Selvaggia Lucarelli prova a fare la stronza ma non è Fantozzi. Volete un romanzo che è un pugno in faccia? Leggete Laura Pugno

Il bastone e la carota: due libri a settimana, uno raccomandato e uno sconsigliato. Dieci piccoli infami potrebbe essere una telenovela su canale 5. "Sirene" di Laura Pugno? un linguaggio quasi rivoluzionario

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CATHERINE STEENKESTE / NBAE / GETTY IMAGES / AFP

21 Luglio Lug 2017 0830 21 luglio 2017 21 Luglio 2017 - 08:30

Il bastone. Va bene che tira di più un post della Lucarelli che un carro di scrittori veri, ma a tutto c’è un limite. Il limite della Lucarelli, per inciso, è che continua a recitare la parte della “rinomata stronza”. Lo dice lei e magari lo fosse, a leggere i suoi libri pare una Biancaneve frustrata, una che crede di avere le unghie da giaguaro ma è adornata di piume di struzzo. Senza riconoscere alcuna differenza tra una pagina Facebook, un racconto – vai selvaggiamente a scuola da Anton Cechov, please – e la pagina di un romanzo – dovremmo costringere Selvaggia, secondo la “cura Ludovico” dettagliata in Arancia meccanica, a sorbirsi per mesi La montagna incantata di Thomas Mann, giusto per rinsavire dall’imbarbarimento estetico – la Lucarelli fa la danza dei sette veli redigendosi l’agiografia in dieci racconti che raccontano i suoi incontri con Dieci piccoli infami. Solo che, come dire, sotto il vestito niente, dentro il barattolo della vita di Selvaggia – un libro così, si sa, lo sfogliano solo i sadici, con la foia con cui compulsano i video di PornHub – ci abbaglia il nulla. “La donna più influente del web e forse anche la più temuta” – accettare una didascalia simile merita il martirio, manco Selvaggia fosse Giovanna d’Arco, manco fosse la Jesse James della Rete, la velina più cliccata del West, e comunque, per carità, lo so, ha ragione Rizzoli, nell’era del chissenefotte vincerà Selvaggia e ci dimenticheremo di Grazia Deledda, donna vera con la penna di platino e con due palle così – ci obbliga a ingollare l’olio di ricino della sua esistenza piccina picciò. Fatta di sketch insignificanti. Che c’importa di quell’estate che “fu uno schifo siderale” perché l’amichetta di Selvaggia, Susanna, l’aveva tradita con un’altra; e checcifrega del ragazzo “clamorosamente bello” incontrato a Masada, Israele, ma con cui Selvaggia non combina nulla, e che c’interessa di quando la Lucarelli vinse “un televisore Grundig 12 pollici”, il primo premio di “Miss San Giacomo di Roburent”, che è “un paesino di montagna nel cuneese” dove non succede mai nulla? Né c’importa del “ragazzo gentile” liquidato da Selvaggia perché la offende appioppandole della “signora” o della rockstar che le invia i “selfie al suo pisello”, perché Selvaggia non è Marilyn Monroe, non è una diva di cui veneriamo la celestiale vertigine dietro un misero accidente quotidiano, non è neppure la Principessa Sissi, che non era solo bella, aveva pure una testa così (sentite qui: “Ogni frequentazione del consorzio umano ci distoglie dalla possibilità di abbandono, acuisce la percezione della nostra individualità, che è sempre dolorosa”). Questa specie di libro ibrido, un incrocio tra il diario di Bridget Jones e le scombinate visioni di Ildegarda di Bingen, scritto forse in previsione di una web series, “Una vita Selvaggia”, untuoso, piacione e leccaculo, pubblicato su carta spessa e carattere dilatato, manco fosse la Bibbia o il Simposio di Platone, è una boiata pazzesca, fa rimpiangere i romanzi liofilizzati di Liala. Selvaggia, in realtà, non ha niente da dire e nulla da scrivere, per questo, a un certo punto, non le resta che narrarci “la storia dei miei capelli, travagliata quanto quella dell’eroina di un romanzo russo” – ma li avrà mai letti, lei, i romanzi russi? Per risollevarci dalla debilitazione estetica non basta neppure immaginare Selvaggia in baby doll che convince Miss Amuchina, straricco ingegnere di mezza età con la fissa per l’igiene – che fantasia – a tirar fuori l’aggeggio. No, dopo Selvaggia il niente, bisogna passare barbariche notti a leggersi Sylvia Plath per riequilibrare gli ormoni letterari. L’odio, la ferocia, la dimora tra gli imperdonabili sono cose troppo importanti per lasciarle liquefare dalla Lucarelli, pallida Amazzone che non fa paura a nessuno, degna d’esilio nell’Amazzonia delle comparsate in tivù. Selvaggia Lucarelli – quella fittizia, la protagonista dei racconti – vorrebbe essere una Fantozzi femmina. Solo che Paolo Villaggio era più cinico, era un vero stronzo, sia lode a lui, per questo funzionava.

Selvaggia Lucarelli, Dieci piccoli infami, Rizzoli, pp.216, euro 17,00

La carota. Nel 2007, dieci anni fa, la letteratura italiana consacra una creatura a due teste. Laura Pugno usciva per Le Lettere con la raccolta poetica Il colore oro, e per Einaudi con il romanzo Sirene. “Laura Pugno ha inventato qualcosa”, ha scritto Gilda Policastro delle poesie della Pugno. Contestualmente, uno stuolo di colonnelli delle lettere esaltava la Pugno romanziere: “si salvi chi può, è nata una grande scrittrice”, esulta Andrea Cortellessa; è “un libro molto bello” fa eco Nicola Lagioia, sostenuto da Tiziano Scarpa che parlava di un “romanzo bellissimo”. La Pugno, che nasce come poeta, con la feroce benedizione linguistica dei poeti, ha un cursus honorum letterario costellato da romanzi importanti, che restano un po’ sottotraccia (Quando verrai e Antartide, per minimum fax, La caccia per Ponte alle Grazie e La ragazza selvaggia, per Marsilio), roba da lettori-gourmet. Per fortuna Marsilio comincia a ordinare il canone dei libri decisivi degli ultimi vent’anni, ripubblicando, dieci anni dopo, Sirene, romanzo magnetico, magnifico, il più bello della Pugno, un pugno in faccia ai romanzieri culturalmente corretti, modesti. Intanto, è prepotente l’idea. Siamo nel futuro prossimo, in un’era dove il sole, senza schermi, violento, provoca tumori alla pelle, in cui chi può sta nei bunker, chi è ricco vive sott’acqua e chi è normodotato muore come un cane. In questo mondo – la Policastro ha scritto che la Pugno “ci libera dall’ossessione del postmoderno per introdurci a una dimensione caso mai post-umana” – vengono coltivate le sirene. Coltivate. Coltivate come polli, per essere macellate, dacché la loro carne è prelibata, un toccasana, un unguento miracoloso. L’incipit del libro narra, con limpidissima ferocia, la monta delle sirene, “le femmine erano schiacciate contro l’orlo delle vasche dal peso dei maschi, molto più grandi. Di solito docili come vacche, le femmine di sirena si rivelavano stupendamente feroci alla fine della monta. Non appena cessato l’estro che le manteneva narcotizzate e placide, alla mercé dei maschi, le femmine li avrebbero uccisi e in parte divorati”. Il romanzo, pieno di immagini bellissime – “le sirene venivano a morire sulle spiagge… le meravigliose sirene erano grandi carcasse in putrefazione, che puzzavano” – perché vivide, vive, senza glassa retorica, racconta di un amore pazzesco, pare shakerare la Sirenetta con i romanzi postatomici di J. G. Ballard, sfilettando i versi orfici e assassini di Amelia Rosselli. Condotto con una lingua raggelata, Sirene, è una ballata cruda e dolorosa, che pugnala, e brava Pugno.

Laura Pugno, Sirene, Marsilio, pp.144, euro 14,00

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