Boldrini, Boschi, Fornero: si può dire qualcosa contro i picchiatori delle donne in politica?

Allusioni, insulti, battute sessiste: le donne in posizione di vertice sono vittime di attacchi che sovente superano i limiti della legittima critica politica. Nessuno tuttavia sembra battere ciglio. E forse è arrivato il momento di chiamare le cose col loro nome

Boldrini Boschi Fornero

Elaborazione su foto ALBERTO PIZZOLI / AFP e GIOVANNI ISOLINO / AFP

Elaborazione su foto ALBERTO PIZZOLI / AFP e GIOVANNI ISOLINO / AFP

3 Agosto Ago 2017 0857 03 agosto 2017 3 Agosto 2017 - 08:57

Ieri è stato il turno del deputato del Movimento Cinque Stelle Alfonso Bonafede che protestando contro l’espulsione di Alessandro Di Battista dall’aula di Montecitorio ha attaccato Laura Boldrini definendola, testuale «presidente della Camera non si comprende in base a quali dinamiche». Le medesime che hanno portato all’elezione di Pietro Grasso alla presidenza del Senato, verrebbe da rispondere: personalità di spessore - lei portavoce dell’alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, cavaliere all’Ordine al merito della Repubblica, lui magistrato simbolo della lotta alla criminalità organizzata, già a capo della Direzione Nazionale Antimafia - scelte per rappresentare le istituzioni parlamentari in una delle più complicate crisi politiche del nostro Paese, all’indomani delle elezioni politiche del 2013.

Solo che a Grasso nessuno ha mai rinfacciato le dinamiche della sua elezione. Mentre per Laura Boldrini è stato solo uno degli innumerevoli insulti che ha dovuto sopportare. Da Matteo Salvini, ad esempio. Che ha proposto di toglierle la cittadinanza italiana, che ha portato sul palco di un comizio una bambola gonfiabile, definendola la sua sosia, che l’ha definita «tarata mentale», che ha proposto un premio all’agente di polizia sospeso per averla insultata in un video. Il tutto perché, a suo dire, la presidente della Camera è in testa a un fantomatico progetto volto a sostituire meccanicamente gli abitanti italiani con immigrati provenienti da altre parti del mondo. “Il piano della Boldrini per la grande invasione”, lo definisce un servizio del programma “La Gabbia” di Gianluigi Paragone. E gli immigrati, quando rubano biciclette o giocano a calcio nel Car di Mineo, sulle pagine Facebook di Salvini e dei militanti leghisti diventano “risorse della Boldrini”, come se solo lei li avesse definiti tali - e non anche il Presidente Mattarella, o l’ex ministro degli interni del governo di centrodestra Beppe Pisanu, nel 2003, quando era al governo insieme alla Lega. Come se ogni reato da loro commesso fosse sua esclusiva responsabilità. Esponendola a un flusso pressoché continuo di insulti sui social network.

Non è la sola, Laura Boldrini, ad aver subito un trattamento simile. E non stupisce che nel liberi tutti della politica attuale, siano soprattutto le donne a fare da bersaglio per intemerate che superano di molto i limiti della dialettica politica. Vittima del medesimo linciaggio è Maria Elena Boschi, ad esempio. Definita «analfabeta» da Maurizio Gasparri, spedita all’inferno da un professore della Normale di Pisa a causa delle unioni gay, protagonista di vignette satiriche che ironizzano sul suo aspetto fisico. Giovane, donna, carina, in posizioni di vertice: capro espiatorio perfetto per accendere la miccia della rabbia e dell’invidia sociale. Missione compiuta, con la Boschi che staziona costantemente agli ultimi posti nella classifica di popolarità dei ministri - casualità: insieme alla Madia e alla Giannini -, nonostante, tra gli addetti ai lavori, si sprecassero gli elogi sulle sue capacità di gestire i rapporti con il Parlamento e di lavorare su dossier delicati come quello della riforma costituzionale.

Sono tre casi diversi, quelli di Boldrini, Boschi e Fornero. Egualmente idealeipici, tuttavia, della condizione della donna in politica, in Italia, oggi. Praticamente, un bersaglio mobile da colpire con ogni mezzo e con ogni parola, nel totale disinteresse dei media o dei colleghi maschi. Cui non par vero di avere, evidentemente, uno schermo dietro cui nascondersi

Il caso che ancora oggi grida vendetta più di ogni altro, tuttavia, è quello di Elsa Fornero. Ministro tecnico del lavoro con il Governo Monti, autrice di due riforme in pochi mesi - lavoro e pensioni - che fanno tremare i polsi solo a nominarle, riforme peraltro votate in entrambi i casi a larghissima maggioranza dal Parlamento, senza significative proteste sindacali. Riforme disconosciute da tutti, fuorché da lei, un minuto dopo la loro approvazione. Che invece si prende pure responsabilità non sue, come quella legata al caso degli esodati, figlio di calcoli errati trasmessi dall’Inps al ministero. Risultato? «Vigliacca», «befana», «da prendere a calci in culo per chilometri» sono solo alcuni degli insulti che le rivolge il “solito” Salvini, il quale arriva anche a organizzare spedizioni sotto casa della professoressa. Il tutto, nel silenzio colpevole di quelli che il giornalista Paolo Pagliaro ha definito “i chierici”, ossia “coloro che – ricoprendo incarichi di responsabilità nella politica, nel giornalismo, nell’economia, essendo insomma classe dirigente – in passato avevano compreso e ci avevano spiegato che la riforma Fornero – per quanto dolorosa e sporcata dal grave errore degli esodati (non imputabile che in minima parte al ministro) - aveva salvato l’Italia dalla bancarotta”.

Sono tre casi diversi, quelli di Boldrini, Boschi e Fornero. Egualmente idealeipici, tuttavia, della condizione della donna in politica, in Italia, oggi. Praticamente, un bersaglio mobile da colpire con ogni mezzo e con ogni parola, nel totale disinteresse dei media o dei colleghi maschi. Cui non par vero di avere, evidentemente, uno schermo dietro cui nascondersi. Uno schermo fatto di donne forti. Cui indipendentemente dalle loro colpe, dai loro insuccessi, dalle loro idiosincrasia, andrebbero riconosciuti coraggio e dignità, anche dai loro avversari. Accadesse, sarebbe un primo fondamentale passo verso una politica un po' più decente. È chiedere troppo, vero?

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