Negli Usa la lotta di classe si combatteva nel nome di Shakespeare

Sì al grande Bardo, no agli inglesi. E soprattutto, no ai ricchi che amano gli inglesi. Era questo, in sintesi, il sentimento delle classi povere di New York nel 1849, anno in cui, a causa di un dissidio tra attori, ci fu una storica carneficina a teatro

Astor Place Opera House Riots Crop

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24 Luglio Lug 2017 1129 24 luglio 2017 24 Luglio 2017 - 11:29

Un teatro a New York, una rivalità tra due attori/interpreti di Shakespeare, una violentissima tensione tra le classi sociali della città. Ed ecco l’incidente dell’Astor Place, il 10 marzo 1849, in cui per la prima volta l’esercito della Grande Mela (ancora non così grande) ha sparato ad altezza d’uomo sulla folla, lasciando oltre 23 morti per terra.

È una storia istruttiva. Il contesto è la città di New York della seconda metà del 19esimo secolo, colpita da un’ondata di immigrazione di massa che aveva abbassato i salari e creato tensioni tra vecchi residenti e nuovi arrivati (in larga parte irlandesi e cattolici). Il sindaco, che aveva vinto nel 1844, rappresentava proprio quest’ala “nativista”. Fino a quel momento solo l’odio verso gli inglesi univa lavoratori residenti e lavoratori immigrati. I ricchi, isolati in quartieri e abitudini diversi, erano definiti gli “Upper Ten”, cioè i 10mila newyorchesi più benestanti. Non erano per niente amati, ricambiavano di cuore e, soprattutto, erano infatuati di tutto ciò che era britannico.

A tutto questo si aggiunga un particolare: a quell’epoca gli attori teatrali erano venerati come rockstar, o come sportivi famosi. Le due aree, quella anti-inglese e quella filo-inglese, avevano entrambe il loro campione: da un lato Edwin Forrest, giovane e talentuoso, macho e americanissimo. Per i giovani statunitensi era la dimostrazione che avevano, anche loro, raggiunto la totale indipendenza culturale dai britannici. Gli altri (i più ricchi), al contrario, preferivano William Charles Macready, inglese, di impostazione classica, rigido e tradizionale. Proprio l’opposto di Forrest.

Insomma, le due aree erano ben definite: lavoratori e poveri, sempre anti-inglesi, stavano con Forrest, che aveva anche punzecchiato, a distanza, il rivale Macready, definendo il suo Amleto “una dissacrazione del teatro”. Si trovavano al teatro Bowery, non distante dall’Astor Place, un luogo in cui il pubblico si sentiva libero di lanciare noccioline agli attori, gridare insieme a lui i versi di Shakespeare, salire sul palco a scena aperta e provare a indossare la corona di Riccardo III. Gli altri, cioè gli happy few newyorchesi, ricchi e raffinati, amavano la cultura inglese, seguivano William Macready e frequentavano l’Astoria Place, dove i rituali erano rigidissimi. Ad esempio, era obbligatorio presentarsi in carrozza. Quando si seppe che Macready, per una tournée mondiale dell’Amleto, si sarebbe esibito all’Astor Place nel marzo del 1849, qualcuno capì che qualcosa di brutto stava per succedere.

Prima di tutto, il 7 marzo, la prima di Macready venne salutata da uova marce, monetine e grida, tutte da parte dei sostenitori di Forrest. L’attore, capita l’antifona, aveva già deciso di lasciare la città. Ma il suo pubblico decise di sostenerlo e lo convinse a restare. Si sarebbe esibito senza problemi. Alla guerra con gli altri ci pensavano loro, insieme alle forze dell’ordine locali. Non potevano immaginare che la provocazione sarebbe stata raccolta senza problemi.

Quella sera, i primi tafferugli ci furono all’ingresso. Si era scoperto che avevano venduto più biglietti rispetto ai posti disponibili, riservandosi il diritto di selezionare, sulla porta, chi avrebbero fatto entrare. Quando uno dei contestatori venne allontanato dalla polizia, gridò: “Io ho pagato e non mi fanno entrare perché non ho guanti di capretto e camicie bianche”. La folla si sollevò: volarono insulti, ci furono i primi arresti, poi arrivò il lancio di pietre. Le finestre andarono in frantumi e i poliziotti, all’interno, si sentirono in trappola. Fu a quel punto che il generale Charles Sandford, per l’unica volta nella sua carriera, ordinò di fare fuoco. Prima in aria (nessun effetto). Poi sulla folla. Fu in quel momento che la contestazione divenne una carneficina.

Il giorno dopo saranno trovati, per terra, 23 morti. Alcuni “born in the State”, cioè americani, altri “irlandesi”. Erano “carpentieri, stampatori, operai, impiegati”. Ma la cosa peggiore è che lo scontro non portò alcuna catarsi, che le ostilità continuarono nei giorni successivi, insieme agli spari e ai morti, e che la condizione di diversità, distanza – non solo monetaria, ma anche culturale – si sarebbe solo allargata. A ben guardare c’è poca differenza rispetto a un secolo e mezzo dopo. L’unico cambiamento è che, forse, adesso, le élite di New York hanno smesso di venerare gli inglesi.

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