“Il buio su Parigi”: il viaggio al sorgere della notte di Giovanna Pancheri

Nel suo ultimo libro, edito da Rubbettino, la giornalista di Sky Giovanna Pancheri ha riversato con lucidità e insieme emotività la sua esperienza sul campo tra Parigi e Bruxelles durante l'anno che ha sconvolto l'Europa, un viaggio alle origini della paura, ma anche una lezione di giornalismo lento

Parigi Dopo Attentati
19 Luglio Lug 2017 1336 19 luglio 2017 19 Luglio 2017 - 13:36

Prima l'attacco alla sede di Charlie Hebdo, poi quello al supermercato kosher; poi, ancora, mesi dopo, gli attacchi contemporanei allo Stade de France, al Bataclan, tra i tavolini delle terrasse delle serate parigine intorno al canal Saint Martin; poi, di nuovo, le esplosioni nella metropolitana e all'aeroporto di Bruxelles. Tra il gennaio del 2015 e il marzo del 2016, nel cuore dell'Europa, si è aperta una falla nera, buia. Un terrore dapprima strisciante poi sempre più diffuso si è fatto strada nelle nostre teste, nelle nostre strade, nelle nostre piazze.

Tra quelle strade e quelle metropolitane insanguinate, tra quelle piazze affollate di Parigi in cui risuonano i tentativi di scacciarla quella paura, a suon di “même pas peur” e di “je suis Charlie”, ma anche tra quelle, deserte e impaurite, di Bruxelles, intontita di fronte alla violenza — in verità più che preannunciata — che la travolge, si è mosso un piccolo esercito di instancabili cronisti che è stato per mesi il nostro sguardo. Tra loro c'era anche Giovanna Pancheri, uno dei volti più rispettati e apprezzati dell'informazione italiana degli ultimi anni, instancabile come gli altri, accompagnata, come gli altri, dai suoi altrettanto instancabili colleghi alla macchina da presa, si è ritrovata a raccontare in diretta l'apertura di quell'abisso sotto i nostri piedi e dentro i nostri cuori.

Ora che sono passati altrettanti mesi da quelle tragedie, Giovanna Pancheri, con un libro appena pubblicato da Rubettino intitolato Il buio su Parigi, ha fatto una cosa importante per, sia nio che questo lavoro lo facciamo, sia e forse soprattutto per quel Noi più esteso, quel tutti noi che siamo stati il suo pubblico durante quei frenetici e rocamboleschi mesi di quell'anno terribile. Ne Il buio su Parigi Giovanna Pancheri è tornata di fronte a quei fatti, ha ripreso diari, appunti, probabilmente ha risentito nastri, interviste, servizi che in quelle ore venivano prodotti a velocità disumane.

Giovanna Pancheri si è presa il tempo che serviva per far decantare, ma non raffreddare, tutta quella la mole di esperienza e di emotività accumulata, giornate infinite in cui quella ste ha oltrepassato con lucidità impressionante il confine tra spettatore della Storia e narratore

Ha lasciato passare del tempo, un lusso per chi come lei deve quotidianamente riportare i fatti man mano che accadono. Si è presa del tempo lasciando decantare, ma senza lasciare raffreddare, tutta quella la mole di esperienza e di emotività accumulata in quelle giornate infinite in cui quella stessa emotività era più un nemico che un alleato, e, con una distanza nuova, più ampia temporalmente, ma molto più ristretta narrativamente, ha oltrepassato con lucidità impressionante, un confine.

È lei stessa che ne parla, nella prima parte del suo racconto, in una delle tanti parti in cui si prende lo spazio e il tempo — ora che, a differenza di allora, può permetterseli entrambi — per ragionare su se stessa e sulla professione. «È un confine sottile che separa il giornalista, che è tramite tra i fatti e le persone, dal narratore, che le notizie le costruisce ad arte spesso attorno a se stesso. A mio parere, non c’è un profilo meno nobile tra i due, ma se stai facendo l’uno perdi di onestà se ti fai sedurre dall’altro, e nel mio caso, forse, di lucidità. Per essere un buon osservatore e, dunque, poter veicolare e trasmettere al meglio un avvenimento, informando chi ti ascolta o chi ti legge, devi saper mettere la giusta distanza».

Dal Buio su Parigi emerge è un ritratto umano molto forte e in fondo retorico quanto basta — e il cadere a due gambe nella retorica era un rischio, bisogna ammetterlo — un racconto sia individuale che collettivo di questo piccolo esercito di “testimoni della storia” che diventa non di rado una riflessione intima ma straordinariamente lucida su una professione, il giornalismo, che sta attraversando uno dei suoi periodi più difficili, affogata nel flusso di breaking news 24/7 e stordita da contenuti spazzatura, da clickbait senza alcun contenuto informativo.

Per questo leggere un libro come questo, scritto da una giornalista come Giovanna Pancheri è ancora più interessante e importante. Perché è la prova che non deve bastarci lo sguazzare storditi nell'information overload, quel fiume in piena delle breaking news 24 ore su 24 in cui affoghiamo ogni giorno, ma che è sempre più importante avere anche la possibilità di prendere tempo, di rallentare, di riflettere, di unire i puntini per capire dove stiamo andando.

In un racconto a cuore e mente aperti come questo di Giovanna Pancheri c'è anche una bella lezione per tutti noi che il giornalismo lo facciamo, e che in fondo è semplice: c'è un tempo per essere osservatori, per essere cinici, freddi, determinati a registrare quel che succede intorno a noi e riportarlo il più fedelmente possibile, ma ce n'è un altro, non meno importante, per essere narratori.

Il primo ha bisogno di forza, coraggio, determinazione e regole di ingaggio molto precise — alcune Giovanna le mostra raccontando il backstage di quei mesi. Il secondo ha bisogno di tempo, fatica e senso della responsabilità, ma è l'unico modo di riuscire a identificare, dare forma e nome a quella voragine che sta crescendo nel cuore della nostra Europa. Un abisso cupo, nero, profondo e irrazionale che, come ci insegna l'esperienza di Giovanna Pancheri, possiamo combattere soltanto con la ragione e la lucidità.

Potrebbe interessarti anche