Baby modelle, quando la moda sfiora lo sfruttamento

Un mondo poco conosciuto e indagato: lo fa la giornalista Flavia Piccinni con un libro appena pubblicato. E scopre, tra le pieghe, una realtà dove lo sfruttamento e l’ipersessualizzazione dei bambini sono sempre dietro l’angolo

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ALBERTO PIZZOLI / AFP

27 Luglio Lug 2017 0830 27 luglio 2017 27 Luglio 2017 - 08:30

Per Monica il momento più bello della sua vita è quando sale sulla passerella: «Ho dei bellissimi vestiti, tutti ti guardano, ci sono i fotografi. Quando arrivi in fondo ti spari due pose e sei al centro dell’attenzione». Le pose per Monica sono la mano sul fianco, e il sorriso con la testa all’indietro, la pancia dentro e le spalle dritte. «Se vuoi fare questo lavoro devi per forza avere le pose», sentenzia. Monica ha sette anni. Vive a Napoli, ha sfilato nei centri commerciali, partecipato a qualche concorso di bellezza e fatto delle pubblicità. Da grande sogna di diventare attrice o top model.

La sua storia di baby modella coincide con quella di altre decine di piccole che popolano la moda bimbo. Un mondo che non deve superare il metro e trenta d’altezza, perché poi si diventa fuori taglia e gli abiti junior non vestono più bene, e che da tutti i suoi protagonisti viene indicato come un gioco. Un gioco in cui, paradossalmente, tutti lavorano. Lavorano i bambini, i genitori, i titolari delle agenzie per baby modelli, chi si occupa delle sfilate, i fotografi, i make up artist e soprattutto le case di moda. Lavorano per dare forma a un piccolo universo che per il nostro Paese vale 2,7 miliardi di euro (stima del Centro studi Sistema Moda Italia), e che trova il suo fulcro nelle giornate di Pitti Bimbo – tre giorni a gennaio, tre giorni a giugno – quando alla Fortezza da Basso di Firenze si incontra il gotha della moda internazionale. Lo scorso giugno, secondo quanto riportato da Pitti Immagine, davanti a 10mila visitatori, di cui oltre la metà compratori, sono state presentate 538 collezioni (40 di più della precedente edizione estiva). Il 60% veniva dall’estero.

Il mondo del backstage

Oltre i riflettori e i flash, i dati economici e i sorrisi, c’è però anche qualcos’altro. A raccontarlo è stata la giornalista e scrittrice Flavia Piccinni, che con Bellissime. Baby miss, giovani modelli e aspiranti lolite (Fandango Libri) ha indagato questo piccolo universo che è sempre rimasto ai margini dell’attenzione mediatica. Ne è venuto fuori un mosaico meticoloso e a tratti sconvolgente, che ha suscitato anche l’interesse del parlamentare Riccardo Nuti. Sulla scia di Bellissime, Nuti ha appena presentato un’interrogazione parlamentare.

Tutto ruota intorno a una circolare, la n.67 del 1989 del ministero del Lavoro, che regola l’impiego dei minori nel mondo dello spettacolo. E di cui Piccinni nel suo libro racconta la distanza tra teoria e prassi. Partiamo dalla teoria: la circolare stabilisce varie prescrizioni in base all’età dei minori. Si precisa ad esempio che, se per un bambino fino a tre anni «deve essere posto a disposizione dei genitori o del tutore un locale idoneo atto a garantire il soddisfacimento delle principale esigenze fisiologiche del bambino» e «l’impegno lavorativo non potrà in alcun modo superare le tre ore giornaliere e deve avvenire in presenza del genitore o del tutore o di persona da questi espressamente delegata», per un minore dai sei ai quindici anni «le ore lavorative non devono superare complessivamente le 7 ore giornaliere e le 35 ore settimanali». Peccato però che, stando alle testimonianze di mamme e agenti raccolte nel libro, gli orari spesso siano molto più lunghi e anche la presenza dei genitori non sempre sia garantita.

«I bambini sono sul set dalle sette di questa mattina e da due giorni vivono qui dentro […]. Oggi ai genitori è stato concesso di vederli per pochi minuti. I malumori sono esplosi nel primo pomeriggio, quando dei bimbi hanno raccontato di non aver ricevuto né la merenda né dell’acqua»

«Più volte – racconta a Linkiesta Flavia Piccinni – ho assistito a fitting pre-sfilata durante i quali i genitori erano invitati ad attendere fuori dalla porta e i bambini venivano vestiti in autonomia dal personale dei brand. Spesso le mamme mi hanno raccontato di non aver potuto assistere a shooting fotografici, soprattutto per questioni di sicurezza quando si trattava di campionari. E sono rimasta alquanto turbata dalle parole di alcune di loro, specie quando mi hanno confidato di aver ordinato alle figlie di stare attente se qualcuno avesse domandato loro di togliersi le mutandine. “Se ti fanno togliere le mutandine, tu non lo fare: urla e vieni a chiamarmi”. Parole che mi hanno fatto molto riflettere sui potenziali rischi di un mondo che difficilmente si apre al confronto e allo sguardo esterno». Un mondo che vive attraverso le precisazioni di Pitti, che sottolinea l’impegno dell’organizzazione affinché «i bambini restino bambini: divertimento e movimento, non seduzione. Anche la vestizione e il trucco diventano un gioco, serio, come tutti i giochi».

Eppure alcuni scatti suggeriscono qualcosa di diverso: labbra turgide di un viso nascosto da un cappello, una piccola con l’ombretto e le guance colorate, un’altra in posa lasciva sul divano. Che ci sia un problema è evidente già leggendo la nota ufficiale «sull’ideazione e la realizzazione delle sfilate per bambini a Pitti Immagine Bimbo», reperibile sul sito. Nonostante si precisino i vari riferimenti legislativi e i vari obblighi, si sottolinea come occorra sincerarsi «che tutti i bambini siano regolarmente iscritti alle agenzie e che queste rispettino le norme vigenti (spesso sono anche i genitori a voler saltare qualche passaggio formale, magari sul piano fiscale…)» e che «per un bambino, che ci siano o no i suoi genitori, la partecipazione a una sfilata è già una fattispecie di lavoro che deroga, soprattutto grazie alle sue forti componenti di spettacolo e di gioco, dalle norme generali che in Italia vietano il lavoro minorile. Ma appunto un lavoro in deroga richiede autocontrollo…».

Una precisazione, questa, che ha lasciato il deputato Riccardo Nuti di stucco: «Come si può pensare che basti “autocontrollo” quando si parla di bambini? A maggior ragione e vista la delicatezza dell’argomento, credo sia opportuno che il Governo invii ispettori ministeriali per verificare se ci sia uno sfruttamento dei minori».

Bambini senza acqua

Anche per questa ragione Nuti ha presentato un’interrogazione rivolta al ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, e allo stesso presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, su cui cade la delega alle Pari Opportunità (oggi di competenza del sottosegretario Maria Elena Boschi). «Parliamo di bambini e di lavoro: è necessario, nel rispetto dei grandi marchi, che lo Stato monitori questo mondo assicurando tutti sul rispetto delle regole. Ci sono delle situazioni che vanno monitorate. La vicenda dell’acqua, ad esempio, non deve più accadere: noi l’abbiamo chiesto esplicitamente». Già, la vicenda dell’acqua è forse l’esempio più nitido di come qualcosa non funzioni.

Raccontando una sfilata nel suo libro, Flavia Piccinni spiega: «I bambini sono sul set dalle sette di questa mattina e da due giorni vivono qui dentro […]. Oggi ai genitori è stato concesso di vederli per pochi minuti. I malumori sono esplosi nel primo pomeriggio, quando dei bimbi hanno raccontato di non aver ricevuto né la merenda né dell’acqua». E non c’è nemmeno da sorprendersi: la pratica non sarebbe nuova nel mondo della moda bimbo: «Molto spesso – si legge ancora in Bellissime – sui set non viene concesso di bere per evitare di bagnare inavvertitamente i vestiti o di rovinare il trucco, e soprattutto per limitare al minimo le richieste di andare in bagno». Non è un caso che una delle più note agenzie per baby modelli, il 20 gennaio 2017, abbia pubblicato coraggiosamente un post su Facebook. Il messaggio lanciato è chiaro: «Abbiamo deciso di non prestarci più a questo gioco perché ha perso ogni poesia e quel poco valore, non certo economico, che poteva avere. Per noi rappresentare i nostri bimbi al Pitti significa garantire una vetrina di pregio, con tutte le attenzioni necessarie, soprattutto se si tratta di beni di prima necessità: una bottiglietta d’acqua se la può permettere chiunque».

«C’è poi qualcosa che difficilmente la legge può definire – ci spiega. Ed è qualcosa che passa per delle labbra lucide, delle guance rosa, un filo di ombretto, un filo di mascara. Che passa per scatti che ritraggono bambine in pose seduttive, o con abiti adulti. È quella cosa che fa assomigliare alcune bimbe a giovani donne, a donne in miniatura, e che va a battesimo come ipersessualizzazione. Si tratta di un labirinto che pare una discesa verso qualcosa che Lorella Zanardo ha denunciato anni fa rispetto al corpo delle donne. Qualcosa che sta accadendo, adesso, sul corpo delle bambine»

Compensi minimi

La questione economica si rivela una partita delicata. Se la Repubblica italiana (articolo 37 della Costituzione) «tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione», le cose – come evidenziato ancora da Nuti nella sua interrogazione – nella realtà non stanno così. Anzi. «I compensi sono ben distanti da quelli degli adulti. Si parte da 30 euro lordi per uno shooting fotografico per arrivare ai 400 euro lordi dati per un catalogo. Le sfilate sono pagate mediamente 200 euro lordi», spiega la titolare di una nota agenzia milanese che poi aggiunge, non senza imbarazzo: «Tendenzialmente i budget sono bassi per evitare anche lo sfruttamento minorile, magari il genitore rischia di monetizzare il figlio e questo non andrebbe bene».

Allora meglio annullare i compensi? A quanto pare sì. Ed è prassi diffusa, denunciata a più riprese da numerose agenzie della moda bimbo, come le sfilate di Pitti Bimbo diventino spesso una perdita per le famiglie, che si trovano coinvolte in trasferte costose per compensi irrisori o, addirittura, per delle borse omaggio con dentro una t-shirt e dei leggings il cui valore reale si aggira intorno ai 20 euro.

Rischio ipersessualizzazione

Ma non è tutto. Nel suo libro, l’analisi di Flavia Piccinni va oltre la denuncia, oltre la necessità di far conoscere un mondo che, prima di Bellissime, nessuno aveva mai scandagliato. «C’è poi qualcosa che difficilmente la legge può definire – ci spiega. Ed è qualcosa che passa per delle labbra lucide, delle guance rosa, un filo di ombretto, un filo di mascara. Che passa per scatti che ritraggono bambine in pose seduttive, o con abiti adulti. È quella cosa che fa assomigliare alcune bimbe a giovani donne, a donne in miniatura, e che va a battesimo come ipersessualizzazione. Si tratta di un labirinto che pare una discesa verso qualcosa che Lorella Zanardo ha denunciato anni fa rispetto al corpo delle donne. Qualcosa che sta accadendo, adesso, sul corpo delle bambine». Ecco perché, come dice ancora Nuti, lo Stato deve garantire, sempre e comunque, che la bellezza estetica «non finisca con l’essere ragione di sfruttamento di minori, implicito o esplicito che sia».

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