Zombie di tutto il mondo, unitevi! La lotta di classe secondo George A. Romero

Il maestro dell’horror ha sempre rifiutato l’etichetta di regista politico. Eppure nei suoi film si può leggere una forte critica sociale, a partire dai morti viventi, simbolo della civiltà dei consumi: «Se avessi fatto dei film seri e importanti non avrei potuto dire tutte quelle cose»

Romero

Ethan Miller / Getty Images North America / AFP

Ethan Miller / Getty Images North America / AFP

18 Luglio Lug 2017 0829 18 luglio 2017 18 Luglio 2017 - 08:29

Anche tra i mostri ci sono le classi sociali: se il vampiro un po’ lezioso e dai merletti impolverati è il mostro aristocratico per eccellenza, lo zombie, primitivo e apatico, si divide tra la piccola borghesia e un proletariato che deve lentamente acquisire coscienza. Padre unico e indiscusso di quest’ultimo è George A. Romero, e non intendiamo un padre putativo: Romero ha letteralmente inventato la figura del non morto (il termine “zombie” non verrà utilizzato subito) delineandone le caratteristiche: l’antropofagia, i movimenti lenti e impacciati e il contagio tramite il morso.

Intendiamoci, quando Romero iniziò a girare La notte dei morti viventi non aveva assolutamente intenzione di realizzare un film politico mascherato da film di genere. Con un budget da quattro soldi e un po’ di amici che gravitavano intorno all’industria contemporanea la sua idea era fare “niente più che un filmetto commerciale, esagerare con la violenza”: un progetto divertente della domenica, con le zombie-comparse pagate con un dollaro ciascuna e una t-shirt con scritto: “Ero uno zombie nella notte dei morti viventi”(quasi un croudfunding).

Che film risultasse efficace come critica alla crisi sociale degli anni ’60 “fu un caso”, dichiarò il regista. Fatto sta che ci prese gusto, e i successivi film della saga non solo hanno mantenuto la componente sociale, ma l’hanno esplicitata e adattata attraverso i decenni.

Leggere il primo film come una critica della guerra in Vietnam o un’allegoria della guerra fredda è forzato e riduttivo. Ha invece un significato preciso (voluto o casuale che sia) la scelta di “nemici” che non vengono da fuori, ma che anzi non potrebbero essere più insider di così: casalinghe, impiegati, anziani e bambini alla ricerca di carne fresca da divorare.

Anche la scelta di un attore di colore come protagonista non fu fatta per militanza intenzionale: «È stato il migliore al provino - ha spiegato Romero -. Se devo essere sincero, gli ho dato via via più spessore perché si rivelava il migliore in una troupe raccogliticcia di interpreti improvvisati». Ma proprio mentre andavano da Pittsburgh a New York a sviluppare la pellicola, Romero e i suoi sentirono alla radio dell’omicidio di Martin Luther King: «Pensai immediatamente che il mio primo film sarebbe diventato un film totalmente politico», ha poi raccontato.

Al di là di riferimenti più o meno consapevoli, nella Notte dei morti viventi la lotta intestina tra i sopravvissuti rintanati nel microcosmo della casa colonica, il loro egoismo, la volontà di comandare, ha più importanza di quella contro i non morti. Come in una puntata di Twilight zone (Ai confini della realtà) in cui un (falso) allarme di guerra atomica è l’occasione per mostrare tutta la brutalità degli esseri umani che si affollano nel bunker di uno di loro. Recuperando la vecchia tematica cara alla fantascienza: “chi è il vero mostro?”

Romero ha letteralmente inventato la figura del non morto (il termine “zombie” non verrà utilizzato subito) delineandone le caratteristiche: l’antropofagia, i movimenti lenti e impacciati e il contagio tramite il morso.

Lavorando su queste premesse, con i suoi due cicli sugli zombie Romero crea un mondo il cui continuum non è realizzato con personaggi o fili narrativi ricorrenti, ma con l’evoluzione della catastrofe, che dall’unità di tempo, luogo e azione (con relativo microcosmo sociale) del primo film si propaga fino a delineare tutta una nuova geografia e un nuovo ordine sociale, che come spesso accade nella fantascienza e nelle storie distopiche, non è che una radicalizzazione di quello attuale.

Così, in Dawn of the Dead (Zombi). È il 1978 e di lì a poco arriverà il boom dei mall, i centri commerciali, gli anni delle file fuori dai negozi e l’esplosione orgogliosa del consumismo rampante. Romero ci mostra i protagonisti asserragliati in uno di questi grandi market, euforici e quasi non curanti perché sopraffatti dai beni a loro disposizione. Ma soprattutto ci fa vedere loro, gli zombie, che a differenza del primo capitolo hanno un barlume di intenzionalità e tendono a tornare nei luoghi che frequentavano da vivi. Quindi eccoli fare su e giù dalle scale mobili del supermercato: “era un luogo importante per loro, quando erano in vita” è la battuta memorabile.

Il terzo capitolo, Il giorno degli zombie, prosegue il discorso anti-militarista già affrontato da Romero ne La città verrà distrutta all’alba (perché non esistono solo i suoi zombie-movie) e che ritornerà in Survival of the Dead (L’isola dei sopravvissuti). Mentre il quarto, La terra dei morti viventi, è quello più esplicitamente politico, con la società divisa in classi rigidissime – i ricchi asserragliati all’interno di una cittadella-fortezza e i poveri costretti a difendersi dalle orde di non morti. Questi ultimi poi, un esercito di operai, meccanici e macellai, hanno raggiunto un nuovo grado di evoluzione, in particolare un grosso zombi-benzinaio che finisce per guidare i compagni all’assalto della città dei vivi. Un vero e proprio esercito di proletariato alla riscossa.

«A me non è che me ne fregasse molto ma già che c'ero, tramite gli zombie mi divertivo a dire qualcosa su quello che stava accadendo in quel momento nella nostra società. Se avessi fatto dei film seri e importanti non avrei potuto dire tutte queste cose»

George A. Romero

«A me non è che me ne fregasse molto - ha spiegato Romero commentando ancora una volta la componente politica nei suoi film - ma già che c'ero, tramite gli zombie mi divertivo a dire qualcosa su quello che stava accadendo in quel momento nella nostra società. Se avessi fatto dei film seri e importanti non avrei potuto dire tutte queste cose».

Inventando questa creatura (perché lo zombie del vudù haitiano era tutta un’altra cosa: non era morto, tanto per fare un esempio) Romero non ha solo plasmato un immaginario che resiste da decenni, ma ha costruito una sorta di mitologia, un’epica in cui gli uomini possono specchiarsi e ammirarsi nella loro ferocia.

È un’immagine che ribalta il concetto stesso di resurrezione cristiana - «Quando non ci sarà più posto all’Inferno i morti cammineranno sulla Terra» - facendo risorgere corpi in putrefazione che fanno eucarestia dei viventi. I non morti per Romero hanno il valore di forza perturbatrice, un’occasione per vedere come si comportano gli umani in situazioni di crisi estrema. «Gli zombie potrebbero essere qualsiasi cosa. Potrebbero essere una valanga, un uragano», spiega Romero nel 2008 a The Associated Press, raccontando che la parte che l’ha sempre interessato è mostrare il fallimento umano nell’affrontare la catastrofe, il suo meschino attaccamento a una vita che era e non può più essere la stessa.

Un fallimento già racchiuso nel colpo di scena alla fine de La notte dei morti viventi, in cui Romero sovverte il canone, rinunciando al finale ripristino dello status quo. Nel suo finale, freddo e icastico come una doccia ghiacciata, uno sceriffo accompagnato dai suoi scagnozzi redneck irrompe sulla scena a portare l’ordine. E il protagonista, che è sopravvissuto – lui solo – l’intera notte a orde di zombie affamati, finisce per essere ucciso proprio da uno dei pretesi soccorritori. Romero non ha affatto simpatia per il razzismo e il culto delle armi di un certo Sud degli States e quello che ci mostra è come l’apocalisse sia anche blandamente la scusa per dare libero sfogo alla propria ansia di violenza.

Romero ha il grande merito di aver mostrato come l’horror indipendente e a bassissimo budget possa diventare cinema d’autore. Una lezione che negli ultimi anni è più viva che mai, grazie a registi giovani e con qualcosa da dire, che attraverso i film di genere – l’horror specialmente – si stanno facendo largo tra il mercato mainstream con idee fresche e soggetti originali. Per fare qualche esempio, possiamo citare il recentissimo Get out, dedicato al tema razziale. Oppure, per restare nell’ambito zombie movie, il film ultra minimale The battery, che è un bellissimo apologo sull’amicizia e i rapporti umani. E poi ancora It follows, Excision, il famigerato Babodook e Raw, non ancora uscito in Italia ma apprezzatissimo negli USA. Insomma, abbiamo perso un maestro ma l’epoca d’oro dell’horror indipendente è solo all’inizio.

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