Elogio della Milano d'agosto (se non si lavora)

È da decenni lo spauracchio di chiunque, l'origine di un terrore atavico per il vuoto, la noia e la solitudine, ma in realtà è tutto falso perché Milano ad agosto è molto più bella che nel resto dell'anno e viverci senza lavorarci è una esperienza bellissima

Duomo Milano
22 Luglio Lug 2017 0830 22 luglio 2017 22 Luglio 2017 - 08:30

Se provi a digitare su Google le parole chiave “Milano” e “Agosto”, il re dei motori di ricerca ci mette circa 61 centesimi di secondo per risponderti. Tra le pagine che Google ti consiglia ci sono, nell'ordine, la gallery delle 16 cose da fare ad agosto a Milano selezionate da un giornale online evidentemente tra i più abili nella SEO; un paio di versioni diverse ma molto simili di fantomatiche regole per sopravvivere all'agosto milanese; svariati siti di meteorologia e un po' di altri raccoglitori di segnalazione di locali e supermercati aperti.

Cose da fare per non annoiarsi, lista di posti aperti, consigli di sopravvivenza. Insomma, se non siete mai stati a Milano durante il mese di agosto, dopo una ricerca del genere potreste quasi pensare che sia questa, e non la vostra prossima vacanza nel Borneo, la scelta più avventurosa, praticamente una esperienza di surviving spintissimo.

Eppure non è affatto così, sia perché negli ultimi anni non è più assolutamente vero che non si trova anima viva in città per tutto il mese di agosto — anzi, c'è pure una programmazione culturale tutto sommato interessante, tra concerti, mostre, piscine e svaghi di vario tipo — sia e forse soprattutto perché Milano privata del 60-70% dei milanesi non può che essere una città ancora più bella, vivibile e accogliente di quella che ci circonda ogni giorno dell'anno.

Sì, Milano ad agosto è molto più bella del solito. È svuotata dalle migliaia di inutili ammassi di acciaio e plastica che normalmente ne invadono ogni strada e ne coprono da ferme quasi ogni tratto di marciapiede. È talmente vuota di autovetture che andare in bicicletta diventa quasi noioso da quanto ce ne si può fregare di guardarsi intorno o stare attenti agli incroci.

Anche a livello climatico, agosto in fondo non è neanche così male. È molto più sopportabile di giugno e di luglio, ogni tanto si alza persino il vento, altrettanto spesso un temporale estivo rinfresca la notte. E poi, rispetto a 20 anni fa non è più vero che i negozi sono tutti chiusi: se negli anni Novanta passare un'estate a Milano infatti voleva dire fare incetta di generi di prima necessità, sigarette in primis, che finivano nel giro di poche ore nei distributori automatici che nessuno si preoccupava di riempire fino a settembre, ora vuol dire solo e semplicemente doversi cercare qualcosa da fare, uscire da soli e fare amicizia in giro.

In realtà questo terrore per la Milano estiva, come per quasi tutte le altre città che siano lontane sia dai mari che dai monti, è la spia di un problema che riguarda noi più che la città, un problema che riguarda, in particolare, il nostro rapporto con il lavoro e con il tempo libero che, negli ultimi anni, si è fatto sempre più problematico, un rapporto che nasconde le paure più tipiche della nostra epoca: restare da soli, annoiarsi, non sapere che fare.

Solitudine e vuoto. Significa che se abbiamo paura di una città durante l'estate è soprattutto perché abbiamo paura di stare da soli con noi stessi, abituati come siamo a una vita spesa tra casa, lavoro e social network, un connubio esplosivo che, mettendo insieme isolamento, egocentrismo, esibizionismo e di conseguenza frustrazione e odio, produce una vera e propria mostrificazione.

Per questo quando ci concedono due settimane di vacanza, ovviamente ad agosto perché è ad agosto che c'è la chiusura aziendale, andiamo nel panico e iniziamo a temere Milano come Assurancetourix che il cielo gli cada sulla testa. È un terrore che si compone di tre elementi: il primo è il terrore per la noia, sensazione che a causa del regime di sovrastimolazione che viviamo tutto l'anno in tutti campi della nostra vita, ormai non abbiamo più idea di come gestire. Il secondo è il terrore della confronto con la felicità — o sedicente tale — altrui, ovvero quella invidia mista a frustrazione verso tutti coloro che su Facebook e su Instagram pubblicano le prove di quanto si stanno rilassando, divertendo o di quanto è incredibile il tramonto, l'alba o l'aurora boreale che si stanno godendo in vacanza.

Ma è il terzo quello peggiore: abbiamo paura di noi stessi perché noi, con noi stessi, non ci stiamo più da un sacco di tempo, perché ormai anche la solitudine l'abbiamo fatta diventare social e, mentre ci sembra di esprimerci più e meglio di prima, ci stiamo solo scavando la nostra catacomba personale da riempire di scritte sui muri, con la differenza che i muri di Facebook difficilmente verranno studiati da un archeologo tra un migliaio d'anni.

Potrebbe interessarti anche