Perché reprimere la movida significa avere più violenza in città

Dopo il decreto Minniti, le ordinanze comunali e le cariche della polizia, la stigmatizzazione della movida e del divertimento notturno sta arrivando a livelli pericolosi e antidemocratici

Concert 768722 1920

Pixabay

12 Luglio Lug 2017 1101 12 luglio 2017 12 Luglio 2017 - 11:01

Negli ultimi due mesi, un po' per la bella stagione, un po' sull'onda emotiva che ha seguito la sfiorata strage di Torino durante la finale di Champions League, un po' in seguito al decreto Minniti che rafforza i poteri e l'autonomia dei sindaci nell'imporre ordinanze anti alcool e anti movida, stiamo assistendo a qualcosa che somiglia più a una guerra civile che a un dibattito da paese democratico.

Mentre a Torino la polizia antisommossa carica clienti ed esercenti di uno dei luoghi più affollati della vita notturna cittadina, in ogni angolo d'Italia sempre più sindaci ricorrono a ordinanze d'urgenza limitando luoghi e orari di vendita degli alcolici, criminalizzando a tutti gli effetti con multe, ammende e stimma sociale, quei cittadini che scelgono di utilizzare il proprio tempo libero notturno per divertirsi, per chiacchierare, per bere e per ballare.

Alcolisti, vagabondi, balordi: le decine di migliaia di uomini e donne di ogni età — quasi sempre vengono definiti genericamente “giovani” ma solo giovani non sono — e condizione sociale che passano le loro serate lontano da televisione e social network sono, insomma, al centro di un vero e proprio attacco frontale.

Non è quantomeno strano che quello stesso popolo del divertimento che durante gli attacchi al Bataclan e ai locali parigini della movida veniva indicato come il simbolo di tutte le libertà occidentali e identificato come il vero obiettivo dei terroristi per mettere a repentaglio i nostri valori di libertà e laicità, venga ora stigmatizzato, criminalizzato e ultimamente — come dimostrano i gravissimi fatti piazza Santa Giulia a Torino — sedati con interventi militari antisommossa?

Intendiamoci, nessuno pretende di sostenere l'inconsistenza del diritto al riposo, tutt'altro. Ma che il diritto al riposo assuma queste proporzioni andando a intaccare pesantemente altri due diritti, quello al divertimento degli avventori e quello al commercio dell'esercenti, è grave e rappresenta una chiusura bigotta e ipocrita in un paese che si dichiara libero e laico.

Chiusura anticipata, divieto di vendita di alcool, divieto di asporto di bottiglie, spostamento dei locali in periferia (che vadano a rompere le balle ai poveri, insomma, come se dormire fosse un diritto da ricchi), e ancora, il divieto di stare all'aperto, ovvero di occupare suolo pubblico, di tutti: basta andare a guardare le proposte dei movimenti antimovida per capire che in gioco qui no c'è la convivenza tra diritti — che sarebbe il fulcro della vita democratica — bensì, più semplicemente, l'arrogante pretesa che chi dorme di notte sia la parte sana della società mentre chi fa vita sociale sia la parte bacata, drogata, alcolista, violenta, in fin dei conti sbagliata.

Se la vita notturna è ben gestita, è vero l'esatto contrario: più gente per strada di notte vuol dire più sicurezza, una sicurezza che ha il vantaggio di non avere bisogno di armi e di divise, una sicurezza che si chiama tessuto sociale

Così non si salvaguarda il diritto di nessuno a dormire. Così si stigmatizza, si emargina e si creano le condizioni per una guerra civile. Il problema si risolve cercando di capire che la situazione non è in bianco e nero. Nel braccio di ferro tra movida e antimovida non c'è una parte che vede i propri diritti calpestati mentre l'altra ci passeggia sopra con arroganza. Qui la questione è che c'è, anzi ci dovrebbe essere, un equilibrio instabile tra diritti. Diritti che non sono nemmeno soltanto due — diritto a dormire contro diritto a divertirsi — ma sono tre, c'è anche il diritto dei commercianti a portare avanti le proprie attività.

Un triangolo legale che da tenere in piedi è complicato, ma che è estremante necessario. Come è estremamente necessario smettere di pensare alla vita notturna come a una fonte di degrado, di violenza e di vizio. Se la vita notturna è ben gestita, è vero l'esatto contrario: più gente per strada di notte vuol dire più sicurezza, una sicurezza che ha il vantaggio di non avere bisogno di armi e di divise, una sicurezza che si chiama tessuto sociale e che è il vero elemento discriminante nel fare delle nostre città dei posti accoglienti o dei deserti violenti. Che si lavori quindi sull'ammodernamento dei locali e delle case per diminuire l'impatto di voci e musica sulle notti di chi ha il sacrosanto diritto di dormire; che si lavori a progetti di convivenza e di integrazione tra chi preferisce chiudersi in casa davanti alla televisione e chi invece se ne va a zonzo tutta la notte; ma che si smetta di stigmatizzare una parte della società la cui unica colpa è quella, dopo una giornata di lavoro, di non correre subito a seppellirsi nel letto.

Potrebbe interessarti anche