Al Baghdadi è vivo o morto? Chissenefrega, il Califfo non è mai contato nulla

A comandare lo Stato Islamico, ora in grave difficoltà, sono sempre più i Foreign Fighters. I siriani e gli iracheni, non contano più nulla, nell’Isis. Perché dovrebbe comandare il loro rappresentante?

Al Baghdadi

HO / AL-FURQAN MEDIA / AFP

HO / AL-FURQAN MEDIA / AFP

19 Luglio Lug 2017 0920 19 luglio 2017 19 Luglio 2017 - 09:20

È lui o non è lui? Al Baghdadi è vivo o è morto? E chi comanda l’Isis? La domanda è intrigante come tutte quelle che sanno di gossip. E non sembri un termine poco consono alla gravità del tema, o addirittura irrispettoso delle tragedie di cui l’Isis è stato portatore. L’esercito del fondamentalismo islamista sunnita ha messo fin dalle origini grande cura nelle comunicazioni, e con questa cura ha lavorato anche sull’immagine dell’ex piccolo imam nato a Samarra (Iraq) nel 1971 (compleanno tra pochi giorni, il 28 luglio), passato per le carceri americane nel 2004 e nel successivo decennio impegnato a scalare le gerarchie di Al Qaeda, poi ad affrancarsene e infine (29 giugno 2014) a farsi proclamare califfo, lui abbastanza modestamente nato Ibrahim Awwad, con il nome di Abu Bakr, primo successore di Maometto alla guida della comunità islamica e primo califfo.

In tutti questi anni, compresi quelli del finto califfato, Al Baghdadi si è mostrato una sola volta in pubblico: il 5 luglio 2014, a Mosul, per un’allocuzione pubblica dalla moschea al-Nuri. Per il resto, qualche proclama, e poco altro. Mai più visto, soprattutto. Nemmeno quando in Libano gli arrestarono la moglie, o qundo lo ferirono e poi guarì o quando i suoi riconquistarono Palmira per poi riperderla. Nemmeno per uno dei clamorosi attentati in giro per il mondo di cui l’Isis, tra lo scetticismo degli investigatori, si è preso il merito e la responsabilità.

Tutto questo ha ingigantito l’ombra di Al Baghdadi e l’ha proiettata nel mito, facendone un’icona della contemporaneità. Uno dei tanti divi che all’apice del successo spariscono, o misteriosamente muoiono, come Marlyn, o Elvis, e dei quali si parla proprio in virtù dell’assenza. Non a caso Al Baghdadi resta in cima alla lista dei most wanted dell’Fbi, con una taglia di dieci milioni di dollari sul capo, anche se non si è mai capito bene quale sia la sua reale funzione in un movimento che quasi subito è diventato assai più militare che ideologico, per non parlare poi del “teologico”.

Tutto il gran chiacchierare che si fa sulla sua morte è appunto gossip, secondo l’etimo dell’antico vocabolo inglese godsibb, prima “padrino” ma poi anche “persona con cui si può parlare familiarmente di cose futili”. Morte annunciata almeno una dozzina di volte (l’ultima dai russi, a fine maggio, che sostengono di averlo liquidato con un’incursione aerea condotta alla periferia di Raqqa), sempre smentita, ri-annunciata una settimana fa dal solito Osservatorio Siriano sui Diritti Umani che vedeva Al Baghdadi stecchito a Est della città di Deir Ezzor in Siria, ri-smentita ieri dall’antiterrorismo curdo che invece lo considera vivo a Raqqa, la città della Siria che è diventata la capitale del suo califfato tarocco.

Un’ipotesi la facciamo noi: Al-Baghdadi è morto sul serio e l’hanno ammazzato i suoi, qualcuno di quei comandanti foreign fighters mercenari che, come sempre accade all’approssimarsi della fine, non sa più che farsene del califfo tarocco e ha in testa l’imperativo fondamentale di organizzarsi per sopravvivere e riuscire a scappare, se possibile con le tasche piene

Ma è proprio grazie alla tarocchitudine che forse possiamo avanzare qualche ipotesi meno legata al desiderio di questo o quel generale di prendersi il merito della bomba decisiva. Abu Bakr, quello vero, era soprannominato al-Siddiq, cioè il veritiero. Ibrahim Awwad soprannominato al-Baghdadi, quello originario di Baghdad. Preciso e distinto, per carità, ma non granché. Un tarocco di califfo, apunto. Soprattutto da quando l’Isis ha cominciato a mettersi sulla difensiva e ad arretrare. Da quel momento i foreign fighters hanno cominciato a prendere sempre più spesso la guida dei reparti militari e il controllo dell’apparato poliziesco incaricato di promuovere la versione radicale dell’islam o, per dir meglio, di tenere sottomesse con le minacce e la violenza le popolazioni dei territori occupati.

E questo è successo su tutto il fronte del terrorismo che devasta da anni Siria e Iraq. Chi scrive, raccogliendo testimonianze nella Aleppo in cui in periferia ancora si combatteva, sentiva raccontare sempre le stesse storie da chi aveva vissuto nei quartieri Est, quello degli insorti: predicatori egiziani, comandanti tunisini e sauditi, combattenti stranieri pagati di più di quelli locali (1000-1.500 dollari contro 500), epurazioni, fucilazioni di miliziani siriani o iracheni, i più tentati dal “tutti a casa” quando le cose si mettevano male, anche perché per loro la casa o il villaggio d’origine era assai più vicino. Analoghe notizie portavano quelli che fuggivano dall’area di Deir Ezzor, una di quelle in cui si è combattuto con più accanimento, e i pochi scappati da Raqqa, la capitale.

Anche ora, e non a caso, quando si dà per morto Al Baghdadi per la successione si fanno i nomi di stranieri. Il più gettonato al momento, forse in vista di prossime primarie, è uno straniero addirittura doppio: Mohammed ben Salem al-Ayouni, detto al-Tunisi, un tunisino di 35 anni che avrebbe vissuto in Francia, ottenendo il passaporto pure di quel Paese. Uno dei grandi meriti di questo gentiluomo sarebbe di aver fatto fuori, fucilandolo sulla pubblica via, Hasan Jazra, leader del battaglione Jabhat Ghouraba al-Sham, accusando lui di collaborazione con il governo di Bashar al-Assad e riportando il battaglione sotto l’egida dell’Isis. In precedenza al-Tunisi si era dato da fare nella regione di Aleppo, a conferma di quanto aleatorie siano certe distinzioni (l’Isis da qui a lì, e non oltre) cui ancora si indulge.

Per quanto se la tirino da aspiranti martiri dell’islam, nemmeno a quelli dell’Isis piace essere sconfitti. Soprattutto a quelli che vengono da lontano, che devastando Siria e Iraq hanno assaggiato il gusto del sangue, del sesso, del potere, della droga e del denaro, e che ora non possono semplicemente mollare tutto, mescolarsi ai civili e, fatti due o trecento chilometri, riabbraccia moglie e figli.

Alla luce di tutto questo, un’ipotesi la facciamo noi: Al-Baghdadi è morto sul serio e l’hanno ammazzato i suoi, nel senso di qualcuno di quei comandanti foreign fighters mercenari che, come sempre accade all’approssimarsi della fine, non sa più che farsene del califfo tarocco, del predicatore da esibire sul proscenio, dello Stato islamico dove saper pregare ha sempre contato meno che saper sparare ma bisognava far finta del contrario, e ha in testa l’imperativo fondamentale di organizzarsi per sopravvivere e riuscire a scappare, se possibile con le tasche piene. Non dovrebbe mancare molto. Aspettiamo. E vediamo se hanno ragione i generali oppure noi.

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