Il ricercatore che vende ricambi è l’emblema di un mercato del lavoro che fa schifo

La lettera di Massimo Piermattei non è solo un atto d'accusa contro l’università, le baronie, i favoritismi. Ma spiega perfettamente perché in Italia è tanto difficile trovare lavoro: colpa di un orientamento inefficace e di politiche attive inesistenti. Il risultato è sotto i nostri occhi

Smetto Quando Voglio
12 Luglio Lug 2017 1118 12 luglio 2017 12 Luglio 2017 - 11:18

Usciamo un attimo dalle polemiche su università e cervelli, prego. Perché la lettera con cui Massimo Piermattei, storico dell’integrazione europea, ha dato addio all’università non è (solo) la storia di un Paese che manda all’ammasso i cervelli, o che non investe in cultura, tanto più se umanistica. È qualcosa di più. È il racconto - perfetto e brutale - di tutto quel che non va nel mondo del lavoro in Italia, al netto di qualsivoglia crisi e di qualsivoglia congiuntura.

Per cominciare, è la storia di un sistema educativo che orienta solamente in funzione delle passioni e delle vocazioni di ciascun individuo. Nel caso di specie: ti piace fare lo storico? Fallo, anche se in Italia gli storici fanno la fame. Intendiamoci: Piermattei - lo scrive lui stesso - era perfettamente cosciente del “guaio” in cui si stava cacciando, inseguendo la sua vocazione. Ma per uno come lui ce ne sono (decine, centinaia di) migliaia che si iscrivono inconsapevoli a corsi di laurea che non offrono alcuno sbocco professionale, perlomeno in Italia. E che capiscono di essersi giocati il futuro solo una volta usciti dall’ateneo, dopo anni passati sui libri e migliaia di euro spesi per farlo. Ha senso? O forse i servizi di orientamento, soprattutto quando una persona si specializza, andrebbero più che potenziati, offrendo a ciascuno studente una specie di busta arancione tipo quella dell’Inps, al cui interno vi sia una chiara indicazione di ciò che gli converrebbe fare, stanti le sue abilità e le sue vocazioni?

Il secondo problema, l’enorme skill mismatch tra domanda e offerta esistente nel mercato del lavoro italiano è semplicemente fisiologico. Traduciamo per i meno avvezzi a questa terminologia: al netto di ogni crisi, l’Italia è un Paese in cui larga parte della disoccupazione è figlia di un disallineamento tra le competenze di chi cerca lavoro e i bisogni di chi lo offre. Solo poche giorni fa abbiamo assistito a un concorso della Banca d’Italia in cui sono presentate 85mila persone per 30 posti, stipendio massimo 28mila euro all’anno. Dello scorso 15 giugno un concorso per 10 posti da infermieri al Policlinico di Milano in cui si sono presentati in ottomila. Ed è di ieri la notizia di un concorso per altri duecento posti di infermiere, a Genova, in cui si sono presentati in dodicimila.

Piermattei - lo scrive lui stesso - era perfettamente cosciente del “guaio” in cui si stava cacciando, inseguendo la sua vocazione. Ma per uno come lui ce ne sono (decine, centinaia di) migliaia che si iscrivono inconsapevoli a corsi di laurea che non offrono alcuno sbocco professionale, perlomeno in Italia. E che capiscono di essersi giocati il futuro solo una volta usciti dall’ateneo, dopo anni passati sui libri e migliaia di euro spesi per farlo. Ha senso?

Esiste una via d’uscita? Sì, si chiama politiche attive del lavoro. Di fatto, è un servizio che dovrebbe formare e ricollocare chi non trova lavoro per trovargli un occupazione in un contesto affine, che tenga conto delle sue attitudini e delle sue capacità. Un po’ come i navigatori satellitari che ricalcolano il percorso e ne suggeriscono uno alternativo quando c’è un incidente sull’autostrada. In Italia - e l’intervista a Tommaso Nannicini che abbiamo pubblicato oggi ne dà adeguata testimonianza - le politiche attive del lavoro - quelle pubbliche, perlomeno - funzionano poco e male. Ed è tanto normale quanto terribile che in un contesto del genere uno storico con venticinque pubblicazioni accademiche nel curriculum finisca a vendere ricambi d’auto (settore in crisi pure quello, peraltro), anziché finire, ad esempio, a partecipare a bandi di finanziamento per l’accesso ai fondi comunitari che l’Italia non è in grado di attrarre.

Orientamento assente, mismatch alle stelle, politiche attive inefficaci: il risultato è una transizione tra l’età della formazione e quella della professione che rischia di durare decenni. Un’autonomia economica che arriva - se arriva - dopo gli -anta. E una dilatazione dei tempi che - sebbene Piermattei due figli ce li abbia - spiega molto della crisi demografica italiana. E apre scenari da brivido quando nei calcoli del montante contributivo di tanti, troppi eterni precari, una volta che andranno - se andranno - in pensione.

”Smetto quando voglio”, conclude la sua amara missiva Piermattei, citando la pellicola di successo in cui un gruppo di ricercatori universitari si mette a spacciare smart drugs per sbarcare il lunario. No caro Matteo, non smetti quando vuoi. Perché finché questa giostra continuerà a girare a vuoto scendere sarà impossibile, a meno di emigrare. Tocca provare a fermarla, qui e ora. Se non per noi, per chi verrà dopo.

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