«Acqua chiusa a Roma? Quasi impossibile. Il lago di Bracciano copre solo l'8% del fabbisogno»

L'intervista al professore Francesco Bruno esperto sul tema gestione delle risorse idriche ci fa capire che il problema acqua esiste da tempo, e la vera urgenza è creare un piano per gestirla.

Problema Acqua

Andreas SOLARO / AFP

25 Luglio Lug 2017 1250 25 luglio 2017 25 Luglio 2017 - 12:50

“L’interruzione del servizio idrico a Roma? Un’ipotesi improbabile. Il punto però, oltre l’emergenza più o meno grave, è affrontare il tema centrale dell’organizzazione efficiente delle risorse idriche”. A sostenerlo è il professor Francesco Bruno, docente di diritto ambientale presso l’università La Sapienza di Roma e l’Università del Molise, avvocato dello studio legale internazionale Pavia e Ansaldo e autore di un volume nel 2012 dal titolo quanto mai attuale: “Tutela e gestione delle acque”.

Il governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha deciso di fermare il prelievo dell’acqua dal lago di Bracciano: il livello del lago sarebbe così basso da prospettare la catastrofe ambientale. Secondo alcuni, la Regione rischia di vedersi contestato il reato di disastro ambientale. E’ un’ipotesi concreta?
Con la riforma degli ecoreati del 2015 sono stati introdotti una serie di strumenti volti a prevenire il depauperamento delle risorse ambientali, fra le quali le più importanti sono le risorse idriche. Il reato di disastro ambientale è il reato più severo e riguarda le possibilità che possano essere distrutte le matrici ambientali di un ecosistema. In questo caso, la disposizione andrebbe applicata a un comportamento omissivo della regione, che non avrebbe bloccato in tempo il prelievo di acqua dal lago di Bracciano, ma ritengo che questa sia un’ipotesi piuttosto azzardata. La condotta cui fa riferimento il reato è legata a una diretta distruzione dell’ambiente da parte del soggetto. Certo, ci può anche essere omissione, ma nel caso che abbiamo di fronte mi sembra un’eventualità eccessivamente articolata.

Acea starebbe predisponendo un piano per razionare l’erogazione dell’acqua nella Capitale, prevedendo fino a otto ore al giorno di interruzione. I romani devono veramente prepararsi a restare a secco?
Come ha fatto notare il governatore Zingaretti, Acea preleva dal lago di Bracciano solo l’8% di tutto il fabbisogno. Credo che il gestore della risorsa idrica, tranne in casi eccezionali, dovrebbe essere in grado di garantire all’utente il servizio con un margine abbastanza ampio, anche in caso di siccità. L’interruzione del prelievo dell’acqua dal bacino di Bracciano stabilita dalla Regione è una misura molto severa, ma il gestore dovrebbe essere sempre in grado di saper compensare questa mancanza.

«Non è tanto un problema di acqua pubblica o di acqua privata, ma un tema di gestione e organizzazione efficiente delle risorse idriche, attività che può essere svolta da un privato, da un pubblico o da un soggetto misto pubblico-privato, come Acea»

Con l’emergenza idrica è tornato d’attualità il tema della privatizzazione dei sistemi di gestione dell’acqua. Nel referendum del 2011 gli italiani hanno bocciato questa possibilità. Fosse andata diversamente oggi non ci ritroveremmo in questa emergenza?
Non è tanto un problema di acqua pubblica o di acqua privata, ma un tema di gestione e organizzazione efficiente delle risorse idriche, attività che può essere svolta da un privato, da un pubblico o da un soggetto misto pubblico-privato, come Acea. Occorrerebbe prendere atto degli effetti dei cambiamenti climatici, constatare che l’Italia è uno di quei Paesi in cui la desertificazione sta avanzando in maniera più evidente. Questa situazione necessita di una nuova pianificazione e programmazione del patrimonio idrico, a prescindere da una discussione, a volte oggetto di tifo politico, sulla privatizzazione delle risorse idriche. In modo da conservare questo patrimonio per le generazioni future.

Gli accordi internazionali sul clima possono spingere i Paesi, e quindi anche l’Italia, a migliorare la situazione?
Sul tema certamente non incide l’accordo di Parigi, poi rinnegato e non firmato dagli Stati Uniti. A livello europeo esiste una direttiva quadro sulla gestione delle acque che, se applicata in maniera efficiente, dovrebbe già garantire che non vi sia uno spreco e una cattiva utilizzazione della risorsa idrica. La direttiva obbliga gli Stati membri a evitare ogni tipologia di spreco della risorsa idrica, anche attraverso modalità organizzative più efficienti delle reti di somministrazione dell’acqua. Come ogni direttiva comunitaria prevede responsabilità dello Stato per inottemperanza degli obblighi comunitari.
L’Italia è certamente lo Stato membro che ha più infrazioni per inottemperanza della normativa ambientale europea, in particolare nel settore idrico. Il rischio è che questo ritardo nell’applicazione della politica ambientale comunitaria possa provocare danni ai cittadini e alle imprese, nonché ulteriori procedure di infrazione e relative sanzioni allo Stato.
A livello internazionale esiste poi una serie di convenzioni che dovrebbe portare a un uso efficiente delle risorse idriche e a una prevenzione di tutti i danni derivanti dalla mancanza di acqua. Faccio riferimento alla Conferenza delle Nazioni Unite sull’acqua del 1977 e soprattutto alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, in cui viene precisato che “l’acqua potabile e i servizi igienico-sanitari sono un diritto umano essenziale” e pertanto devono essere garantiti come un diritto fondamentale

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