Il successo (breve) di Pokemon GO: perché dopo un anno non ci gioca più nessuno?

Era diventato la moda dell’estate 2016: milioni di persone, prese da una febbre collettiva, giravano per le strade stregati dal gioco della realtà aumentata. Poi, all’improvviso hanno smesso. Per almeno cinque motivi

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Roslan RAHMAN / AFP

15 Luglio Lug 2017 0830 15 luglio 2017 15 Luglio 2017 - 08:30
Tendenze Online

Un tempo, qui, erano tutti giocatori di Pokemon GO. Le file di giocatori incalliti si affastellavano lungo le strade, le fermate della metropolitana, gli spazi pubblici. Si erano create gare, amicizie e incontri con sconosciuti soltanto condividendo la passione del gioco, cioè uscire in cerca/caccia di mostricciattoli disseminati, attraverso la realtà virtuale, in tutta la città.

Il gioco, lanciato il 6 luglio del 2016 dai Niantic Labs, della Nintendo, prese subito piede. Nel giro di pochi giorni sembrava che tutti non avessero altro pensiero nella testa che catturare piccoli Pokemon. Non fu solo un gioco, diventò anche un fenomeno sociale. Portò a livello mainstream l’idea di giocare con la realtà inventata, ebbe impatto sull’economia locale, provocò incidenti e penetrò perfino nel discorso politico americano, tanto che Hillary Clinton fece cenno a Pokemon GO in uno dei suoi tentativi di agganciare i giovani (Trump no, e si è visto chi ha avuto ragione).

Bene, e adesso? Come si scrive qui, è il deserto. Solo dopo un anno, Pokemon GO ha smesso di interessare le persone (normali, non i nerd). Secondo le stime, almeno 4 giocatori su 5 hanno smesso di giocare. In totale, dai 25 milioni del luglio 2016 si è passati ai 7,5 del dicembre 2016. Cosa è successo? È quello cui cerca di rispondere questo articolo di Complex Uk.

Pokemo GO ha smesso di funzionare perché, come tutte le cose umane, ha un inizio e una fine. E come tutte le cose pop, ha vita brevissima. Entrando però nei particolari, ci sono almeno quattro ragioni strutturali che hanno tagliato le gambe al giochino sulle quali andrebbe fatta almeno una riflessione.

Prima di tutto, è/era un gioco da città. Gli utenti delle zone rurali hanno smesso presto di appassionarsi alla caccia. Il motivo era semplice: nella loro area, i Pokemon da catturare erano pochissimi. Si sono stufati presto, insomma, vinti anche dalla sensazione di aver “finito” il gioco, nonostante mancassero ancora diversi pezzi pregiati da cacciare.

Un altro motivo è che il gioco non dà all’utente nessun incentivo per continuare. Una volta catturato un mostricciattolo, si guadagna soldi che servono per continuare a giocare. Il meccanismo del gioco è ripetitivo, non dà obiettivi da raggiungere, non pone livelli. Soltanto, fa giocare all’infinito. E le persone, poi, si stancano. Allo stesso tempoo ha messo in luce i limiti della tanto decantata tecnologia: i Pokemon, per una serie di difetti strutturali, non erano dove avrebbero dovuto essere, almeno stando alle mappe e alle indicazioni. Anche questo sforzo aggiuntivo da parte dell’utente, cioè di pazientare di fronte ai difetti tecnologici, ha pesato.

Ma soprattutto ha contato l’eterna legge della moda umana. Ciò che un giorno è ganzo, il giorno dopo non lo è più. E nessuno è in grado di capire perché (né perché lo diventi (prima) né perché (poi) smetta di esserlo). Soltanto, un giochino per nerd, per qualche mese, ha coinvolto le masse. Poi, un giorno, è arrivato il risveglio. E con un po’ di vergogna, forse la stessa che provò Adamo nello scoprirsi nudo, tanti giocatori hanno ripreso a occuparsi di cose più serie.

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