Lo ius soli? È una scemenza, come lo ius sanguinis

La cittadinanza non è una questione né di suolo, né di sangue: la chiave per determinare la piena cittadinanza è quella culturale. Ma da un Paese che fa fatica anche solo a scaricare qualche profugo nelle periferie, senza nessuna capacità di integrazione, cosa vi aspettate?

Migranti

ARIS MESSINIS / AFP

ARIS MESSINIS / AFP

18 Luglio Lug 2017 0742 18 luglio 2017 18 Luglio 2017 - 07:42

Incapace di mettere a fuoco i problemi e di trovare soluzioni efficaci, la governance italiana divaga. Lo si fa a destra mostrando i muscoli nella speranza di rendere più dure le pene per furti e rapine, lo si fa a sinistra sollevando lo sguardo verso il cielo dei principi morali per estendere il numero dei presunti diritti (oltre a gareggiate con la destra nell'ampliamento dei reati, naturalmente).

La legge sullo ius soli, riposta l'altro ieri nell'obitorio della legislatura in scadenza, è un caso esemplare. Tutto il Pd, nel fare indietro tutta, si è detto amareggiato perché non si è riusciti a dare risposta "a una sacrosanta richiesta di diritti negati". Esiste dunque un diritto alla cittadinanza sulla base dello ius soli? E come mai allora nessuno dei paesi europei lo contempla (già, basta leggere il dossier del servizio studi del Senato per trovarne conferma)?

Ius soli sì, ma temperato, è la risposta: c'è un requisito, un permesso di soggiorno di almeno cinque anni per uno dei genitori, solo in questo caso la cittadinanza per il figlio è automatica. Niente da fare, la legge italiana, se approvata, resterebbe la più liberal, o permissiva, d'Europa.

In realtà lo ius soli è stolido quanto lo ius sanguinis, quell'altro principio “sacrosanto” grazie al quale ci siamo caricati dei costi e dei voti di alcuni milioni di italiani che non conoscono la nostra lingua e le nostre vicende, non pagano le tasse, ma possono determinare (è successo) la stabilità dei governi.

In realtà lo ius soli è stolido quanto lo ius sanguinis, quell'altro principio “sacrosanto” grazie al quale ci siamo caricati dei costi e dei voti di alcuni milioni di italiani che non conoscono la nostra lingua e le nostre vicende, non pagano le tasse, ma possono determinare (è successo) la stabilità dei governi.

Non bastava lo ius culturae (accidenti al latinorum) previsto all'art. 4 comma 2bis del disegno di legge? Fai un corso di studi quinquennale, frequenti gli “indigeni”, impari l'italiano e un po' di storia patria, e a 10 anni avrai la cittadinanza.

L'Italia non ha saputo gestire i flussi migratori neppure negli anni più tranquilli e per questo ha avuto un'immigrazione meno qualificata di Francia, Spagna o Germania. Tanto meno è ora in grado di governare quella che, non avendo i necessari strumenti organizzativi, chiamiamo invasione. Le fughe dalla guerra e dalla fame si intensificano, e soltanto gli illusi possono credere che questa sia un'emergenza. L'Africa ha decine di milioni di giovani che mai vi troveranno un'occupazione, l'Europa invecchia e di migranti ha bisogno. È un fenomeno epocale, stavolta si può ben usare questa parola abusata. Gli stati che formano l'Unione europea sono accecati dal loro egoismo nazionale, noi a malapena riusciamo a prendere le impronte digitali dei migranti prima di "scaricarli" (ahimè è questo che succede) in qualche periferia urbana.

E però ci accapigliamo sulle grandi, come si dice, tematiche.

Molte chiacchiere, niente sostanza. Volete una riprova? Nessuno fra i partiti di governo o di opposizione ha finora preso in considerazione le proposte avanzate da Emma Bonino - “Ero Straniero”, si chiamano - per offrire una prospettiva di diritti veri ai tanti immigrati che si sono integrati nonostante le vessazioni burocratiche, e a quelli che verranno. Cose concrete, “salveminiane”, dio ce ne scampi!

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