La musica di merda ha vinto, e la colpa è di Spotify

Spotify, e tutti i canali streaming musicali gratuiti, hanno drogato il mercato. È evidente che se tale OEL con il brano «Le focaccine dell'Esselunga» è in testa alle classifiche Viral di Spotify un problema c'è. E l'aumento del potere dei canali di streaming non può far altro che uccidere la musica

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11 Luglio Lug 2017 1039 11 luglio 2017 11 Luglio 2017 - 10:39

Fa caldo. È luglio. Vivo in una città senza mare. Ce ne sarebbe abbastanza per sclerare alla Morrissey, non fosse che non sono uso andare contromano e soprattutto che qualcuno si è premurato di ricordarmi che siamo nel 2017 e che vivere nella nostalgia del passato è più triste di una canzone triste degli Smiths.

Comunque fa caldo. È luglio. E vivo sempre in una città senza mare. Per cui mettermi a parlare di classifiche, di streaming, di taroccamenti e di guasconate che finiranno per ammazzare quel refolo di novità, Dio mi scampi dal considerare novità certa merda, che si intravedeva all'orizzonte è impresa improba, che neanche vivere in simbiosi con un condizionatore d'aria potrebbe consentirmi. Mi limiterò, quindi, come di consueto, a buttare lì qualche appunto, che poi qualche collega più strutturato e volenteroso potrà far sviluppare e spacciare per proprio.

Partiamo da qualche notizola sparsa.

Dal 7 luglio, cioè da venerdì scorso, la classifica degli Album più venduti della FIMI conteggia anche gli streaming. In sostanza dal 7 luglio scorso, considerando che la stragrande maggioranza della musica in streaming è in Italia a uso gratuito, la classifica degli Album più venduti non si può più chiamare la classifica degli Album più venduti, perché non esiste di fatto la vendita.

Prova ne è, per ora, considerando che la classifica uscita il 7 luglio è la prima che conteggia gli streaming, il ritorno in zone alte della classifica di masterpiece come quelli di Sfera Ebbasta e Coez, per fare due nomi, che risalgono rispettivamente dalla sessantatré alla diciasstte e dalla quarantasei alla quindici. Miracolosamente. Prova ne è anche la scivolata repentiva verso il basso di album che hanno a lungo militato in top 10, come Le migliori del duo Mina-Celentano, sciovolato alla cinquantacinque dalla ventinove.

Uno può dire, e chi se ne frega? Legittimo atteggiamento. Del resto lo streaming è da tempo il metodo con il quale la gente, specie i giovani, ascoltano musica, perché non tenerne conto?

Magari, però, si potrebbe disquisire sul modo in cui se ne tiene conto, differente in Italia rispetto al resto del mondo. Onde evitare che brani specifici influenzino le classifiche degli album, portando a certificazioni, Disco d'oro e di Platino, per lavori che esistono solo nella fantasia dei compilatori, in genere si tende a non tenere conto, nel monitorare gli streaming, del brano più ascoltato e di quello meno ascoltato. Facciamo un caso specifico. Esce il cd di Pinco Pallino. Ha dieci canzoni, tante ne vengono prese in considerazione, canzoni che superino almeno i trenta secondi, perché lo streaming è tale solo se si supera quella soglia di tempo. Bene, per conteggiare gli streaming, posto un tetto di dieci ascolti personali al giorno, si tiene in genere conto degli otto brani medi, cioè senza considerare quello più ascoltato e quello meno ascoltato. Quello più ascoltato, si suppone, sarà certificato come singolo, l'altro amen. Quindi si prendono gli otto brani intermedi, si considera una soglia di dieci ascolto a brano giornaliero e, raggiunta quota milletrecento ascolti si conteggia come se fosse un album venduto. Questo anche se di album venduto non ce n'è neanche una copia, nel mentre. Chiamalo, se vuoi, tempo moderno, progresso, regresso, o come cazzo ti pare.

Da noi no. Da noi si considerano i dieci brani più ascoltati, e la hit, chiamiamola così, può pesare fino al 70% del totale. Piccola differenza non da poco.

Anche perché c'è un dettagliuccio da tenere a mente, essendo i canali di streaming, quasi nella loro totalità, utilizzati solo gratuitamente, spesso e volentieri chi vi accede lo fa con la stessa attitudine che si ha nei confronti delle radio, passivamente, magari affidandosi alle Playlist, e qui arriva la seconda notiziola.

Anche perché c'è un dettagliuccio da tenere a mente, essendo i canali di streaming, quasi nella loro totalità, utilizzati solo gratuitamente, spesso e volentieri chi vi accede lo fa con la stessa attitudine che si ha nei confronti delle radio, passivamente, magari affidandosi alle Playlist, e qui arriva la seconda notiziola

In vetta alle classifiche Viral di Spotify, il canale streaming per antonomasia (da noi c'è anche quello legato a un noto operatore telefonico, ma una cosa alla volta), c'è un brano trap di tale OEL dal titolo Le focaccine dell'Esselunga. Un brano che, fosse roba seria, dovrebbe indurre la popolazione a cercare tale OEL come nella scena culmine di Elephant Man, quella in cui si pensa che il povero protagonista del film di David Lynch abbia volontariamente fatto male a una bambina, e la folla, giustamente, lo vuole linciare. Il problema per OEL è che lui, a differenza del protagonista di Elephant Man, non può dire, la voce stentata, “Non sono un mostro”. Lui un mostro lo è. Ed è un mostro creato da Spotify, fuor di dubbio. Anche in questo arriviamo buoni ultimi, perché è almeno un anno che viene denunciato all'estero un utilizzo piuttosto spericolato delle playlist e delle classifiche VIRAL, quelle in cui a incidere non è tanto l'ascolto spontaneo, quanto l'essere trendy, vale a dire l'essere stocazzo. Per intendersi, Spotify decide che un brano è trendy, e quindi lo piazza nella classifica VIRAL, che ha la sua playlist, per cui la gente, pigra, si trova il brano trendy lì, lo ascolta e il brano diventa a sua volta una hit, nel magico mondo dello streaming, scalando anche le classifiche di ascolti, in streaming. Chi ne guadagna? Presumibilmente Spotify, che ha creato un fake cui non dovrà pagare royalities. O magari anche Spotify, che avrà concordato col fake un 50/50 o roba del genere. Il tutto mentre ci sono artisti, Dio mi perdoni per aver usato questa parola, che fanno girare la loro musica davvero, tipo i Thegiornalisti, che seppur facendo cagare stanno piazzando Riccione lì dove hanno già piazzato Pamplona con Fabri Fibra. Chiaro, si potrebbe aprire dibattito riguardo il motivo per cui questi brani siano così passati in radio, specie in certi network, ma fa caldo, è luglio e vivo in una cazzo di città senza mare, abbiate pietà di me.

Questo aspetto, cioè del come le classifiche, specie la VIRAL, la nuova classifica FIMI di non vendita, e le playlist dei canali di streaming potrebbero influenzare il sistema musica è al vaglio degli addetti ai lavori.

Per dire, il noto operatore telefonico che gestisce il canale di streaming più gettonato in Italia con Spotify, canale streaming compreso nelle tariffe, quindi a gratis, ha chiaramente un accordo con una delle tre multinazionali del disco, basta guardare la homepage e vedere di chi sono tutti gli artisti presenti per farsene un'idea. Non influisce questo nelle classifiche e certificazioni?

Non basta.

Chi stabilisce i brani che finiscono nelle varie playlist? E in base a cosa lo stabilisce?

Perché se OEL è il re del VIRAL, magari, qualche domandina ce la dovremmo fare.

Cioè, dopo aver assistito al doping delle classifiche fisiche, a suon di firmacopie, fatto che ha sostanzialmente inculato i priccoli e validi discografici, quelli che ci credono davvero, che fanno scouting, che se la sudano. Adesso arrivano le classifiche e le playlist tarocche, col placet della FIMI, ente che ha del resto nel suo direttivo i presidenti delle major, mica Red Ronnie.

Insomma, un bel casino.

Uno, però, potrebbe sempre dire, ma che cazzo te ne frega delle classifiche e delle certificazioni, la musica è musica, se uno vuole se la ascolta per i fatti suoi, magari invece che su Spotify, su Youtube, che da questo giro è tagliato fuori.

Vero. Verissimo. Uno, addirittura, se la può ascoltare addirittura dal vivo, al musica, pensa te. Peccato che, però, l'omologazione e omogeniezzazione del sistema musica sta portando a un circolo invirtuoso per cui a tutti i festival partecipano gli stessi artisti, Dio mi condanni a bruciare all'inferno per aver usato questa parola, che poi sono gli stessi che circolano in televisione e anche in radio. Sempre quelli, senza lasciare spazio ai pochi validi in circolazione (per non dire ai tanti validi neanche in circolazione). Il che porta le major e i canali di streaming, cioè a coloro che gestiscono la faccenda, ad avere un potere eccessivo, fatto che indurrà i piccoli a scendere a patti col diavolo, a vendersi al diavolo o, peggio, a smettere di far musica.

E siamo solo all'inizio.

Perché se è vero che le prossime settimane, i prossimi mesi potrebbero presentarci classifiche in cui sono presenti solo i trapper alla Dark Polo Gang o Sfera Ebbasta, senza più artisti alla Roger Waters, che del resto fa un album ogni venticinque anni, ma anche a una nostra Laura Pausini, è anche vero che potremmo ritrovarci in un mercato saturo di Rovazzi e privo di Ivani Fossati, perché la discografia preferirà investire su chi costa poco e fa incassare tanto.

Si potrà dire che questi sono i tempi che corrono, che la classifica è una fotografia dell'oggi. Bene, converrete con me che la polaroid di una musica di merda resta la polaroid di una musica di merda, mica dobbiamo per forza considerarla arte.

E converrete anche che guardare al traffico reale generato da certa musica, perché certa musica genera traffico reale e, questa sì, andrebbe monitorata, non è uguale che guardare inebetiti al traffico fasullo generato da colui che il traffico dovrebbe gestirlo, non generarlo.

Io, nell'incertezza, infilo la testa dentro un condizionatore e sparo l'aria fredda a palla. La speranza è di perdere l'udito. Di sicuro non mi perderò niente di così rilevante.

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