Smettiamo di usare “complesso” e “complicato” come fossero sinonimi (non lo sono)

I due termini nel campo imprenditoriali vengono usati come se significassero la stessa cosa, non è cosi. Le sfide sono due, comprendere l'assenza di complessità e combattere contro le complicazioni inutili e superficiali.

Complessità

SPENCER PLATT / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP

4 Agosto Ago 2017 1015 04 agosto 2017 4 Agosto 2017 - 10:15
Tendenze Online

Complesso e complicato: nel linguaggio manageriale spesso questi due concetti si utilizzano in maniera intercambiabile. Si parla di una “situazione complessa” o di un “problema complicato”, utilizzando i due concetti come sinonimi. Ma non lo sono.

Complicazione deriva dal latino complicare, e sta a indicare qualcosa di piegato, avvolto su se stesso. Un problema è complicato quando si presenta come il risultato di un insieme di parti difficili da codificare. Sciogliere la complicazione può essere faticoso, ma esiste comunque una soluzione. Ciò che è complicato può essere ridotto a qualcosa di più semplice.

«Un problema è complicato quando si presenta come il risultato di un insieme di parti difficili da codificare. Sciogliere la complicazione può essere faticoso, ma esiste comunque una soluzione»

Complessità deriva dal latino complexus, ossia qualcosa di intrecciato, composto da una molteplicità di parti interdipendenti fra loro. Una situazione può essere considerata complessa perché ha origine dall’intreccio di elementi che interagiscono fra loro, creando disordine e provocando incertezza. In una situazione complessa è difficile individuare e gestire tutte le variabili in gioco, così come è sostanzialmente impossibile prevederne gli sviluppi. Un problema che definiamo complesso non presenta una soluzione univoca, ma necessita di essere considerato globalmente, analizzando tutti gli elementi che lo compongono e le loro interazioni.

Utilizzando le parole del designer Donald A. Norman, complessità è uno stato del mondo, complicato uno stato mentale. Nella complessità, è possibile scorgere una struttura sottostante di ordine. Recentemente, un manager con cui stavo realizzando un percorso di coaching mi porta nel suo ufficio e mi mostra orgoglioso la sua scrivania: un caos di fogli, documenti, libri e faldoni. Sorridente esordisce: “Vedi, in mezzo a tutto questo disordine, io mi ritrovo. Non perdo un colpo!”. Avendo avuto l’opportunità di conoscerlo professionalmente, credo proprio avesse ragione. La sua scrivania rifletteva la complessità del suo lavoro. Un ordine sottostante reggeva quel caos apparente.

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