Come abbiamo trasformato il calciomercato nel male assoluto

Una volta le trattative per questo o quel giocatore erano utili come argomento di conversazione al mare. Oggi, con la crisi dei media, l'ossessione per il calciomercato ha generato un nuovo linguaggio e nuovi metodi per attrarre lettori facendo leva sulla loro fantasia

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PAUL ELLIS / AFP

2 Agosto Ago 2017 1000 02 agosto 2017 2 Agosto 2017 - 10:00

Galvanizzato da mesi di articoli sul calciomercato fatti di intrighi e misteri, una volta ho voluto provare anche io l’ebbrezza di fare il cronista d’assalto per il colpo dell’anno. Era gennaio e tra Inter e Juve si stava parlando della possibilità di scambiarsi Guarin e Vucinic, per l’ira dei tifosi che non accettavano di fare affari con il nemico. L’ambiente era descritto come caldo, caldissimo, nonostante l’incedere dell’inverno: non un inizio facile per il neo presidente nerazzurro Erick Thohir, che poi decise di stoppare tutto. Qualcuno aveva avuto la soffiata che i dirigenti della Juve erano scesi in un hotel del centro di Milano che si trovava non molto lontano dalla vecchia redazione di Linkiesta, così pensai di fare un salto. Ero pieno di adrenalina: farò un appostamento per il calciomercato! Arrivo davanti all’hotel e c’è già un famoso giornalista che con le trattative di mercato si è costruito una (meritata) carriera, più qualche altro collega che non conosco. L’ora di apertura degli uffici era appena passato, così che in giro non c’era grande traffico. Tra i giornalisti presenti non c’era grande confidenza, come se ognuno diffidasse dell’altro e lo osservasse con un occhio mentre con l’altro guardava l’ingresso dell’hotel. A un certo punto uno del gruppo di spostò verso l’ingresso del garage e tutti ci muovemmo compatti e docili come pecore alla transumanza. Passò mezzora, un’ora, due ore. Una noia pazzesca. Al limite delle due ore e mezza, decisi di togliere il disturbo e me ne andai, più confuso che persuaso. Il giorno dopo sfogliai un po’ di giornali per sapere se gli altri avevano concluso qualcosa. Scoprii che no, alla fine i dirigenti non erano lì, ma il tutto venne raccontato come un montaggio di scene tra James Bond e un legal thriller: si parlava di spostamenti della delegazione bianconera tra un altro hotel e gli uffici milanesi della società (con inseguimenti annessi), si diceva che l’entourage di un giocatore era contento ma l’altro no, che uno aveva già confidato agli amici che stava cercando casa nell’altra città.

Nelle ultime ore è emerso che Facebook ha dovuto spegnere un programma legato a una intelligenza artificiale, perché a un certo punto si era messo a creare un proprio linguaggio. Nulla di che meravigliarsi: in ogni ecosistema si sviluppano stili di vita e anche linguaggi indipendenti, tesi ad adattarsi all’ambiente stesso per sopravviverci. Ecco che allora in tempi di crisi dei giornali e dell’ecosistema giornalistico tutto, quello sportivo ha trovato nel calciomercato un modo per sopravvivere portando all’estremo un proprio linguaggio. Che serve prima di tutto a tenere a galla quelle testate che devono sempre sparare notizie su fino alla stratosfera, se vogliono vendere un pugno di copie o pagine viste in più. Una volta questo modo di fare era tipico solo di alcune testate, come i famosi titoloni in prima di Tuttosport (“Juve: Cristiano Ronaldo!”). Ma come in tutti gli ecosistemi, la sopravvivenza può portare a scelte sempre più ardite. Sì, va bene la gallery con le wags, che un paio di chiappe hanno il loro perché. Ma serve un giornalismo che abbia una propria letteratura.

Ecco che allora il calciomercato si è arricchito sempre più di frasi fatte e giri di parole arditi che servono a farci intravvedere un mondo fatto di “intrighi”, “trattative durate tutta la notte”, “al ragazzo piace la destinazione”, “la figlia a scuola ha detto che il papà il prossimo anno giocherà a Parigi”. Insomma, un mondo altro, fantastico, che non è più solo argomento di conversazione al mare ma che ci fa proprio volare stando comodamente seduti sulla sdraio al Bagno Gigi. «Creiamo fiction, anzi fan-fiction, di personaggi reali in carne e ossa. Creiamo narrazioni, creiamo letteratura», ha scritto di recente Davide Coppo su Rivista Undici, inquadrando il fenomeno al quale stiamo assistendo negli ultimi anni. La creiamo noi leggendo chi l’ha già fatto per noi, in quel fiorire prima di siti dedicati solo al calciomercato e poi di profili Twitter di esperti più o meno sedicenti che in un ecosistema in crisi sgomitano per trovare uno spazio grazie a un nuovo linguaggio, una letteratura appunto. E così, accanto a chi questo mestiere lo fa da anni, si è affiancato il nuovo esercito degli insiders che cinguettano di “affare vicinissimo alla conclusione”, “la destinazione è gradita”, “i segnali dicono che”. Dicono che c’è un pubblico di lettori pronto a crederci. Un po’ come certe pubblicità: lo sai benissimo che quel pomodoro non appena stato raccolto o che quella pizza non è cotta nel forno a legna in pietra costruito dagli etruschi oltre duemila e passa anni fa, però qualcosa ti scatta nel cervello. La fame di cibo, la fame di notizie. Ed è un circolo vizioso che si autoalimenta, tra notizie vere e fake, come va di moda dire oggi.

Tutti siamo disposti a credere al calciomercato. Un giornalista tempo fa lo ha dimostrato con un esperimento sul campo. Nel 2008, l’irlandese Declan Varley si è inventato di sana pianta un giocatore, una giovane promessa moldava di 16 anni di nome Masal Bugduv. Il suo è stato il perfetto esempio di come si può creare una falsa pista che diventa subito notizia, con un modus operandi chirurgico: prima ha parlato del giocatore su alcuni forum specializzati, senza sbottonarsi troppo, quindi ha scritto che Masal sarebbe stato comprato dall’Arsenal. Insomma, gli elementi per creare la notizia c’erano tutti: giovane, molto promettente, da un Paese con una tradizione calcistica relativa (e quindi più desideroso di sfondare a grandi livelli) e nel mirino di una società sempre attenta ai giovani poco conosciuti. Per farla breve, i lettori affamati di calciomercato hanno talmente fatto girare il suo nome, che è finito nella lista dei 50 giovani più interessanti del calcio stilata dal Times, mica il foglietto della parrocchia.

Varley è riuscito nel tutto stando comodamente seduto di fronte a una scrivania, ma aprendoci un mondo fantastico. Quel mondo nel quale riversiamo le nostre speranze, le nostre aspettative, ma anche il nostro moralismo formato vacanze. Prendiamo casi come quello di Donnarumma o Neymar. Gente ritenuta riprovevole perché insegue il denaro. Una situazione nella quale i media sguazzano giulivi. Gigio prima non vuole rinnovare e poi sì, guidato dal potente manager Mino Raiola, è l’occasione perfetta per fare un botto di click grazie a quel perfetto mix di indignazione per il suo comportamento e show da calciomercato tra indiscrezioni, conferenze stampa monegasche, sussurri e grida. Per non parlare di Neymar, i cui spostamenti vengono sezionati al dettaglio per scoprire dove va, perché ci va, quando firmerà con quei ricconi degli sceicchi: uno dei servizi di punta di un noto tg sportivo si è aperto con le immagini di Google Maps che mostravano dove si sarebbe recato il calciatore nelle ultime ore, tra un volo e un allenamento che è sempre ormai l’ultimo con il Barcellona.

Il calciomercato è una macchina che può fruttare, ma che va alimentata sempre. Ci si spinge di più, sino a limiti che voi umani non potete immaginare: l’ultimo è quello dei like su Instagram. “Il giocatore ha messo un cuoricino al profilo IG del Manchester United: un segnale?” è il trend che si sta imponendo negli ultimi mesi. E spunta almeno una volta al giorno una notizia del genere, utile a tenere viva la nostra voglia di calciomercato anche quando la sessione non è aperta, perché uno sui social ci va sempre. Ed è anche questa un’operazione chirurgica: sono 146 i milioni di iscritti che seguono almeno un profilo legato al pallone

Si capisce bene allora che il calciomercato è una macchina che può fruttare, ma che va alimentata sempre. Ci si spinge di più, sino a limiti che voi umani non potete immaginare: l’ultimo è quello dei like su Instagram. “Il giocatore ha messo un cuoricino al profilo IG del Manchester United: un segnale?” è il trend che si sta imponendo negli ultimi mesi. E spunta almeno una volta al giorno una notizia del genere, utile a tenere viva la nostra voglia di calciomercato anche quando la sessione non è aperta, perché uno sui social ci va sempre. Ed è anche questa un’operazione chirurgica: sono 146 i milioni di iscritti che seguono almeno un profilo legato al pallone, facendo del calcio lo sport più popolare su Instagram. Una nuova pesca miracolosa dunque s’appresta, con un nuovo linguaggio creato ad hoc. Una pesca dove le prede, manco a dirlo, siamo noi. Noi che voliamo con la fantasia, credendo che un giocatore dal bordo di una piscina o nel suo lussuoso salotto metta apposta un like a d un’altra squadra perché “vuole cambiare aria” e visto che c’è “il suo entourage fa filtrare segnali positivi”, mentre magari quel cuoricino lì arriva da chissà quale stanza di quale collaboratore o di quale agenzia che ne gestisce l’immagine, giusto per smuovere le acque e far venire a galla i pesci.

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