Laden

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SITE Intelligence Group / AFP

8 Luglio Lug 2017 0730 08 luglio 2017 8 Luglio 2017 - 07:30

Questa è una storia del terrore, eppure, sullo stesso set, ci sono Star Wars, Denzel Washington e una bella fanciulla dal nome ingombrante. Partiamo, noblesse oblige, dalla fanciulla. Wafah, corpo atletico e portafogli stragonfio, è nata a Los Angeles, è cresciuta a Ginevra, ha studiato a New York, attualmente abita a Londra. Ha tentato la fama come modella, poi come cantante. Non c’è riuscita. Te credo. Adornata del cognome materno, Dufour, meno ‘complicato’, per così dire, Wafah è la figlia di Yeslam bin Laden, uomo d’affari con nazionalità svizzera, che è il fratellastro di Osama bin Laden, il capo finanziario e carismatico di al-Qaeda, spirato nel 2011, che dal buco del culo di una grotta afghana, con fare pacato e occhi dolci, via video, intimava gli islamici di far razzia dei bastardi occidentali.

Era un uomo mite, generoso, che non avrebbe mai fatto male a una mosca, aveva dichiarato uno dei figli di Osama parlando del padre, l’uomo che per dieci anni, dal 9 settembre 2001 al maggio del 2011 ha tenuto in scacco, nel sacco della loro fragilità, gli Stati Uniti d’America, i cow boy, quelli duri&puri. Osama bin ha avuto cinque mogli e 25 figli. Di questi, 21 sono ancora tra noi, per molto tempo protetti in Iran. La maggior parte di costoro, ha visto – come noi – il papà via video: Omar bin Laden, per dire, classe 1981, ha sposato una inglese, si occupa di grossi affari e di corse di cavalli, si è accredito come “ambasciatore di pace tra musulmani e occidentali”. Omar, come Abdallah, il primogenito di Osama – classe 1976, abita in Arabia Saudita, vive piuttosto bene, ha il “naso lungo e piatto, come quello di suo padre. Anche la mitezza nello sguardo è la stessa” – è il figlio della prima moglie del leader integralista, Najwa Ghanem, siriana, cugina di Bin Laden, “bellissima, elegante, rampolla di una delle più antiche famiglie di Siria, cosmopolita, non aveva alcuna intenzione di essere una ‘sposa del jihad’”. In effetti, il rapporto, lungo 11 figli, s’interruppe dopo l’Undici Settembre. Figliare, va detto, è una delle strategie ‘belliche’ più sottili della famiglia Bin Laden.

Ora, però, dalle passerelle californiane e dai cunicoli afghani, dobbiamo spostarci in un edificio extralusso a Gedda, Arabia Saudita. Lì c’è la sede della Binladin Contracting Group, leader delle costruzioni in tutto il Medio Oriente, con oltre 20mila dipendenti e redditi plurimilionari. Il presidente della Binladin Group è Bakr Binladin, il Ceo è Omar Binladin. Entrambi, Bakr e Omar, sono fratelli di Osama bin Laden. L’impresa di famiglia è stata fondata da Mohammad bin Awad bin Laden, il quale pare abbia avuto 22 mogli e 56 figli. Di questi, Osama è stato, per così dire, la ‘pecora nera’. Come si sa, lo sposalizio micidiale tra ininterrotte possibilità finanziarie e misticismo suicidale ha figliato l’abbattimento delle Torri Gemelle.

Ma che c’entra George Lucas in questa storia di ricchi sauditi in congiura contro l’Occidente? Bisogna immaginarsi “la famiglia di Osama, terrorizzata”, in fuga “lungo le pianure di Jalalabad, in Afghanistan. Questi combattenti, fanatici, parenti vedevano trame di fuoco punteggiare la notte, e chiamavano quella landa il campo di battaglia di Star Wars”. L’indizio ci fa supporre una cosa molto semplice: nell’immaginario dei vertici di al-Qaeda, Star Wars sta alla pari del Corano.

I guru del fondamentalismo che fu – al-Qaeda nasce ufficialmente nel 1988 – sono ricchi, conoscono l’Occidente, l’hanno frequentato a sufficienza – Osama dichiarava una totale ammirazione per Charles De Gaulle – da volerlo sterminare. Storia di un decennio fa soppiantata dal terrore nero dell’Isis. Mica tanto. Bin Laden & Co. tornano editorialmente in primo piano, non certo perché Osama, il terrorista naif – l’Undici Settembre fu letto, strategicamente, anche dai suoi, come un “fallimento. L’organizzazione era a brandelli. Al-Qaeda, in sostanza, era morta” – quest’anno compirebbe 60 anni. Da un lato l’editore Bloomsbury pubblica The Exile. The flight of Osama bin Laden (pp.640, $ 30.00), in cui Adrian Levy e Catherine Scott-Clark ricostruiscono anno per anno la latitanza di Osama e i reflui di al-Qaeda, oggi.

Il libro, fitto di documenti, mescola con una certa avventatezza reportage a fiction, tanto che, vien da dire, ci fosse un Joseph Conrad oggi sbatterebbe il suo Lord Jim tra Yemen, Iraq, Iran e Arabia Saudita. D’altra parte Adelphi manda in libreria l’ultimo libro di Lawrence Wright, Premio Pulitzer, l’autore de Le altissime torri, giornalista del New Yorker dalla penna di velluto. Il libro s’intitola Gli anni del terrore. Da al-Qaeda allo Stato islamico (pp.456, euro 28,00), ed è qui che sbuca il premio Oscar Denzel Washington. “Nel 1998 collaborai alla sceneggiatura di un film – Attacco al potere, interpretato da Denzel Washington, Bruce Willis, Annette Bening e Tony Shalhoub – che raccontava di un ipotetico attacco a New York da parte di un terrorista arabo”, scrive lui. “Dopo l’11 settembre, è stato il film più noleggiato in America: era divenuto una sorta di inquietante profezia”.

«Nel 1998 collaborai alla sceneggiatura di un film – Attacco al potere, interpretato da Denzel Washington, Bruce Willis, Annette Bening e Tony Shalhoub – che raccontava di un ipotetico attacco a New York da parte di un terrorista arabo”, scrive lui. “Dopo l’11 settembre, è stato il film più noleggiato in America: era divenuto una sorta di inquietante profezia»

Lawrence Wright dettaglia le origini e gli sviluppi del furore fondamentalista, ritraendone i guru. L’egiziano Sayyd Qutb, ad esempio, che nel 1964, in Pietre miliari, mette la pietra angolare del terrorismo islamico: “L’umanità non è minacciata soltanto dall’annichilimento nucleare, ma anche dall’assenza di valori. L’Occidente ha perso la sua vitalità e il marxismo ha fallito. In questa fase cruciale di disorientamento, è giunto il momento dell’Islam e della comunità musulmana”. E poi Abdallah Azzam, il mentore di Bin Laden, il teologo dei mujahidin, “l’incarnazione del guerriero santo, che, nel mondo musulmano, è lo stereotipo eroico più popolare, come il samurai in Giappone o il cowboy in America. La sua lunga barba era al centro di un nero intenso e bianca da entrambi i lati, e ogni qualvolta parlava della guerra il suo sguardo sembrava mettere a fuoco una specie di gloriosa visione interiore”.

La filiazione di Isis da al-Qaeda è immediata: al-Zarqawi e al-Baghdadi sono dei figliocci feroci di Bin Laden, impratichiti tra le fila dei suoi – disorganizzati - combattenti. Ma se al-Qaeda “già prima della morte di Bin Laden si era trasformata in una fantasia islamista antioccidentale, con obiettivi utopici e irrealizzabili”, Isis “è il gruppo terroristico più ricco della storia, capace di rastrellare profitti da tasse, petrolio, riscatti, mercato nero dell’antiquariato, e persino multe e vendita di licenze di pesca”. E ora? Lawrence Wright è certo che Isis, nata dalle ceneri dell’“invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti e dei partner della coalizione, nel 2003, uno degli errori più disastrosi della storia americana”, morirà, “ma non prima di aver causato grandi e ulteriori sofferenze e rovine”.

Come titani dei precordi, sanguinari e cannibali, infatti, “i capi dell’organizzazione sono persuasi che il caos, la guerra e la disperazione siano loro alleati”. E al-Qaeda? Tornata in auge dopo l’attentato parigino alla redazione di Charlie Hebdo – tramite una filiale yemenita – ora ha un nuovo pupillo. Si chiama Hamza Bin Laden, è nato nel 1989 dalla terza moglie di Osama, Khairiah. Nel 2002 piagnucolava via web, “Padre! Dove troveremo scampo e quando avremo una casa? Oh, padre! Ovunque guardo, vedo pericoli...”, dall’anno scorso divulga messaggi video in cui inneggia “alla vendetta della nazione islamica nel nome dello sceicco Osama, che Allah l’abbia in gloria”. Le ultime puntate di questa soap dell’orrore è dello scorso mese, quando Hamza, sbarbatello figlio di cotanto babbo, invoglia i ‘lupi solitari’ dell’islam a brutalizzare gli occidentali cattivi. “Più che l’inizio della nostra fine, è la vostra fine che è solo all’inizio”, titola l’ultimo capitolo di The Exile, mimando gli apoftegmi del bello di papà.

“Quest’epoca di terrore un giorno finirà, ma è difficile predire se la nostra società saprà ripristinare la sensazione di libertà che un tempo ci apparteneva per diritto di nascita”, chiosa Wright. Consoliamoci, i giornalisti devono sempre esagerare. Forse.

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