Enrico Letta, abbiamo un po’ di disgusto pure per D’Alema, Napolitano e Berlusconi?

Raccontiamola giusta: non fu un golpe di Renzi a far cadere il governo Letta, tre anni fa. Piuttosto una convergenza d’interessi totale da parte di tutte le forze che l’avevano inizialmente sostenuto. A cominciare proprio dal Lider Maximo, che allora era tutto fuorché antirenziano

Letta Renzi

ALBERTO LINGRIA / AFP

ALBERTO LINGRIA / AFP

13 Luglio Lug 2017 0905 13 luglio 2017 13 Luglio 2017 - 09:05

Su una cosa Matteo Renzi ha ragione da vendere. Quello che lo portò a Palazzo Chigi al posto di Enrico Letta non fu un golpe da lui ordito di punto in bianco, né fu la sostituzione di un governo in piena salute, sacrificato sull’altare della smania per una Poltrona più prestigiosa dell’allora sindaco di Firenze e neo segretario del Partito Democratico. Al contrario - e basta rileggere le cronache di allora - fu un’operazione con numerose parti in commedia. Molte delle quali, oggi, si nascondono dietro un dito, avvalorando la tesi del colpo di mano renziano.

Riavvolgiamo il nastro, allora. È il 28 aprile 2013 quando il governo Letta si insedia, dopo circa sessanta giorni di stallo conseguenti alle elezioni del 24 e 25 febbraio. Nasce, quel governo, coi voti del Partito Democratico e dell’allora Popolo delle Libertà, guidato da Silvio Berlusconi, che già allora decide di sostenerlo “non senza travaglio”, come dichiara nell’ormai leggendario discorso al Senato in cui sconfessa quanto detto pochi minuti prima dal suo (allora) fedelissimo Sandro Bondi.

«È un grande», commenta sottovoce Enrico Letta dai banchi del Senato, quando Berlusconi mette in scena il suo colpo di teatro. Ma durerà poco l’idillo, pochissimo. Un po’ perché Enrico Letta, nonostante la sua parentela col fedele consigliere Gianni, non lo convince, né tantomeno lo tutela. Sono i giorni dell’interdizione dai pubblici uffici e il neo premier, nel suo intervento a Palazzo Madama, forte dei dissidenti di centro-destra che avevano scelto di sostenerlo comunque, prende nettamente le distanze dal Cavaliere: «La vita del governo va distinta dalla vicenda giudiziaria di Berlusconi», dichiara. Nonostante sappia benissimo che per fare una nuova legge elettorale, prima ed esplicita richiesta di Napolitano, servano i voti di Berlusconi.

È un azzardo, questo, che Letta comincia a pagare un secondo dopo il suo insediamento. Passano quattro mesi e già il clima si fa rovente. Berlusconi è insofferente, minaccia di uscire dalla maggioranza e di staccare la spina a Letta. Un’eventualità, questa, che aprirebbe le porte a un ritorno alle urne. A tremare sono soprattutto i Dem. Ancora sotto choc dopo il flop alle elezioni di febbraio, balcanizzati al loro interno, guidati da un traghettatore al cloroformio come Guglielmo Epifani e a picco nei sondaggi sono terrorizzati dall’idea di dover tornare a misurarsi con gli elettori. E cominciano a guardare verso Palazzo Vecchio, dove Matteo Renzi sta ancora preparando la sua candidatura alle primarie del successivo autunno.

«Letta è solo un leader di transizione, per il futuro immagino Renzi a palazzo Chigi e Cuperlo alla segreteria», afferma il lider maximo a una Festa dell’Unità in Umbria, ottimo profeta a metà. Nonostante l’incoerenza a posteriori, il ragionamento di D’Alema ha una sua logica: serve un governo in grado di ricucire con Berlusconi e qualcuno che tenga unito un partito spaccato per far proseguire la legislatura il più a lungo possibile

Curiosità, lo fa soprattutto la sinistra del partito, quella che oggi è fuoriuscita proprio in polemica con l’attuale segretario democratico, da Speranza a Cuperlo, sino a Massimo D’Alema, cui a quanto pare, quattro anni fa Renzi proprio schifo non faceva: «Letta è solo un leader di transizione, per il futuro immagino Renzi a palazzo Chigi e Cuperlo alla segreteria», afferma il lider maximo a una Festa dell’Unità in Umbria, ottimo profeta a metà. Nonostante l’incoerenza a posteriori, il ragionamento di D’Alema ha una sua logica: serve un governo in grado di ricucire con Berlusconi e qualcuno che tenga unito un partito spaccato per far proseguire la legislatura il più a lungo possibile.

Ne è convinto pure il presidente Napolitano. Il governo, a causa di una scenario così complesso, è nel pantano dopo pochi mesi e non riesce a fare nulla o quasi, dove il quasi è la reintroduzione dell’imposta sulla prima casa, non certo una riforma della legge elettorale, necessaria dopo che il 4 dicembre la Consulta dichiara incostituzionale il Porcellum. Pochi giorni prima, il 26 novembre, Berlusconi era uscito dalla maggioranza. Pochi giorni dopo, l’8 dicembre Matteo Renzi viene eletto segretario del Pd con il 70% dei consensi. Ne passano altri quaranta, e il neo segretario dem ospita Berlusconi nella sede del Partito Democratico per parlare, per l’appunto, di legge elettorale.

Di fatto, è in quel momento che Napolitano (e non solo lui) capisce che Renzi può essere l’elettrochoc per una legislatura agonizzante. Tutto sembra quadrare: lui che può tenere unito il Partito. Lui che può riaprire il dialogo con Berlusconi sulla riforma elettorale, necessaria per permettere al Paese di tornare alle urne, precipitasse la situazione. Lui che ha capitale politico in abbondanza per fare le riforme - lavoro, giustizia, pubblica amministrazione - necessarie a riconquistare un minimo di credibilità in Europa e sui mercati.

Si parla di rimpasto, ma la verità è che Letta non può reggere l’onda d’urto degli eventi. L’avvicendamento tra i due a Palazzo Chigi è quasi fisiologico e riceve il plauso di ciascuna delle parti in commedia. Il resto lo sappiamo: Renzi non riesce a tenere insieme il Pd, né a portare avanti il patto con Berlusconi, né a dotare il Paese di una legge elettorale. E oggi siamo tornati al disastro di inizio legislatura. Evidentemente, qualcuno si è pentito della scelta di allora ed è normale sia così. Ma la Storia, finché è possibile, raccontiamola tutta.

Potrebbe interessarti anche