La denuncia della commissione di inchiesta: «I nostri militari esposti per anni ad agenti chimici e cancerogeni»

Poligoni di tiro mai bonificati, missioni all’estero a rischio, presenza di amianto su navi e aerei e depositi con alte concentrazioni di sostanze cancerogene. Dopo un anno e mezzo di lavori, la commissione di inchiesta presenta una drammatica relazione

Militari Volontari Meridionali
20 Luglio Lug 2017 0828 20 luglio 2017 20 Luglio 2017 - 08:28

«Nelle Forze Armate ci si ammala e si muore non solo per la presenza di fattori di rischio, ma perché la sicurezza sul lavoro non viene garantita come dovrebbe». Gianpiero Scanu è il presidente della commissione di inchiesta sull’uranio impoverito. La quarta commissione in ordine di tempo, nata in Parlamento per fare luce sui casi di morte e gravi malattie che hanno colpito i nostri militari. Nel presentare i risultati dell’ultima relazione, non gira troppo attorno alle parole. «Spesso si parla dei nostri militari con troppa retorica, vengono pomposamente definiti degli eroi, eppure non gli viene garantita la giusta attenzione». I risultati a cui è giunta la commissione sono obiettivamente drammatici. La salute dei soldati sembra essere stata dimenticata per decenni. «Il personale militare - si legge nel documento - risulta esposto a rischi fisici, a rischi biologici, a rischi di esposizione ad atmosfere esplosive, nonché a condizioni di stress lavoro correlato». Poligoni mai bonificati, missioni all’estero a rischio, presenza di amianto e depositi con altissime concentrazioni di sostanze cancerogene come il gas radon. Rischi evidenti, non sempre riconosciuti, che in alcuni casi non hanno risparmiato neppure l’ambiente e la popolazione civile.

La relazione riguarda l’attività di inchiesta in materia di sicurezza sul lavoro e tutela ambientale nelle forze armate. È il frutto di un lavoro lungo un anno e mezzo. In questi mesi la commissione ha girato il Paese, visitando tre basi navali, nove poligoni, una base aeroportuale. Ma soprattutto ha ascoltato decine di esperti e testimoni. Sono state svolte quasi 200 audizioni, 71 di queste secondo la forma dell’esame testimoniale. I risultati? drammatici. «Anzitutto è indispensabile prendere consapevolezza che, oggi come ieri, i siti militari sono insidiati da molteplici rischi lavorativi e ambientali». Impossibile non partire dai poligoni di tiro: numerosi siti in cui «la mancata o tardiva bonifica dei residui dei munizionamenti ha prodotto rischi ambientali in danno di quanti furono o sono chiamati a operare o a vivere nel loro ambito». I rischi per la salute sono strettamente connessi ai sistemi d’arma e ai munizionamenti impiegati. «Fumi, polveri, nanopolveri, contenenti tra l’altro metalli pesanti, sono ormai elementi acquisiti». Troppo spesso i vertici militari sono rimasti in silenzio. A farne le spese è stata la salute del personale impiegato e, talvolta, anche quella delle popolazioni vicine ai poligoni. La commissione ricorda la difficoltà incontrata nel riuscire a ottenere dati completi sul fenomeno. «Alcuni documenti sollecitati e acquisti - si legge - mettono in luce rischi di esposizione ad agenti chimici e cancerogeni connessi a sostanze impiegate nelle diverse attività». Tra le pagine si trova la vicenda del poligono di Capo Teulada, in Sardegna. Parte del sito è nota come Penisola Interdetta, da sempre utilizzata come bersaglio. «Al contrario di tutte le altre aree del poligono non è mai stata interessata da operazioni di bonifica». Tanto che secondo alcune stime restano sul terreno residuati per un peso totale che varia da 1.750 e 2.950 tonnellate, compresi materiali inquinanti in grado di contaminare l’ambiente. Non è l’unico caso. Scanu racconta: «In alcuni casi, come nel corso della visita al poligono di Cellina Meduna, vicino Pordenone, la commissione ha potuto accertare come le operazioni di bonifica fossero partite solo dopo la notizia della missione». È andata peggio nel poligono di Torre Veneri, in Salento, dove le bonifiche sono partite solo dopo la visita della commissione.

Nei poligoni i rischi per la salute sono strettamente connessi ai sistemi d’arma e ai munizionamenti impiegati. «Fumi, polveri, nanopolveri, contenenti tra l’altro metalli pesanti, sono ormai elementi acquisiti». Troppo spesso i vertici militari sono rimasti in silenzio

Discorso a parte per i missili Milan. Armamenti utilizzati nei nostri poligoni fino al 2004, «che costituiscono potenziali fonti di pericolo a causa dell’emissione radioattiva di torio». Questioni tutt’altro che secondarie, considerando che a Salto di Quirra, nel nuorese, dal 1986 al 2000 sono stati lanciati circa 500 missili di questo tipo. E ben 4.242 ordigni presso il poligono di Capo Teulada. Stavolta a farne le spese sembra essere stata anche la popolazione civile. Ascoltato dalla commissione qualche settimana fa, il procuratore della Repubblica di Lanusei Biagio Mazzeo ha offerto una testimonianza particolarmente interessante. «Sfortunatamente - le sue parole - questi missili erano stati concepiti con un sistema di puntamento che usava il torio, che è un elemento radioattivo abbastanza conosciuto. Le indagini svolte hanno fatto emergere la presenza del torio sia nel bestiame, sia in alcune persone. In particolare è stata fatta una riesumazione di salme di pastori deceduti per malattie oncologiche o linfomi e si è visto che c’era una componente di torio nelle loro ossa».

Ma i problemi per la salute dei nostri militari non si limitano ai poligoni di tiro. «Ulteriori rischi, altrettanto rilevanti, insidiano le caserme, i depositi, gli stabilimenti militari». La commissione denuncia rischi strutturali e carenza di manutenzione. Ma anche la presenza di materiali pericolosi come l’amianto, «per giunta non ancora integralmente eliminato da navi, aerei, elicotteri in dotazione». Particolarmente drammatico il caso del sito incavernato del Monte Venda, vicino Padova. Una base che negli anni Cinquanta era stata scavata nelle viscere della montagna. Le indagini della commissione hanno scoperto «che per decenni la Forze Armate italiane hanno esposto personale militare e civile ad elevatissime concentrazioni di gas radon, un gas radioattivo noto per la sua cancerogenicità». Concentrazioni che all’interno della base superavano di decine di volte - ma in alcune postazioni anche di centinaia - i limiti fissati dalla legge. Consapevoli dei rischi, fin dagli anni Ottanta le forze Nato hanno messo in atto azioni di tutela per la salute del proprio personale. «Al contrario, le Forze Armate italiane esposero ancora per decenni il proprio personale addetto, mantenendo il silenzio sull’esistenza del rischio radon e non adottando adeguate tutele». Non manca un esame dei teatri operativi all’estero. La commissione di inchiesta punta il dito contro «l’inammissibile ritardo» con cui sono stati svolti i monitoraggi ambientali. Un esempio delle conseguenze? Ascoltato in commissione, un tenente colonnello ha ammesso che in una base militare in Kosovo al contingente italiano veniva sistematicamente servita acqua non potabile. Altri particolari lasciano sorpresi e perplessi. «Le scarse conoscenze circa l’uso di armamenti pericolosi anche da parte di paesi amici - si legge nella relazione - fanno emergere l’esposizione a numerose situazioni di rischio non preventivamente né adeguatamente poste sotto controllo».

I problemi per la salute dei nostri militari non si limitano ai poligoni di tiro. «Ulteriori rischi, altrettanto rilevanti, insidiano le caserme, i depositi, gli stabilimenti militari». La commissione denuncia rischi strutturali e carenza di manutenzione. Ma anche la presenza di materiali pericolosi come l’amianto, «per giunta non ancora integralmente eliminato da navi, aerei, elicotteri in dotazione»

Ma come vengono tutelati oggi i militari che hanno subito danni alla propria salute? Poco e male, almeno a leggere la relazione parlamentare. Parlando dell’esposizione all’amianto, il documento sottolinea un’evidente disparità. «Secondo quanto comunicato dalla Difesa, nel comparto si sarebbero verificati 126 casi di mesotelioma. Dai dati raccolti dalla Procura della Repubblica di Padova le malattie asbesto correlate a carico di dipendenti della Marina Militare sono state 1.101, di cui 570 mesoteliomi pleurici». Perché tanta differenza? Incalzati dalla commissione, i responsabili dell’Osservatorio Epidemiologico della Difesa hanno spiegato di non avere alcun controllo sui dati relativi al personale in congedo. Nel migliore dei casi, questa mancanza produce una totale assenza di informazioni sulle condizioni di salute dei nostri militari nel lungo periodo. A Montecitorio Scanu spiega: «C’è un’ostinazione, direi quasi una pervicacia, da parte della Difesa nel contrastare in tutti i modi il riconoscimento delle malattie contratte in servizio».

Indagini, ma non solo. Tra le attività svolte dalla commissione spicca la stesura di due proposte di legge. La prima si occupa di tutelare i militari in quanto lavoratori. E ha l’obiettivo, tra gli altri, di limitare la sproporzione tra la dedizione dimostrata dai soldati ammalati o morti e la riluttanza istituzionale nel riconoscere i giusti indennizzi. L’altra si occupa di protezione ambientale, con particolare riferimento ai poligoni di tiro. «Proposte di legge di cruciale rilievo - spiega il documento - ove si tenga presente che vi sono zone nel nostro Paese in cui non si celebrano processi a tutela della sicurezza e della salute del personale dell’amministrazione della Difesa, e altre in cui vengono avviati, ma le indagini risultano condotte con tale lentezza che si chiudono con il proscioglimento o la prescrizione». È una questione di civiltà e rispetto, soprattutto. «La conseguenza è devastante. Si è diffuso un senso di impunità: l’idea che le regole ci sono ma che si possono violare senza incorrere in effettive responsabilità. E si è diffuso tra le vittime e i loro parenti un altrettanto devastante senso di giustizia negata».

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