Roma senz’acqua, un disastro politico che Raggi e Zingaretti pagheranno carissimo

Va bene il caldo, va bene l’estate, ma la dispersione della rete idrica supera il 40% e i romani sono al limite della sopportazione: basterà un giorno di acqua razionata per dichiarare la morte politica della sindaca e del presidente della Regione

Acqua Roma

Tiziana FABI / AFP

Tiziana FABI / AFP

24 Luglio Lug 2017 0804 24 luglio 2017 24 Luglio 2017 - 08:04

Il razionamento dell'acqua a Roma dovrebbe cominciare il 28 luglio, venerdì prossimo, ma ancora non ci crede nessuno e la città come al solito è propensa a scommettere sul lieto fine. Si troverà un accordo tra Acea e Regione. Il Governatore Nicola Zingaretti cambierà idea e riaprirà le chiuse del lago di Bracciano. Magari pioverà. Il meteo annuncia temporali al Nord. Figuriamoci. Figuriamoci se qualcuno mette a secco Roma, che gli acquedotti li ha inventati, che le terme gratis ce le aveva già ai tempi di Nerone, Roma dove i signori e i cardinali in epoca pre-Rolex e pre-Suv c'avevano come status symbol la fontana d'autore (“Quello chiama Rainaldi? Io chiamo il Bernini”). I soliti giornali, dicono i romani. I soliti politici.

Ma stavolta il nodo venuto al pettine è di quelli che non si sciolgono con facilità, e non è lanugine, non è fuffa, non è l'emergenza di panna montata degli scontrini del sindaco Ignazio Marino o delle nomine fantasia di Virginia Raggi. Non è nemmeno la mitologica nevicata di Gianni Alemanno, che si sapeva sarebbe finita in qualche giorno. Qui, sullo stato degli acquedotti e dell'acqua, arriva al capolinea una questione vera e dura come il granito: la dispersione del sistema idrico romano si aggira tra i 41 per cento (fonte Acea) e il 44 per cento (fonte Istat), e a questi ritmi l'acqua finisce, prima o poi. Anche in una città dove ce n'è moltissima, anche se ci sono laghi importanti come Bracciano a cui attingere nei periodi di magra. «Noi non fabbrichiamo l'acqua» dice il presidente di Acea Ato 2 Paolo Saccani. Sembra una banalità ma non lo è, in quanto a Roma e nel Lazio per moltissimo tempo, decenni, si è andati avanti come se appunto l'acqua non fosse un bene pubblico limitato e da gestire con cura ma una risorsa illimitata e replicabile all'infinito.

È anche per questo, forse, che i romani ancora non ci credono. Nessuno può pensare che una classe dirigente sia così stupida da da sorpassare il limite che divide l'ordinaria incapacità dall'incompetenza suicida

Ora i maligni dicono che la crisi non è poi così grave come si dice, ma il Governatore Zingaretti l'ha estremizzata e ha deciso di chiudere Bracciano per riprendersi il centro della scena in vista dell'imminente campagna elettorale. Sull'altro fronte la sindaca Virginia Raggi sembra del tutto inconsapevole delle conseguenze del piano di razionamento di Acea (società del Comune al 51 per cento, guidata dagli uomini da lei scelti nell'aprile scorso): auspica una «soluzione condivisa», promette che «sarà fatto tutto il possibile» per tutelare i romani, ma non pare particolarmente scioccata dalla prospettiva di un milione e mezzo di cittadini coi rubinetti a secco un giorno sì e un giorno no. Nessuno dei due contendenti sembra rendersi conto delle conseguenze catastrofiche che avrebbe anche una sola settimana di erogazione a giorni alterni: il definitivo collasso di credibilità di ogni filiera amministrativa cittadina. Nicola Zingaretti e Virginia Raggi resterebbero, entrambi, insieme con i loro partiti, inchiodati ad una definizione tombale: quelli che hanno tolto l'acqua a Roma.

È anche per questo, forse, che i romani ancora non ci credono. Nessuno può pensare che una classe dirigente sia così stupida da da sorpassare il limite che divide l'ordinaria incapacità dall'incompetenza suicida. La città ha concesso molto in questo senso. Sopporta servizi tra i più scadenti d'Italia, il casino permanente dell'immondizia e del trasporto pubblico, l'inefficienza della burocrazia, tariffe De Luxe per prestazioni pubbliche ai limiti dello scandalo, dagli asili nido alle case popolari: lo fa per spirito di adattamento, per abitudine, forse per rassegnazione. Tagliargli pure l'acqua obbligherebbe anche i più miti a uscire da questo stato catatonico. Se davvero Zingaretti e Raggi pensano di trarre vantaggio politico da questo braccio di ferro, se davvero credono di poter rimbalzare uno sull'altra le responsabilità dell'emergenza “Roma a secco”, sono completamente matti. Basterà un solo giorno di rubinetti chiusi – un solo anziano morto di caldo, una sola foto di cane assetato davanti alla fontanella bloccata, un solo microscopico incendio ai giardinetti - per annientare tutti e due.

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