Quando gli italiani erano di casa a Wembley

Il vecchio Imperial Stadium di Londra non esiste più, rimpiazzato da una sua più moderna versione. Ma restano nella memorie le imprese degli italiani qui (più un gol di Batistuta segnato con la Fiorentina)

Wembley
4 Agosto Ago 2017 1100 04 agosto 2017 4 Agosto 2017 - 11:00

Non c’è da meravigliarsi che la costruzione del Wembley Stadium sia legata alla storia dell’Impero Britannico, né che essa coincida con il periodo di massima estensione dell’Impero stesso. Era il 1923 e lo stadio venne edificato per l’Esposizione dell’Impero, una sorta di EXPO con quasi 27 milioni di visitatori. Di quell’esposizione coloniale, inaugurata da re Giorgio V e di cui si rammenta la partecipazione di Agatha Christie, sono sopravvissute poche (ma buone) cose. Gli inglesi stessi hanno sempre mantenuto ben vivo il suo ricordo e intorno al British Empire Exhibition Stadium non c’è mai stata la polemica che oggi imperversa a Milano.

A inizio anni Novanta cominciò a circolare una voce che venne in seguito confermata: lo stadio di Wembley, quello che restava dell’Esposizione dell’Impero, sarebbe stato smantellato per fare spazio ad un nuovo Wembley Stadium. L’ultimo pezzo di Impero, insieme alla restituzione di Hong Kong alla Cina nel 1997, era destinato a scomparire per diventare qualcos’altro. Il nuovo Wembley Stadium si lega a un modello, quello della demolizione-ricostruzione, che arriva in prestito al calcio europeo direttamente dagli USA. Il Madison Square Garden, per esempio, nel corso di 150 anni di storia è stato demolito e ricostruito ben tre volte. Alla fine dei Novanta Wembley, in linea coi tempi, si apprestava ad abbandonare l’aurea imperiale per entrare nello spirito del tempo mediante una semplice operazione di speculazione edilizia: lo stadio, con le sue torri gemelle, venne abbattuto a vantaggio di un’immagine architettonica globale firmata dall’archistar Sir Norman Foster.

Per celebrarne la storia bastò invece un’operazione diversa: a pensarci furono i copywriter che organizzarono la campagna promozionale di Euro 1996, il cui tema Football Comes Home diceva molto più di quanto lasciasse intendere. Nel British Empire Exhibition Stadium si giocò la finale di quell’edizione degli europei in cui una Repubblica Ceca fresca di indipendenza e di nazionale tutta sua stupì il mondo – e Arrigo Sacchi – arrivando in finale, e venendo battuta solo dalla caparbietà di Oliver Bierhoff. Ma quello non fu l’ultimo atto di Wembley. O meglio, fu solo uno tra gli ultimi atti: alla notizia dello smantellamento, giocare al Wembley Stadium divenne come officiare un rito funebre in cui le parole “ultimo”, “storia” e “tempio” venivano saccheggiate come poche altre. Per qualche anno, infatti, ogni partita giocata a Wembley sembrava essere l’ultima, anche se la vera ultima partita di calcio a Wembley fu quella tra Inghilterra e Germania, valevole per le qualificazioni ai mondiali di Corea e Giappone 2002 e, come sempre, vinta dai tedeschi con goal di Dietmar Hamann.

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