«Ilaria Alpi, adesso vogliamo la verità. A tutti i costi»

La procura di Roma chiede di archiviare il caso. Dopo 23 anni, spiegano, non è più possibile scoprire i colpevoli del delitto. Ma nonostante i tanti depistaggi, la verità può ancora essere trovata. La sentenza della Corte d'Appello di Perugia autorizza nuove indagini. L’appello di 250 parlamentari

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14 Luglio Lug 2017 0840 14 luglio 2017 14 Luglio 2017 - 08:40

«Voglio la verità, voglio sapere perché è stata assassinata in quel modo». Luciana Alpi, madre della giornalista Ilaria, sta combattendo da 23 anni la sua battaglia. Da quando, nel 1994, sua figlia e l’operatore Miran Hrovatin furono uccisi con numerosi colpi di kalashnikov a Mogadosicio, in Somalia. Dopo indagini, processi, depistaggi e falsi testimoni, pochi giorni fa è arrivata la notizia che non avrebbe mai voluto sentire. La procura di Roma ha chiesto di archiviare il caso. La vicenda sarebbe ormai troppo lontana nel tempo per poter scoprire i colpevoli del delitto, spiegano i magistrati. Eppure Luciana non si arrende. Commossa, gli occhi lucidi, in un breve incontro alla Camera dei deputati insiste: «Prima della giustizia voglio la verità, a tutti i costi».

La madre di Ilaria Alpi non è sola. Nel giro di poche ore sono state raccolte le firme di 252 parlamentari di tutti gli schieramenti. Il deputato del Pd Walter Verini, che da anni si batte per questa vicenda, ha preparato un appello. «È una battaglia per la verità», spiega. «Ci sono troppi misteri e depistaggi dietro quella esecuzione». Il testo ha il sapore di un impegno. Nessuna indebita pressione sulla magistratura. Eppure i parlamentari assicurano che a prescindere dalla decisione degli uffici giudiziari, non archivieranno l’attenzione sul caso. Una vicenda drammatica, una delle pagine più oscure della recente storia repubblicana. Ecco perché la ricerca della verità non è solo un atto doveroso nei confronti della vittime e delle loro famiglia. Ma una questione democratica.

«Voglio la verità a tutti i costi, voglio sapere perché è stata assassinata in quel modo». Luciana Alpi, madre della giornalista Ilaria, sta combattendo da 23 anni la sua battaglia. Da quando, nel 1994, sua figlia e l’operatore Miran Hrovatin furono uccisi con numerosi colpi di kalashnikov a Mogadosicio, in Somalia

Già dieci anni fa un gip della procura di Roma aveva respinto una prima richiesta di archiviazione. Spiegando che la ricostruzione più probabile della vicenda portava «a un omicidio su commissione». Nessun tentativo di rapina finito male, come pure erano arrivate a concludere alcune ipotesi. Una verità sempre più evidente e scomoda. Anni di processi e indagini giornalistiche - sul caso fu istituita anche una commissione parlamentare di inchiesta - hanno avvicinato di molto a quella che oggi appare essere la vera colpa dei due giornalisti. Uccisi dopo aver scoperto un traffico di armi e rifiuti tossici tra Italia e Somalia all’ombra della cooperazione internazionale. «Un caso di depistaggi, di servizi deviati, di pezzi dello Stato che non solo non fecero il proprio dovere - si legge nell’appello dei parlamentari - ma si adoperarono per coprire responsabilità e deviare».

Ma c’è altro. Lo scorso gennaio è arrivata la sentenza del processo di revisione. La Corte d’Appello di Perugia ha deciso l’immediata scarcerazione del cittadino somalo Omar Hashi Hassan, detenuto per 16 anni con la falsa accusa di aver assassinato i due italiani. Le motivazioni della sentenza offrono anche lo spunto per proseguire il percorso verso la verità. Nero su bianco si parla espressamente di “attività di depistaggio di ampia portata”. «Ora la procura di Roma può dare nuovo impulso alle indagini - spiega Verini - Noi non ci rassegniamo». Luciana Alpi è una donna coraggiosa. Dopo tutti questi anni non ha ancora perso la voglia di lottare. «Sono passati 23 anni e tre mesi» ricorda a Montecitorio. «Adesso faccio un appello al Gip: non accolga questa richiesta di archiviazione. Ci sono ancora molte cose da fare, le motivazioni della sentenza della corte di Appello di Perugia non sono state neppure lette».

Già dieci anni fa un gip della procura di Roma aveva respinto una prima richiesta di archiviazione. Spiegando che la ricostruzione più probabile della vicenda portava «a un omicidio su commissione». Una verità sempre più evidente e scomoda. una delle pagine più oscure della recente storia repubblicana

L’individuazione dei responsabili di quel delitto è ancora possibile. «E se qualcuno pensa che questa vicenda si possa chiudere domattina, non ha capito niente» spiega il presidente della Federazione nazionale stampa Giuseppe Giulietti. Il segretario Fnsi Raffaele Lorusso insiste: «Gli elementi per fare emergere la verità ci sono, si possono ancora trovare». E se la magistratura italiana non sarà in grado andare avanti, qualcuno già pensa a un altro percorso. In questi giorni si sta valutando la possibilità, qualora fosse necessario, di investire del caso la giustizia europea. È una vicenda che ci tocca tutti da vicino. «Non è una storia di giornalisti, né della famiglia, è una questione democratica» continua il presidente Giulietti. Un atto di verità nei confronti del nostro Paese, anzitutto. Per far luce su una storia dai troppi segreti.

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