La filosofia del sudore nel pallone

L'importanza filosofica del sudore per il gioco del calcio. Quattro esempi: Kallon, Zidane, Cassano e Pandiani, selezionati da Valderrama.it

Sudore
21 Luglio Lug 2017 0922 21 luglio 2017 21 Luglio 2017 - 09:22

In principio la maglia è pulita, stirata, intonsa. A volte è appesa dentro un armadietto, altre è piegata professionalmente dal magazziniere sulla panca dello spogliatoio. L’etichetta riporta l’avviso per i lavaggi ad alta temperatura: 100% poliestere, lo stesso materiale di cui sono fatte le pellicole cinematografiche. Anche se, inizialmente, dal tessuto sintetico non sembra provenire alcun odore, man mano che ci si abitua al vuoto olfattivo alcune particelle portatrici di una fragranza che miscela l’effluvio della plastica a quello della vaniglia si fanno sempre più percepibili, ricordando vagamente l’essenza che permeava i giocattoli negli anni ottanta. Quando il calciatore la indossa prima della partita, la maglietta entra in contatto per la prima volta con i peli e le cellule – morte e vive – dello strato corneo dell’epidermide. I pori si allargano e la pelle si umidifica, preparandosi alla conoscenza del loro compagno di viaggio: il sudore.

All’interno della retorica guerriera e martirologica di cui allenatori, calciatori e dirigenti si riempiono la bocca, per cui in campo ci vogliono “undici leoni” e il segreto del successo è “lavoro, lavoro, lavoro”, si inserisce quasi naturalmente anche il tema del sudore. Il giocatore deve “sudarsi la maglietta” per dimostrare di avere dato tutto. Agli ultimi Europei Gigi Buffon, che utilizza spesso simili espressioni per le sue solenni dichiarazioni pre- e post-partita, dopo la qualificazione agli ottavi parlava di “sudare le sette camicie se si vuole arrivare fino in fondo”. Dopo l’eliminazione ai rigori con la Germania, invece, asseriva affranto di come la squadra avesse speso “fino all’ultima goccia di sudore”. Sudare purtroppo non era bastato per passare il turno: ciò che era sfuggito a Buffon (e a tutta la squadra) era che il sudore non è necessariamente indice d’impegno o di una buona prestazione. È un processo naturale elaborato dall’organismo per espellere liquidi, sali minerali e altre sostanze in eccesso. Inoltre ha la preziosa funzione di abbassare la temperatura corporea quando l’organismo si surriscalda eccessivamente.

Ciclicamente, a seconda del periodo, il sudare o il non sudare di un calciatore è stato associato ad alcune teorie piuttosto strambe. Ad esempio, negli anni ottanta si sparse la voce che il Micoren, farmaco di cui si abusava nel mondo del calcio, facesse sudare abbondantemente; i sospetti di doping quindi caddero su quei giocatori dotati di una secrezione massiccia. Negli anni novanta, invece, successe l’opposto: gli indiziati erano quelli che sudavano poco (che finivano la gara senza fare fatica, e quindi senza sudore, in quanto dopati). Altre bizzarre storielle, vagamente razziste e completamente infondate dal punto di vista scientifico, affermavano che gli uomini di colore sudassero di più rispetto ai bianchi. Si sosteneva che il metabolismo degli africani fosse diverso e che le loro secrezioni aumentassero proporzionalmente alla loro prestanza fisica. Tali congetture, di solito, si esaurivano sui banconi dei bar, tra una birra e una nocciolina, quando si iniziava a discutere di dimensioni del pene e di altri luoghi comuni relativi ai giocatori di colore.

Chi sicuramente fu oggetto di questi dibattiti fu il sierraleonese Mohamed Kallon, che militò in diverse squadre italiane. Molti ricordano ancora le luccicanti gocce che solcavano il suo viso d’ebano a Milano, a Reggio Calabria, a Vicenza, a Cagliari e addirittura a Bologna, dove disputò la miseria di due incontri. Dopo l’esperienza italiana, la natura itinerante della sua carriera portò Kallon a “bagnare” diversi continenti: oltre l’Europa, anche l’Asia (Cina e Arabia Saudita) e l’Africa (la sua Sierra Leone). Ovviamente il suo sudore nulla aveva a che fare con la positività al doping rilevata nel 2003.

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