Non solo femminicidi, benvenuti nella società della prepotenza

I casi di violenza alle donne si susseguono. E ormai sono quasi solo statistica. La verità è che siamo sempre più assuefatti alla violenza, non solo di genere

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da Pixabay.com

3 Agosto Ago 2017 0654 03 agosto 2017 3 Agosto 2017 - 06:54

L'ultima è Nadia di Udine, aveva solo 21 anni, e il modus operandi è sempre il solito: lui che le chiede un appuntamento “per chiarire”, il litigio, lo strangolamento. Anche il racconto dei media è lo stesso di altri cento casi. Box con immagine sorridente - l'immagine di lei ovviamente (le foto dei maschi richiamano meno attenzione) - e poi fotogallery presa da Fb, privilegiando gli scatti in costume, che saranno di certo più cliccati. Ordinaria amministrazione, routine. Così come è routine la notizia dei cinque ragazzi di Bari che attirano un'amica quindicenne nella città vecchia, gli menano e la violentano a turno. Un piccolo branco che si confonde con l'altro branco di Pimonte, Napoli, undici minorenni che hanno stuprato G.C., la quale poi se ne è dovuta scappare in Germania perché in paese non ci poteva più vivere. Un caso via l'altro, e dopo due giorni non è più emozione, non è più scandalo, è solo statistica.

La palese assuefazione dei media e della società alla violenza estrema contro le ragazze è la cartina al tornasole di un cambiamento piuttosto profondo. Quarant'anni fa lo stupro e l'omicidio di due ventenni, Rosaria Lopez (che morì per le botte) e Donatella Colasanti (sopravvissuta perchè creduta morta) provocò nel Paese un'ondata di inorridita riprovazione. Strage del Circeo, la chiamarono. Produsse uno choc collettivo. È vero, fu un delitto con risvolti di sadismo e crudeltà insuperati, ma non basta questo dato a spiegare l'abisso tra il moto dell'animo collettivo che generò quell'antico delitto e l'attuale indifferenza verso Nadia e le altre. Si può semplificare dicendo: è il maschilismo che ritorna, l'idea della donna come proprietà che si riaffaccia, e senz'altro c'è del vero. Ma il sospetto è peggiore. Il sospetto è che stia consolidandosi una società della prepotenza dove la sopraffazione del più debole è moralmente sdoganata e ritenuta in qualche modo normale.

Si può semplificare dicendo: è il maschilismo che ritorna, l'idea della donna come proprietà che si riaffaccia, e senz'altro c'è del vero. Ma il sospetto è peggiore. Il sospetto è che stia consolidandosi una società della prepotenza

La prepotenza è già da tempo cifra emergente dei rapporti di lavoro, sociali, delle relazioni tra quel che resta delle vecchie classi, del conflitto anagrafico tra vecchi e giovani. Cifra vincente e riconosciuta come valore positivo: sono anni che sentiamo elogiare l'uomo forte, il manager aggressivo, la “grinta” come elemento determinante per il successo. Il modello “The Apprentice”, il Boss che si fa rispettare, che ti fa piangere e ti strapazza se ti dimostri fragile, ma spesso anche se cerchi di tenergli testa. Negli Usa quel profilo di aggressività estrema ha fatto eleggere un presidente, da noi – più modestamente – ha costruito il personaggio Briatore, ma ovunque porta con sé lo stesso messaggio, circondato da un larghissimo consenso: vale la legge del più forte, chi è debole deve rassegnarsi e obbedire, oppure soccombere.

Nella motivazione della condanna all'ergastolo di Vincenzo Paduano, che nel 2016 a Roma strangolò e bruciò con una tanica di benzina la fidanzatina Sara Di Pietrantonio, i giudici hanno scritto che l'uomo ha ucciso perché la ragazza si era ribellata al ruolo sottoposto su cui era costruita la relazione e all'improvviso “si rifiutava di riconoscerlo come suo padrone”. La ribellione della parte debole – o di chi è ritenuto parte debole - nella società della prepotenza non è accettata e va punita, stroncata. In questo senso, molte delle storie malate che emergono dietro gli omicidi delle ragazze sono in perfetta sintonia con quel che accade altrove ai più fragili, certo con conseguenze meno drammatiche – il licenziamento, l'esclusione, la retrocessione di paga o di ruolo – ma comunque sempre in linea con la legge del più forte.

In altri tempi l'avremmo considerata una patologia sociale. Ora siamo rassegnati, va così, e l'antico “Elogio della mitezza” di Norberto Bobbio ci sembra roba per accendere il camino: i miti, i buoni, quelli senza risorse e artigli da usare nelle relazioni sociali e personali, soccombono e basta. L'indignazione per le giovani donne ammazzate, forse, è più tiepida di quel che era una volta anche per questo, perchè l'atto di forza contro gli inermi è cosa di ogni giorno, regola accettata, e non muove più i cuori.

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