I dati sul lavoro sono ottimi: non fate finta di non vederli (anche se ce l’avete con Renzi)

La disoccupazione continua a scendere, il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro è ai massimi storici. Ci sarebbe da brindare, a sinistra, e invece si parla ancora di smontare il jobs act. Cronaca di un dibattito politico che è (costantemente) la parte peggiore del Paese

Gufo

Immagine con licenza Pixabay.com

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1 Agosto Ago 2017 0719 01 agosto 2017 1 Agosto 2017 - 07:19
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Giugno 2014. Gli occupati erano 22 milioni e 398 mila, stazionari dopo mesi di calo. Oggi lambiscono i 23 milioni, in aumento. I disoccupati erano 3 milioni e 153 mila, attorno al 12,3%, ma solo il mese prima avevano superato quota 12,5%. Oggi sono duecentomila in meno, con un tasso di disoccupazione che è sceso fino all’ 11,1%. Pure i giovani disoccupati - dai 15 ai 24 anni - sono diminuiti da 701mila a 534mila, così come gli inattivi, due anni fa 14,3 milioni (in calo), oggi 13,5. Non bastasse, l’occupazione femminile ha appena raggiunto il 48,8%. Massimo storico, perlomeno dal 1977 a oggi.

Non serve scegliere le ciliegie migliori, insomma, per dire che i dati sull’occupazione, a tre anni scarsi dall’introduzione del jobs act, sono buoni, oltre ogni aspettativa. E - basta guardare i grafici per accorgersene - lo sono particolarmente in questa prima sorprendente metà del 2017, in cui oltre al numero della gente che lavora ha accelerato la crescita della produzione industriale, quella degli investimenti e delle esportazioni e quella del Pil, le cui stime sono riviste costantemente al rialzo, dopo anni di revisioni al ribasso. A questo si aggiunga - non dimentichiamolo - che sono aumentate le tutele a favore di lavoratori autonomi e partite iva, così come oggi esiste una misura di sostegno universiale contro la povertà che due anni fa non esisteva.

Non serve scegliere le ciliegie migliori, insomma, per dire che i dati sull’occupazione, a due anni scarsi dall’introduzione del jobs act, sono buoni oltre ogni aspettativa. E - basta guardare i grafici per accorgersene - lo sono particolarmente in questa prima sorprendente metà del 2017, in cui oltre al numero della gente che lavora ha accelerato la crescita della produzione industriale, quella degli investimenti e delle esportazioni e quella del Pil, le cui stime sono riviste costantemente al rialzo, dopo anni di revisioni al ribasso

Tutto questo è innegabile e chi storce comunque il naso sbaglia tanto quanto chi preconizzava un crollo verticale dell’economia italiana in caso di vittoria dei No al referendum. I cui unici effetti, semmai, sono stati quelli di accelerare la balcanizzazione della politica italiana e di trasformare Matteo Renzi in una specie di monatto che avrebbe unto di peste bubbonica tutto ciò a cui ha messo mano. Non è così, e sono i numeri a dirlo, non gli ultimi giapponesi rimasti sul carro renziano.

Chi conosce bene l’Italia sa quanto ci sia di fisiologico in tutto questo, quanto la charachter assassination del leader in crisi sia una specie di inevitabile rituale, specie a sinistra. Ci limitiamo, in questo caso, a ricordarne i rischi, da bravi gufetti. Primo fra tutti, che si smontino riforme buone, accecati dalla furia restauratrice, senza averne compreso gli effetti e le qualità, ad esempio. Come molti, dalle parti di Bersani e Speranza - gente che l’ha votato, ricordiamolo sempre - chiedono di fare del jobs act, in spregio a ogni evidenza.

Intendiamoci: è ancora presto per una nuova revisione critica dei mille giorni di governo Renzi, dopo l'agiografia degli scorsi anni e la damnatio memoriae di questi ultimi mesi. E non siamo tanto ingenui da pensare che le forze politiche che in Italia si richiamano alla tradizione laburista possano permettersi di brindare al costante calo della disoccupazione o al record di partecipazione femminile al mercato del lavoro, dopo aver alzato i calici alla sopravvivenza del Cnel. Ci limitiamo a mettere qualche argine al presente e al futuro prossimo: evitate di fare cazzate di cui potremmo pentirci, se potete. Il futuro incerto di questo Paese vale un po' di più delle vostre guerricciole di potere.

Dati sull'occupazione a confronto: giugno 2017 contro giugno 2014 (Fonte: Istat)

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