Ong e migranti, come si sbatte il mostro Iuventa in prima pagina (per lavarci la coscienza)

Non cascateci: il problema della rotta libica dei migranti non sono le presunte amicizie tra Ong e scafisti, ma ciò che le avrebbe generate: l’abbandono di Mare Nostrum e l’adozione di una strategia demenziale come Triton

Iuventa migranti

ANDREAS SOLARO / AFP

ANDREAS SOLARO / AFP

4 Agosto Ago 2017 0856 04 agosto 2017 4 Agosto 2017 - 08:56

C’è una storia, piuttosto esemplare, che riguarda proprio la nave Iuventa e l’ong tedesca Jugend Rettet, oggi al centro delle indagini della procura di Trapani - che ne ha disposto il fermo - per presunto “favoreggiamento all’immigrazione clandestina”. È una storia datata 16 aprile 2017, domenica di Pasqua nell’Europa cristiana. Quel giorno, con un tempismo simbolico niente male, anche se il mare era agitato, gli scafisti libici decidono di mandare in mare, alla deriva, duemila persone.

Una scelta omicida. Solo 24 ore prima ne erano state salvate altre quattromila dalle Ong più grandi e non c’erano che le navi delle Ong più piccole, a presidiare la linea delle 12 miglia dalla costa libica. Una di loro era proprio la Iuventa, che può ospitare a bordo non più di quattrocento persone: «Altri milleseicento restavano aggrappati ai gommoni - aveva raccontato a La Stampa il dottor Paolo Narcisi, che insieme alla Ong Rainbow For Africa, si trovava proprio sulla Juventa, quel giorno -. E intanto il mare diventava burrascoso. Sono state ore tragiche. La Guardia costiera italiana, di cui dobbiamo essere orgogliosi, ha fatto miracoli. È stata dirottata in zona una petroliera che s’è messa di traverso e ha fatto da scudo contro le onde. Poi sono arrivati pescherecci e mercantili. E quella gente è stata salvata».

La mettiamo giù dritta: se non ci fossero state barche come Iuventa, se non ci fossero triangolazioni e comunicazioni tra i gommoni, i membri dell’equipaggio della motonave e la Guardia Costiera italiana ci sarebbero state duemila persone annegate, deliberatamente mandate a morire per rovinarci la digestione dell’agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo.

Ficcatevela bene nella zucca questa storia, quando sentite blaterare di Ong che fanno accordi con gli scafisti, di patti del diavolo tra la feccia libica e la buona borghesia radical chic dell’Europa, di pull factor, di «salvataggi di vite umane che non ci possiamo permettere». Con tutto il rispetto, sono forzature degne di un bar sport ed è la stessa procura di Trapani del resto ad affermare, testuale, che «un collegamento stabile tra la Ong e i trafficanti libici è pure fantascienza» e che le finalità dell’equipaggio di Iuventa (nessuno di loro è indagato per associazione a delinquere) fossero «motivi umanitari».

La realtà è un‘altra e dovremmo dircela forte e chiara: che i guai veri, nel canale di Sicilia, sono cominciati quando abbiamo deciso che non volevamo più tenere le mani nella merda. Quando abbiamo sacrificato Mare Nostrum, allontanando le nostre navi dalle coste libiche e delegando le operazioni di search and rescue alle organizzazioni non governative. Quando abbiamo smesso pure di intercettare e arrestare gli scafisti

La realtà è un‘altra e dovremmo dircela forte e chiara: che i guai veri, nel canale di Sicilia, sono cominciati quando abbiamo deciso che non volevamo più tenere le mani nella merda. Quando abbiamo sacrificato Mare Nostrum, allontanando le nostre navi dalle coste libiche e delegando le operazioni di search and rescue alle organizzazioni non governative. Quando abbiamo smesso pure di intercettare e arrestare gli scafisti. In altre parole, quando abbiamo delegato a Frontex e all’Europa, per qualche spicciolo in più, la gestione di un problema che stavamo gestendo meglio da soli.

Col risultato che adesso ci tocca pagare una missione militare da 9 milioni al mese - Mare Nostrum ne costava 9,5 - per respingere i gommoni al mittente, in spregio alla Convenzione di Ginevra, allo stesso Trattato di Dublino e a tutte le belle chiacchiere e agli inni alla gioia e all’Europa culla della civiltà e dei diritti umani. Con il rischio concreto di incidenti militari che potrebbero minare alla radice la già esilissima speranza di una stabilizzazione della pax libica tra il presidente Al Sarraj e il generale Haftar, quella sì vero viatico di una chiusura, o perlomeno di una regolazione, della rotta libica.

Strategie demenziali, rattoppi peggio del buco, costi raddoppiati nel tentativo di ridurli, partenze, sbarchi, salvataggi e morti che hanno raggiunto livelli da record. E in tutto questo, il mostro da sbattere in prima pagina è una piccola Ong di giovani berlinesi, una chat su WhatsApp tra chi presidia il mare per salvare vite umane, fantomatici stipendi “da diecimila euro” (al mese? All’anno? Chissenefrega, basta sbattere una cifra a caso in mezzo a un articolo), la mancata firma apposta su un codice di condotta che legittima i respingimenti indiscriminati? Davvero: facciamo ridere. Se non fosse che ci sarà da piangere. Che questa nostra ignavia travestita da buonsenso la pagheremo cara, carissima, prima o poi.

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