Dal Pd alla Lega Nord, la politica è in bancarotta (e no, non c’è niente di cui stare allegri)

Bilanci in rosso, dipendenti in cassa integrazione, casse vuote: possiamo godere della crisi senza fine dei partiti, ma avere una politica con le casse vuote è il modo migliore per finire alla mercé di interessi privati. Forse, a venticinque anni da Tangentopoli, una riflessione è necessaria

Partito Democratico

AFP PHOTO / MARIO LAPORTA MARIO LAPORTA / AFP

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17 Luglio Lug 2017 1000 17 luglio 2017 17 Luglio 2017 - 10:00

Azienda numero uno: 9 milioni di euro di passivo, 184 dipendenti in cassa integrazione, a rotazione, tra settembre e ottobre. Azienda numero due: più di un milione di euro di buco, 400mila euro scarse di disponibilità liquida, 29 dipendenti già in cassa integrazione che rischiano il licenziamento. Azienda numero tre: sei milioni di euro di buco, figli della morosità di chi dovrebbe provvedere a coprirlo.

Tutto normale, perlomeno oggi in Italia, se queste aziende non si chiamassero, rispettivamente, Partito Democratico, Lega Nord e Forza Italia e non fossero tre dei quattro più importanti movimenti politici italiani. Per la cronaca, il quarto, il Movimento Cinque Stelle, non presenta il proprio bilancio ed è di proprietà di una società privata, quindi peggio che andare di notte.

Possiamo far finta che non c’è nessun problema, e tenerci i partiti che abbiamo, rinviando sine die una riflessione non demagogica sul finanziamento dell’attività politica che, fossimo un Paese serio, avrebbe dovuto essere in agenda sin dal 1993, quando le inchieste di Mani Pulite avevano dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, che per cinquant’anni e rotti, la sua natura era stata illegale

Parliamo di realtà che complessivamente fanno l’85% circa dei consensi politici del Paese. Se esistesse un mercato della politica, ne sarebbero di fatto oligopolisti. Eppure, nonostante questo, è evidente la loro incapacità di sopravvivere alle loro strutture forse fin troppo costose (il Pd), a sprechi del passato (la Lega Nord), a parlamentari che si dimenticano di versare i contributi alla sopravvivenza del partito, dopo che la nuova legge sul finanziamento pubblico della politica ha stabilito un tetto massimo di 100mila euro per le erogazioni liberali, di fatto il modo attraverso cui Berlusconi finanziava la baracca (Forza Italia). Il tutto senza menzionare la triste sorte dei giornali di partito, dalla Padania a L’Unità, finiti miseramente nonostante i fiumi di denaro (pubblico e privato) speso per rianimarli.

Se vogliamo farla facile potremmo far finta che il problema non esiste, che la politica sia una forma di volontariato, che forze che hanno l’ambizione di governare il Paese debbano finanziarsi con l'obolo del 2 per mille (11 milioni di euro complessivi raccolti nel 2016) possano essere esposte alla bancarotta e potenzialmente alla mercé dell’obolo di qualunque finanziatore privato, o di chiunque - ci si perdoni la schiettezza - abbia denaro abbastanza da comprarsi un posto in lista per garantirsi un’elezione sicura.

Possiamo far finta che non c’è nessun problema, e tenerci i partiti che abbiamo, rinviando sine die una riflessione non demagogica sul finanziamento dell’attività politica che, fossimo un Paese serio, avrebbe dovuto essere in agenda sin dal 1993, quando le inchieste di Mani Pulite avevano dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, che per cinquant’anni e rotti, la sua natura era stata illegale.

Possiamo far finta e continueremo ad avere forze politiche che non hanno alcun legame col Paese, che devono affidarsi al carisma dei leader per dettare l’agenda, che devono inseguire le ospitate nei talk show per avere visibilità, che si autoconvincono che la rete possa diventare un luogo alternativo di dialogo con la società. Possiamo continuare a credere che l’endemica debolezza della politica attuale non c’entri niente con tutto questo e continuare ad abbeverarci alla fonte dell’invidia sociale verso il politico, ladro finché volete, incapace finché volete, ma capro espiatorio di tutte le caste, ben più ricche, e ladre e incapaci, di questo Paese. Possiamo, certo. Precipitare non costa nulla. Ma come diceva quello, il problema è l’atterraggio.

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