La vita non è bella: sette verità (più una) sulla depressione

La depressione è stata socialmente sdoganata, ma in pochi la capiscono fino in fondo. Perché? è più facile ignorarla e dire di non piangersi addosso, eppure ci mangia dentro

Depressione
29 Luglio Lug 2017 0830 29 luglio 2017 29 Luglio 2017 - 08:30
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Tra i disturbi dell’umore e i problemi di salute mentale in genere, la depressione è la più sdoganata, la più citata e – verrebbe da supporre – la più conosciuta. Eppure i falsi miti, le banalizzazioni e i luoghi comuni, per molti che non l’hanno vissuta sulla propria pelle, costituiscono ancora l’intero bagaglio conoscitivo sull’argomento.

Un po’ per responsabilità mediatica; un po’ perché si tratta di qualcosa che spaventa e che è meglio liquidare come un colpevole, generico “piangersi addosso”; un po’ perché è un disordine difficile da descrivere anche per chi ne ha avuto esperienza diretta.

Esperienza che – è bene ripeterlo – può esprimersi in uno spettro molto ampio di verità e sensazioni individuali, ma che è importante sforzarsi di descrivere e raccontare, soprattutto nei suoi aspetti meno trattati, per rompere lo stigma, superare i pregiudizi più comuni e imparare a prendersi cura della propria salute mentale. Perché conoscere ciò che succede nella nostra testa – e in quella di chi ci sta vicino – è il primo passo per riuscire a gestirlo.

La depressione ti mente. Ma fino a un certo punto

La prima cosa che impari per difenderti dalla depressione è che è una gran bugiarda e quello che ti sta dicendo – che sul momento ti sembra inciso sulle tavole della legge da Dio in persona – domani potrebbe apparirti sotto una luce completamente diversa.

Sembra un mantra di difesa piuttosto facile da ricordare, se si tralascia il fatto che la depressione non è un testimone inattendibile, anzi, ha parecchia credibilità, perché non tutto quello che dice è menzogna. I pensieri terribili che ti propone sono esacerbati, certamente, ma hanno un fondo di verità. È più efficace di qualsiasi argomentazione materialistica sulla mancanza di significato dell’esistenza.

La sua vera, grande bugia è dirti che non ti sentirai mai meglio: che lo strato protettivo che difende dall’eccessiva problematizzazione del reale non tornerà più, che le cose non miglioreranno mai e che non c’è niente che tu possa fare. La depressione è influenzata dai fattori esterni, quindi quello che fa è prendere i tuoi problemi reali e presentarteli moltiplicati per mille e, soprattutto, irrisolvibili. Per lei è sempre troppo tardi e tu sei sempre troppo solo. E lo sei perché te lo meriti.

La tua mente, per difenderti, fa il tuo male

La depressione pretende di sapere quello che vuoi meglio di te. Per esempio, un aspetto molto frustrante è l’ipersonnia. Il cervello, per non soffrire, tende a spegnersi, ad andare un po’ in letargo aspettando che il tempo passi. Il problema è che il tempo passa davvero e si finisce per saltare impegni e svegliarsi nel panico di aver sprecato tante ore preziose.

Allo stesso modo, sempre come forma di autodifesa, la persona depressa fatica a prendersi qualsiasi responsabilità. E questo non fa altro che distruggerne l’autostima un pezzo alla volta. Capita per esempio che dopo aver preso qualsiasi impegno che non sia obbligatorio e calato dall’alto si passi la mezzora successiva pentendosene amaramente.

«Quando si combatte costantemente con la propria volontà e con le aspettative sociali non si può non uscirne sfiancati. Il timore e la vulnerabilità fanno sì che i sensi delle persone depresse siano sempre bombardati da un sovraccarico sensoriale che le esaurisce mentalmente»

La stanchezza non è un’impressione

Quando si combatte costantemente con la propria volontà e con le aspettative sociali non si può non uscirne sfiancati. Il timore e la vulnerabilità fanno sì che i sensi delle persone depresse siano sempre bombardati da un sovraccarico sensoriale che le esaurisce mentalmente.

Spesso, inoltre, chi soffre di disturbi dell’umore deve fare i conti con un sonno disturbato, sensibile a ogni rumore o sollecitazione esterna. È come cercare di ricaricare un telefono con un cavo di alimentazione danneggiato: nel migliore dei casi ci si sveglia leggermente più riposati di quando si è andati a dormire.

Anche sognare è stancante. Il sonno di queste persone è in genere caratterizzato da sogni vividissimi e complicati. Durante il sonno rem la mente costruisce mondi tanto complessi, dettagliati e mirabolanti da creare un legame di continuità con la veglia che può addirittura originare confusione e influenzare lo stato d’animo per tutta la giornata successiva. Per non dire che, si è affrontata l’apocalisse per tutta la notte, svegliarsi poco riposati sembra anche ragionevole.

Le buone giornate sono l’occhio del ciclone

Le prime volte in cui gli antidepressivi fanno davvero effetto e ci si sveglia senza groppo allo stomaco la sensazione è quella di una squisita normalità e ci si sorprende di quanto sia facile fare le cose. È anche il momento in cui si realizza, per la prima volta veramente, che forse (forse) si è davvero malati.

Farmaci o non farmaci le giornate buone (come i periodi buoni) ci sono, e lo scopo delle terapie è proprio che ce ne siano sempre di più. Per chi è depresso una buona giornata non è necessariamente una giornata in cui succedono cose belle, ma è quando tutto procede in maniera molto naturale.

Ogni buona giornata ha i suoi side effects. Per esempio è difficile rinunciare a chiedersi quanto durerà questo momento di grazia e spendere un po’ di tempo a riflettere su cosa ha fatto sì che questo giorno ci alzassimo vigili e di buon umore.

Quando si sta bene, inoltre, piombano addosso tutte le incombenze, i doveri e gli impegni che la tua testa ti aveva fatto freudianamente mettere da parte. È difficile credere di aver nascosto la testa sotto la sabbia di fronte a questioni tutto sommato normali, che causano molti più problemi se accantonate di quanti ne comporterebbe affrontarle sul momento. Infine le giornate buone – e più ancora i periodi buoni – ti mettono davanti agli occhi quanto si siano abbassate le tue aspettative sulla qualità della vita. Per esempio ti ricordi quanto è bello ascoltare della musica nuova ed esserne entusiasti. E capisci un’altra cosa importante: la depressione ti priva di identità perché ti sottrae alle tue passioni.

I farmaci non sono una scorciatoia

Un luogo comune vuole che la cura farmacologica sia una specie di escamotage. Non riesci con la forza di volontà, dunque ti impasticchi. Ma essere in cura non è affatto facile: la terapia va ponderata attentamente, continuamente monitorata e aggiornata perché è difficile trovare la combinazione esatta. In alcuni casi non si trova mai. I farmaci poi sono costosi, spesso poco efficaci e hanno diversi effetti collaterali che possono sembrare blandi ma influenzano la qualità della vita. Per esempio gli antidepressivi aumentano la sudorazione e sfasano la percezione della temperatura. Gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina e della norepinefrina (SSNRIs), sempre una categoria di antidepressivi, rende difficile il raggiungimento dell’orgasmo (mai una gioia).

La depressione compromette il lavoro

La perdita di energia, il fisico affaticato e drenato, la mente senza idee e le azioni rallentate. E su tutto, la mancanza totale di motivazione. Come potrebbe tutto questo non influire? Eppure è difficilissimo da accettare. Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna in questo periodo si discute molto di trattamenti lavorativi più flessibili per le persone depresse. Ma anche riscontrando problemi oggettivi, l’idea di godere di un trattamento speciale crea ancora uno spiacevole effetto da invalido fraudolento. Sul rapporto depressione-mondo del lavoro c’è ancora molto da fare e da capire.

e gli affetti

Lo spiega bene Patrick Marlborough in questo pezzo. A nessuno piacciono le persone troppo tristi, irritabili, suscettibili, poco propositive e, a volte, decisamente cattive. Non solo: la depressione ti rende solo perché ti mette al centro del mondo: unico nucleo sensibile verso cui sono proiettati tutti i possibili mali dell’umanità. La percezione falsata della realtà fa sì che le persone depresse si chiudano sempre più in loro stesse e nella propria interiorità. Vergogna, misantropia, paura del proprio stesso bisogno di compagnia non fanno che incentivare l’isolamento.

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