Il grande problema di Mario Draghi: capire perché i salari non crescono

La relazione tra mercato del lavoro e inflazione è diventata più equivoca, limitando di conseguenza l’efficacia della politica monetaria. Un problema per Draghi, che potrebbe nascere da diverse cause: dallo sviluppo tecnologico alla pressione della globalizzazione, fino alle riforme del lavoro

Draghi Eurogroup

Mario Draghi, presidente della Bce, durante l’Eurogruppo dello scorso 22 maggio, a Bruxelles

EMMANUEL DUNAND / AFP

25 Luglio Lug 2017 0825 25 luglio 2017 25 Luglio 2017 - 08:25
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Dall’ultimo incontro della Banca centrale europea è emerso un grande interrogativo, che si sta ponendo anche l’Eurotower: perché i dati macroeconomici positivi (crescita, disoccupazione in calo) non si stiano traducendo in maggiore inflazione. La ripresa dei prezzi è più lenta della ripresa economica e sembra meno responsive di quanto lo fosse in passato.

È un punto di grande interesse, perché in molti si chiedono come mai sembra svanita la relazione tra crescita occupazionale e inflazione.

A essere finito sotto accusa è uno dei modelli principali utilizzati dalla Bce: la curva di Phillips. Secondo questa influente teoria macroeconomica dovrebbe esistere una relazione inversa tra il numero di disoccupati e l’inflazione: meno sono le persone senza lavoro, più i prezzi salgono. L’anello di congiunzione tra questi due fattori sono i salari. Più la disoccupazione è bassa, più gli stipendi dovrebbero salire e di conseguenza i prezzi. Nello scenario post crisi, i salari sembrano però fare fatica a crescere, nonostante il recente calo della disoccupazione. Ciò ha fatto sì che la relazione tra mercato del lavoro e inflazione sia diventata più equivoca, limitando di conseguenza l’efficacia della politica monetaria.

Sul banco degli imputati per la ripresa dell’inflazione più lenta del previsto siede dunque la stagnazione dei salari, ma quali sono le ragioni di questo fenomeno?

Le ipotesi sono varie e hanno tutte più o meno a che fare con le cicatrici che la crisi economica senza precedenti che abbiamo vissuto ha lasciato sul tessuto economico. C’è la crescita del tasso di partecipazione alla forza lavoro (per via di pensionamenti più ritardati e, in misura minore, dell’immigrazione); c’è la pressione della globalizzazione che erode il potere contrattuale dei lavoratori; c’è lo sviluppo tecnologico, che aumenta la produttività ma diminuisce l’importanza relativa della componente umana nei processi di produzione; c’è l’effetto psicologico derivato dalla crisi che porta i datori di lavoro e i lavoratori a firmare contratti guardando indietro piuttosto che avanti. Ci sono poi le riforme del mercato del lavoro in occidente, che hanno ridotto il potere contrattuale dei lavoratori.

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La domanda che tutti si pongono è se questi fenomeni siano solo un effetto temporaneo della crisi, oppure se siano delle tendenze di un cambiamento permanente che sta trasformando il sistema capitalistico

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